Fare Voci - Aprile 2018


Continua la ricerca di Fare Voci.
L’invito alla lettura di questo mese propone
le voci d’autore di Wojciech Bonowicz,
Beppe Costa, Gabriele Via e Massimiliano Bottazzo.

Il racconto è firmato da Iole Toini, e le immagini
sono lo sguardo altrove di Franco Spanò.

Buona lettura

Giovanni Fierro


(la nostra mail: farevoci@gmail.com)




Immagini       -------------------------

Lo sguardo altrove

Leggendo elegie

(dedicata a Rainer Maria Rilke)

di Franco Spanò


esposizione Leggendo elegie - dedicate a Rilke - 2017








Voce d’autore      -----------------------

Bisogna andare sul fondo

“Mare aperto” di Wojciech Bonowicz

di Giovanni Fierro


Wojciech Bonowicz


È fatto di silenzio ed invocazione questo “Mare aperto” di Wojciech Bonowicz, raccolta poetica che sa creare atmosfere e domande, sa muoversi nel livido dell’esperienza vissuta e nella necessità di chiamare a voce il proprio stare al mondo.
Sono pagine su cui ritornare, perché ogni volta la lettura svela nuovi significati.
Mare aperto” non è mai consolatorio, anzi. È poesia che può far male, che mostra e racconta morte e vita, pone l’attenzione sul controllo e sul potere.
Non ci sono colori qui, ma un bianco e nero intenso, che non ammette sfumature.
È un libro che contiene il tempo, lo sviscera e lo misura.
Classe 1967, Wojciech Bonowicz è una delle voci più autorevoli della poesia polacca, e questo suo libro uscito originalmente nel 2006, gli ha permesso una maturità completa, ponendolo all’attenzione di critica e pubblico.
Ed è stato uno snodo fondamentale della sua vita. Perché Bonowicz è cresciuto nella cittadina a fianco del campo di sterminio di Auschwitz, e solo dopo l’uscita di “Mare aperto” ha potuto iniziare a parlarne, perché “la consapevolezza che questo è accaduto così vicino ti segna per tutta la vita. Prima avevo paura a parlarne, non volevo che le mie poesie fossero lette solo in quest’ottica: ecco un altro poeta del dopo-Auschwitz! Ora non ho più paura”, ha raccontato.
E allora le figure protagoniste di queste poesie sono persone e corpi, fantasmi e visioni; che si mescolano, si sostituiscono, si cercano.
Sì, è un tempo presente che contiene tutti i tempi possibili, dove non sempre è possibile stare e rimanere, e “Fuggire non vuol dire abbandonare./ Una fuga implica nostalgia. Un momento solenne, un ritorno da qualche parte”. L’umanità è sempre cercata, sempre necessaria.
E forse è in questa costruzione, possibile o impossibile non importa, di un ‘presente’ che dà forza all’esistenza, che Bonowicz ci indica sempre rinnovate e nuove scoperte, anche non rassicuranti: “Vedi/ l’efficacia di scavare nel buio/ si trova sempre qualcosa di nascosto/ che non ha ancora un significato”.
E questa forza comunicativa Bonowicz la porta nel nostro adesso e qui.
Con ogni silenzio che ci aiuta a difenderci e che permette alle parole pronunciate di raggiungere il proprio senso. Non solo sulla pagina.

Wojciech Bonowicz


Dal libro:

Łowcy

Jeden wypłasza ryby drugi nadstawia siatkę.
Trzeba sięgać głęboko pod korzenie drzew.

A jeśli to Bóg i jego przeciwnik
tego popołudnia pracują razem?
 

Predatori
Uno stana i pesci l’altro li aspetta con la rete.
Bisogna andare sul fondo sotto le radici degli alberi.

E se Dio e il suo avversario
questo pomeriggio lavorassero insieme?





Region

Krew bagna się przelała zmęczyła okolicę
wyciągając spod ziemi roje much i złych nastrojów.

Ludzie tutaj są twardzi. Uderzywszy
możesz odłupać im kawał ramienia. Ale nie zranisz.

A jednak kiedy władca much wskazał ich palcem
zaczęli drżeć i wyskakiwać przez okna.

Krew bagna wlała się do domów. Wygasiła piece
i przypomniała ludziom że ich miejsce jest ruchome.

Trzeba uciekać: księżyc wschodzi
i powołuje do siebie tych którzy nie wierzą we własne siły.

Ucieczka to nie to samo co porzucenie.
Ucieczka zakłada tęsknotę. Uroczystą chwilę, powrót gdziekolwiek.


Regione

Il sangue della palude si è riversato ha sfiancato i dintorni
tirando fuori di sotterra sciami di mosche e di malumori.

Qui la gente è bella tosta. Se li colpisci
gli puoi staccare un pezzo di spalla. Ma non li ferirai.

E tuttavia quando il signore delle mosche gli ha puntato addosso il dito
hanno preso a tremare e a saltare dalle finestre.

Il sangue della palude si è versato nelle case. Ha spento le stufe
e ha ricordato alle persone che il loro posto non è fisso.

Bisogna fuggire: la luna sta sorgendo
e chiama a sé chi non crede nelle proprie forze.

Fuggire non vuol dire abbandonare.
Una fuga implica nostalgia. Un momento solenne, un ritorno da qualche parte.





Wiersz zgorszenia

Pozwalamy na śmierci w głupim sąsiedztwie
sukcesu i sprzedaży. A przecież

śmierć to wejście do ogrodu
wyjście z domu.

Śmierć ma twarz
nie zawsze twarzą do ziemi.

Może być dzieckiem. Może
przybiec do nas wśród innych dzieci.

„Pozwólmy ludziom podglądać”.
„Nie jestem niewrażliwy nie będę przełykać”.

A przecież śmierć widzi
ma oczy rozstawione.

I chociaż są podobni do siebie
jak dwie wody –

każdego zabiera inaczej
inną rzeką.


Poesia dello sdegno

Permettiamo le morti nello stupido vicinato
del successo e delle vendite. Eppure

morire è entrare in giardino
uscire di casa.

La morte ha una faccia
non sempre faccia a terra.

Può essere un bambino. Può
correrci incontro in mezzo ad altri bambini.

“Lasciamo sbirciare la gente”.
“Non sono insensibile non lo manderò giù”.

Eppure la morte vede
ha gli occhi sistemati bene.

E anche se due persone si assomigliano
come due acque

le prende in modo diverso
ciascuna col suo fiume.

Intervista a Wojciech Bonowicz:

(un sentito ringraziamento a Leonardo Masi per la sua disponibilità e cura nella traduzione dell’intervista. È anche il traduttore in italiano dell’intero “Mare aperto”)


Prima cosa, il titolo: il mare aperto è dove non si tocca, dove nuotare (e la vita stessa) è più pericoloso?
Sì, mi pare una descrizione azzeccata. Forse mi interessava soprattutto trasmettere quello stato di insicurezza in cui si trova il protagonista della poesia che dà il titolo a tutto il libro. Nella vita ci sono situazioni che ci trovano impotenti. Ma, paradossalmente, queste stesse situazioni possono farci anche sentire più forti. Il mare aperto è il simbolo della prova che dobbiamo affrontare quando, per esempio, qualcuno che amiamo non ce la fa, soffre, muore, e noi non sappiamo aiutarlo. Questo ci ferisce, ma può anche rafforzarci. Dopo non avremo più paura di esperienze simili.

A pagina 47 scrivi "Infine allunghi il braccio e cosa vedi? Vedi/ l’efficacia di scavare nel buio/ si trova sempre qualcosa di nascosto/ che non ha ancora un significato”. Cosa significa? Lo puoi raccontare?
Non vorrei spiegare troppo, una poesia dovrebbe restare in una certa penombra. Non tutto deve essere commentato, bisogna lasciare ai lettori spazio per l’interpretazione. Posso solo ammettere che anche a me piace molto questo frammento, perché parla di qualcosa a cui non si può dare un nome, ma di cui si può fare esperienza. Di un segreto che si nasconde da qualche parte fra i fatti della nostra vita. Molto importante in questo frammento è il fatto che il movimento della mano, il toccare qui è la stessa cosa che il vedere. L’accesso al mistero è fisico, anche se esso è indefinito, non sappiamo cosa sia davvero.

Queste tue poesie danno l’idea di una “poesia mondo”, dove il tempo e gli accadimenti si intrecciano. È così? Era un'idea di partenza? O solo una sensazione che può avere il lettore?
È vero, nelle mie poesie non ci sono molti particolari che le possano collegare a un luogo o a un momento concreto. Anche nella raccolta “Segni polacchi” che ho pubblicato dopo “Mare aperto” non ce ne sono. Appaiono solo quando sono indispensabili. Il resto lo lascio all’immaginazione di chi legge. Conto sul fatto che inserisca queste poesie nel contesto che gli è più vicino. La cosa più importante per me è di suggerirgli una frase o un’immagine intrigante e non di incuriosirlo con questo o con quel particolare che gli permetta di “localizzare” una poesia.

Questo tuo libro sembra essere una richiesta di umanità…
Forse tutti i libri lo fanno, sicuramente tutti i libri di poesia ci richiamano a essere più umani. Le poesie sono per persone attente e insegnano l’attenzione. Insegnano ad ascoltare e a guardare. Ascoltare è la più “umanistica” di tutte le occupazioni. Quando ascolto qualcuno che mi sta parlando, mi incontro con lui o lei in quanto persona, e non solo in quanto portatore di certe idee o di certi beni che questa persona ha da offrirmi.

Wojciech Bonowicz


Queste poesie sembrano anche dire che altri controllano e decidono: forse per questo, poi, ognuno torna nel suo silenzio, nella sua neve?
La maggior parte delle persone nel mondo è inudibile, nel senso che la loro voce non è presa in considerazione. Penso che un poeta, per sua natura, stia dalla parte non di quelli che fanno rumore e hanno potere, ma dalla parte di quelli che sono nascosti o discreti. Mi piace l’affermazione di Gadamer che dice: “oggi i poeti, per forza di cose, sono diventati silenziosi”. I poeti sono gli alleati delle persone silenziose, la cui voce ci arriva come da sotto la neve.

È un libro di dolore e compassione… cosa rimane di tutto questo?
Rispondo un po’ alla larga. Mi piace molto l’ultimo film di Jim Jarmusch, “Paterson”. Parla in maniera molto azzeccata di quello che è la poesia, di come penetra nelle nostre vite e di quello che ci porta. Un autista che ascolta attentamente i suoi passeggeri e poi nei momenti liberi scrive poesie: questo è il poeta ideale dei nostri tempi. Non serve niente di più. Nessuno deve sapere che noi, poeti e poetesse, esistiamo. L’importante è che siamo sempre qui, nel caso qualcuno avesse bisogno.

Mi sembra che in queste pagine ci sia un invano chiamare Dio…
In Polonia c’è un detto: “A Dio la candela, e al diavolo il moccolo”. Cerco di attenermi a questo. Forse non è una risposta seria, ma non voglio dire troppo.

Quale pensi sia l'importanza della poesia nella nostra società, nel nostro tempo?
Quello che dicevo prima. Posso aggiungere ancora una cosa. Penso che ciò che uccide ogni cultura è l’impoverimento della lingua: sempre meno parole, sempre più usate e consumate. I poeti servono a rinnovare la lingua. Puliscono e lucidano le parole, per ridargli splendore. Non dico di scrivere una poesia estremamente raffinata. Al contrario, a me piace usare un linguaggio quotidiano, vicino al parlato. Ed è proprio questa la lingua di cui ho più bisogno, di questa bisogna aver cura. Possiede enormi possibilità, che non conosciamo o di cui non ci accorgiamo.

Questo libro è stato pubblicato nel 2006. In che modo lo leggi ora, rispetto al nostro tempo e alla società di oggi?
È un libro che continua a piacermi. Conteneva alcuni timori che ora si stanno realizzando davanti ai miei occhi. Quello che descrivevo nella poesia “Il turpe sa”, le persone che si riuniscono in nome dell’odio, è quello che si vede per le strade. La poesia “Regione” invece altro non parla che dei profughi che non possono trovare pace. Queste immagini possono essere vere in luoghi e in tempi diversi, lo abbiamo detto. Ma si è detto anche che il poeta non è isolato dalla comunità, ascolta le voci di chi non ha voce. In questo modo scrivo qualcosa che matura sotto la superficie, e poi esplode, purtroppo. Il mio libro però non propone una fuga verso un altro mondo, nella fantasia. È un invito a vivere qui e ora, con la consapevolezza che, in un certo senso, ogni vita si vive in mare aperto.





L’autore:
Wojciech Bonowicz è nato a Oświęcim nel 1967. Ha studiato polonistica all'Università Jagellonica di Cracovia.
Poeta, scrittore e giornalista, ha pubblicato varie raccolte di versi fra cui “Wybór większości” (La scelta della maggioranza, 1995, vincitrice del premio K. K. Baczyński), “Hurtownia ran” (Ferite all'ingrosso, 2000), “Wiersze ludowe” (Poesie popolari, 2001) e “Polskie znaki” (Segni polacchi, 2010).
La sua silloge “Pełne morze” (Mare aperto, 2006, vincitrice del premio Gdynia) è stata tradotta in italiano da Leonardo Masi (Incerti Editori, Catania, 2012).
Una scelta di sue poesie figura nell'antologia “Inattese vertigini” (Forum, Udine, 2010) nella traduzione di Alessandro Amenta.
Bonowicz ha curato diverse opere di Józef Tischner, illustre filosofo contemporaneo, sul quale ha pubblicato fra l'altro la biografia “Tischner” (2001, finalista del NIKE, il principale premio letterario polacco) e “Kapelusz na wodzie” (Il cappello sull'acqua, 2010).
Collabora con il settimanale Tygodnik powszechny. Vive a Cracovia.


(Wojciech Bonowicz “Mare aperto”, Incerti Editori 2012, pp. 82, 13 euro)

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Lo sguardo altrove

Rumore di fondo

di Franco Spanò

esposizione Rumore di fondo - 2014

Un racconto      ----------------------

Canto della dimenticanza

di Iole Toini

Toini

Nel corpo, nel corpo del grano e della cicoria, nel corpo di tutti i vulcani, nella carne del vento e delle cicale, nelle vene della terra, nelle sacre paure, nella paura delle paure, una preghiera si offre alle mani, alle mani di tutte le cose, a quelle che chiedono, a quelle che restano ferme, alle dita inferme, a quelle che accusano, alle sorelle mani, alle mani zingare, alle mani della talpa e del fiume: sorridete mani, sorridete al vento e alla luce, sorridete in questo nero-color-di-fame, in questa terra di confine, in questa fame in fronte al molo, fame delle coste lontane, sorridete corpi stipati sotto al tendone, pena dei fianchi, pena che fluttua a compagni di scodella, a compagni di coperte e di cartone, sorridete boschi, sorridete alti sopra gli spari, sopra le teste degli infami, sopra la polvere dei mortai, sorride alti nei cieli dei gabbiani.

Nella bocca della parola malata, nei gitani della morte.

Donna che stendi lenzuola all’aria vuota, ascolta i presepi degli ospizi, i presepi dei barconi della notte, i presepi spaventati dei bambini, i presepi dei gesù della contrada, ascolta la grazia della solitudine e dell’angoscia.

Si è persa la storia, persi i campi delle ossa ammassate, persa la vittoria.

Apriti cielo rosso rosso, avanza negli occhi smarriti, nel seme ammuffito della notte, avanza e apri al silenzio. Silenzio dei morti delle piazze, i morti delle baracche e dei rifiuti.
Aprici shock di Dio, aprici Dio di questo tutto perduto che non ricorda, non ricorda…



L’autrice:
Iole Toini vive sul Lago d'Iseo, ama la montagna e la poesia.  
Ha pubblicato le raccolte poetiche “Spaccasangue” (Le Voci della Luna) nel 2009 e “Dei colori dei luoghi” (Terra d’Ulivi) nel 2014.



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Lo sguardo altrove

Lo spazio del volo

di Franco Spanò

esposizione Lo spazio del volo - 2015

Voce d’autore       ----------------------

Sarà quella stella

Beppe Costa, le parole in rosso

di G.F.

beppe costa


Sono poesie che rimangono. Sono parole che conoscono il peso specifico del dire.
Ogni pagina di “Rosso”, raccolta poetica di Beppe Costa, è un invito alla vita, all’incontrarla e a farla diventare un qualcosa di unico.
Sono poesie d’amore e di rivolta, come recita il sottotitolo, che hanno il sapore dei frutti maturi e la trama di un corpo in canto.
Beppe Costa dichiara di cosa si nutre il suo scrivere, lo mostra e lo rende all’attenzione del lettore, alla sua complicità.
Sono poesie che conoscono l’attrito che ogni sogno fa con l’accadere quotidiano; e questa tensione e questa attrazione trovano il proprio fiorire, continuo e mai arreso.
Sono pagine di intensa resistenza umana, capaci di raccontare il nostro tempo, nel suo muoversi fra speranze e disillusioni, fra i semi più propizi e le attese più importanti.
È proprio al centro c’è Beppe Costa, l’uomo e l’autore, campo magnetico d’attrazione per queste parole, tenute assieme dal sangue dell’esistenza e difese con la dignità di ogni sguardo e stretta di mano.




beppe costa


Dal libro:



Accade

Accade troppe volte
incroci poesia laddove non c’è
troppe volte
incantato ti senti trasportato
dove nulla si muove e nulla è diverso
dallo sciocchezzaio e dalla stupidità costante
troppe volte ci sembra di morire
e talvolta questo sì
questo accade




Breve come farfalla

Come vendo un cuore che si riempie e svuota
a ogni riga, squillo, frase detta, scritta, immaginata
che morire è mai questo che mi hanno raccontato
i saggi, gli scienziati, i poeti
che morire è oggi, così se tu ti stanchi
leggera farfalla voli giocosa e in poche ore muori
come vendo il cuore costato così poco
custodito da tesoro per pochi istanti
che pesano di eterni
che attesa questa attesa in pena ché, pure,
d’un immenso dolore fa ragioni
che morire è mai questo
senza l’incanto d’un dolore fitto
senza gli occhi che s’abbassano
incapaci di guardarsi intorno
e che canzone canto più se la musica così attesa
rende questa mia voce tanto stonata?


 

Sarà, anche dopo

Per poco ci sarò
forse troppo poco, ma abbastanza
per continuare ad amarti
morirò come altre volte, ma ci sarai
come sembrerebbe assurdo
sempre, come ogni cosa rara
sarà memoria o forse movimento
dell’aria che asseconda
perfino chi di noi sembra nulla conoscere
sarà quella stella
o il mare immaginato e perfino
l’isola dove mai siamo andati
eppure volevamo
abbiamo avuto l’acqua e il pane
quel poco indispensabile
erano i nostri corpi che non riuscivano a staccarsi
neanche dopo, neanche quando sai e so
non ci saremo
il mio male e il tuo
sono diventati il nostro bene
quel poco che la vita ha potuto offrirci
ci è bastato soltanto desiderarlo
per essere
e per sempre





beppe costa

Intervista a Beppe Costa:

di Xánath Caraza  


Chi è Beppe Costa?
Una persona che si sta cercando ancora di capire. Con una enorme curiosità verso tutto ciò che di bello sembra ci vogliano nascondere.

Chi per primo ti ha introdotto alla lettura?
La mia famiglia, mio nonno paterno era un grande editore di Messina che pubblicò alcune opere di Giovanni Pascoli, Luigi Capuana e molti altri autori dell’epoca. Il terremoto del 1908 lo costrinse a chiudere e trasferendosi a Catania aprì nella strada principale la libreria, purtroppo chiusa da mio fratello 20 anni fa. Ma i libri non mi sono mai mancati.

Quando hai iniziato a scrivere poesia?
Ho iniziato ad otto anni, a scuola soprattutto le compagne mi chiedevano spesso suggerimenti, per qualsiasi cosa dovessero scrivere. In special modo riguardo gli innamoramenti, ma anche per le dediche ai genitori.

Quali sono le tue poesie favorite di altri autori?
Ho naturalmente iniziato a scoprire alcuni autori di lingua spagnola, in quegli anni era la più diffusa insieme al francese, e quindi ho scoperto Jesus Lopez Pacheco, che trovo ancor oggi meraviglioso:
Morirò di cuore/ come ho vissuto; Primo però: Ci sono delle delle volte,/ però, /che vorrei conficcare/ la penna/ in mezzo al foglio/ bianco/ e assassinarlo per sempre; Secondo però: Ho gridato/ sempre/ allegria/ e /però /com’è triste/ doverla gridare /perché esista.

Quando ti accorgi che una poesia è pronta?
La rivedo o la conservo, a volte resta nel diario – oggi nel pc – per anni. Dopo molto tempo, se rileggendola la trovo viva e attuale, decido che può affrontare la stampa o la lettura. Devo sempre saperla difendere.

Quanto di italiano c’è nel tuo scrivere?
Sinceramente non molto, non mi sento legato ad alcuna terra: tanto è vero che ho cambiato una decina di città e quasi un centinaio di case. Ma è la mia vita troppo lunga e inquieta.
L’influenza maggiore la ricevo dalla lingua spagnola, forse più musicale dell’italiano e con una tradizione che non ha mai perduto.
L’Italia anche per la letteratura e la poesia è un paese corrotto, magari non è il     solo, ma io che ci vivo ne soffro le conseguenze. Diversi viaggi in Israele mi hanno fatto scoprire i suoni arabi e diversi poeti di quella terra martoriata, e negli ultimi anni continuo a fare scoperte.

A che progetti stai lavorando ora?
Continuo a fare l’editore, non più con la sigla più nota, Pellicanolibri. Con alcune associazioni curo ancora la mia vecchia collana storica: “Inediti rari diversi” che da marzo ha cambiato nome: “Inediti, insoliti, immaginari”.    
Trasferendomi in Sardegna, a Sassari, alla fine dello scorso anno, collaborerò ancora di più col Festival Ottobre in Poesia che mi ha visto ospite sin dalla sua nascita, nel 2009.

Che consiglio dai agli altri poeti?
Di stare attenti alla ‘rete’… prima gli ‘apprezzamenti’ venivano da pochi familiari e amici, oggi può esserci l’illusione di tanti ‘like’ che spingono l’autore a credere di scrivere capolavori.
Di questo l’editoria italiana senza scrupoli fa denaro, illudendo migliaia di ‘poeti’ di aver scritto un gran libro.
Dovrebbero leggere, cosa che non si fa più, scoprendo autori anche del passato, che a volte non vengono più ristampati. Ma che in rete si trovano.

Cos’altro ti piacerebbe condividere?
Come accennato all’inizio, la curiosità. La massa viene condotta a gusti sempre peggiori.
Oggi più di ieri è più facile scoprire una miriade di musicisti meravigliosi, di poeti, di autori migliori che nel passato, ma poiché il popolo deve rimanere ignorante, sono decisamente tenuti nell’ombra.
Vale per tutte le forme d’arte. Ci sono film francesi, tedeschi, canadesi, spagnoli che non vengono distribuiti, così come tanta musica. Ma oggi è possibile scoprirli grazie ai mezzi che internet offre.
Se ci si aspetta che questo lo faccia la televisione continueremo sempre più a distruggere la cultura.
Un popolo ignorante è più facile da governare.



L’autore:
Beppe Costa è nato in Sicilia, ha vissuto a lungo a Roma, e dalla fine del 2017 vive a Sassari, in Sardegna.
Nel 1976 fonda la casa editrice Pellicanolibri (dal 1992 una libreria ancora oggi frequentatissima) pubblicando, primo in Italia, scrittori di fama internazionale quali Fernando Arrabal, Manuel Vázquez Montalbán, Gaston Bachelard, Gisèle Halimi.
Ha pubblicato anche libri di Alberto Moravia, Dario Bellezza, Arnoldo Foà, Adele Cambria, Anna Maria Ortese e Goliarda Sapienza.

È autore di 20 libri di narrativa, poesia, teatro: “Impaginato per affetto”, vincitore del “Premio Alfonso Gatto” (1990); “Anche ora che la luna” (2010), anche in versione cd; “Rosso: poesie d’amore e di rivolta” (nel 2013, 2016), “La terra (non è) il cielo!”  (2014), “L’ultima nuvola” (2015), “Per chi fa turni di notte” (2017); per la narrativa il più importante è “Romanzo siciliano” (1984, 2017).
Fa applicare per la prima volta in Italia la “Legge Bacchelli” a favore di Anna Maria Ortese.
È tradotto in diverse lingue (ebraico, arabo, inglese, spagnolo, turco, etc.). Con diversi premi alla carriera.
Dal 2015 è presidente del Premio Terre di Virgilio e dal 2016 è giurato del Premio Francisco De Aldana.

https://es.wikipedia.org/wiki/Beppe_Costa
(Beppe Costa “Rosso. Poesie d’amore e di rivolta”, 2012, ristampa 2016, pp 111)












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Lo sguardo altrove

Leggendo elegie

(dedicata a Rainer Maria Rilke)

di Franco Spanò

esposizione Leggendo elegie - dedicate a Rilke - 2017

Voce d’autore       -----------------------

A Bologna il brutto tempo è proprio brutto

di Gabriele Via

Bologna

A Bologna il brutto tempo è proprio brutto,
e al brutto non chiedi tanta meraviglia:
e te lo fai bastare.
Tanto più che pioggia neve e vento
non hanno mai attenuato
la sua programmatica ferocia,
la sua astuta e dolciastra ostilità.
Ma quando viene la luce
buona del sereno,
ecco che subito sentirai
l’eco antica delle voci
che non sono più,
e quasi te le figuri,
saltar fuori dal chiasso di una piazza
o trascinarsi sulle chiatte del Navile
per la campagna.
La campagna, di campi,
enormi lune rosse
pioppi, fossi, maceri, frutteti,
vigne e prati, e robuste querce,
noci, ciliegi, platani e tigli,
olmi, gelsi, salici; e orti.
La campagna di contadini
e biciclette, piste di polvere bianca,
verde rame, uccelli, aie,
cascine, lepri, cortili, odori.
La campagna che rimaneva
sempre chiusa fuori dalle mura,
entrando solo con gli occhi grandi
di una meraviglia pura
e di pochissimo alfabeto,
insieme villano e gentile.
E la ricchezza dei prodotti,
o l’eco del sagace Bertoldo
che poteva darsi cantare
oltre quel bicchiere
prima o dopo un bordello
al banco di un’osteria
e la miniatura di tipi perfetti
in un magico teatro di burattini.
Tu non andarci. Oggi
quella campagna è ormai
popolata dallo spettro
del suo passato,
di cui i nuovi coloni
non sanno più pressoché nulla.
Abitano come zombi
casette prefabbricate
perfettamente cablate,
dentro cui aprono frigoriferi
uguali, forniti dagli stessi ipermercati;
sognano, dicono e pensano
lo stesso stupido incubo,
che è una replica
di un incubo televisivo,
già sognato:
personaggi senza storia,
senza vita e senza volto
sognano una generica
e indefinita città...
Seattle uguale a New York;
San Francisco uguale a Las Vegas.
Kansas City, scriveva il genio
consapevole di Luciano Bianciardi.
Tu non andarci.
Quando qualcosa si inceppa,
nell’incubo delle casette numerate,
uno esce dalla baracca
imbraccia il fucile
e massacra la famiglia,
o i vicini, o un forestiero.
Per un momento suonano
tutti gli allarmi e poi si riprende
a sognare l’incubo del programma.
Nella notte dell’anima,
gomme d’auto, luci di auto in fila,
una sirena che sfreccia.
E subito il dramma collettivo
è omogeneo: va in pressione
secondo il manuale
e l’ansia trova il suo bioritmo alieno,
e pulsa così la verità di un male
che ha rimesso nuove etichette
sui sintomi dell’alienazione...
Teniamo il polso del mostro
seguendo uno stretto controllo
alimentare, e una programmazione
televisiva curata fin nel minimo dettaglio.
Ma se ti sporgi sull’orlo
del feroce delirio neomedievale,
ecco che sentirai l’orfano sguardo
sopravvissuto che cerca ancora
l’alterità libera del mare.
E allora comincerai a cantare.

l'autore:
Gabriele Via è nato a Bologna nel 1968. e fin dal XIV sec.
Poeta, filosofo, cercatore. Si esprime e ricerca in versi, in narrazioni, con la voce, e con la fotografia. Ha vissuto molti anni con un monaco indiano che gli è stato maestro e guida. È stato insegnante di religione.
Ha pubblicato con Roberto Roversi, Roberto Pazzi, Elio Pecora, Nicola Muschitiello, Lorenzo
Ha pubblicato diversi titoli di poesia, un romanzo e figura in numerose antologie.
In ascolto da sempre della Parola come Rivelazione, come Poesia e come strumento di cura (vedi la Psicanalisi), dal 2014 ha creato una pagina Facebook in cui propone la poesia come terapia.

(foto dell’autore)

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Lo sguardo altrove

Nora Gregor

di Franco Spanò

esposizione Nora Gregor - 2013

Voce d’autore      --------------------------

A volte gli occhi restano a terra

Massimiliano Bottazzo, tracce e scritture

di Salvatore Cutrupi

Massimiliano Bottazzo

Tracce” di Massimiliano Bottazzo, pubblicato da Caosfera Edizioni, è un libro composto da cinque sezioni.
I diversi componimenti poetici hanno un filo conduttore unico che attraversa ed esplora i paesaggi dell’anima. Le poesie raccontano momenti di vita vissuta, muovono sentimenti, offrono stati d’animo, risvegliano emozioni.
Molto suggestive sono le poesie che tratteggiano i luoghi visitati negli anni dal poeta, luoghi che spesso diventano teatri di nostalgia come Lisbona, l’Isola d’Elba e Orsera, in Croazia:


Lisboa visione 2

ho passeggiato per Alfama
odore di pesce bucato fame
rifiuti esibiti come porcellane
ruvide grida su occhi enormi
corpi leggeri vestiti di miseria
la fatica di vivere sale al cuore delle gambe
toglie il fiato a chi vive in salita
il luogo più caro per lo spirito vinto
il rifugio più sicuro per chi è solo
perché di modi per sprecare la vita
la vita è piena



Visi

quali visi incontrerai ad Orsera già lo sai
pelli di cuoio modellate dai venti
bruciate dal sole
dalla salsedine invecchiate
dalla fatica dei campi qualche ruga
a storpiare il sorriso
visi da istriani
alcuni rimpiangono Tito
e tu non capisci perché
delle guerre più recenti
non parlano volentieri
mentre posano gli sguardi altrove
a Brostolade ora abitano i bosniaci
per carità brava gente
ma ognun sa del suo
i visi di Orsera non sanno di riposo
li ho spiati quando guardano il mare
a volte gli occhi restano a terra
perché le lacrime sono troppo pesanti
per alzarli


Massimiliano Bottazzo

Nel linguaggio poetico di Bottazzo c’è tutto quello che si desidera trovare nelle poesie e cioè semplicità, amore, stupore, solarità.
Ma anche immagini nostalgiche del passato come quel vissuto ”pieno di arroganza e insieme lieve” che ha pervaso il poeta e dove ciascuno di noi, in qualche misura, potrebbe rispecchiarsi:


Ballata per gli amici di un tempo

del nostro essere stati inseparabili
ritrovo il ricordo tra i vuoti del quotidiano
eppure c’è stato un tempo in cui
sapevamo stupirci ed altro ancora
ma si è consumato in fretta
il nostro capitale ed oggi
che ci accompagniamo soli
avremmo bisogno di quei giorni interminabili
pieni di arroganza e insieme lievi
a vincere quel fondo di stantio mal digerito
quando la sera ci ritroviamo
stanchi trampolieri dai piedi gonfi
a differenziare gli scarti della giornata


La malinconia è un sentimento che tutti noi proviamo quando finisce un amore. Il poeta non sfugge a questa regola non scritta e ci regala una poesia dove ricordi e malinconia si abbracciano, si intrecciano, sono un tutt’uno.
Nasce così una melodia poetica che affascina il lettore, forse perché i ricordi tristi hanno bisogno della malinconia per emanare appieno tutto il loro profumo:


Distacchi

stasera mentre il tuo corpo sta decidendo per te
immagino una luce troppo forte che arrossa
gli occhi di chi aspetta
ma non so essere triste
e non provo vergogna della mia mancanza
mi trovo a ricordare ora
certe sere d’estate a cercare
lungo le strade una fetta d’anguria
che allora c’erano
ma il fresco al palato non guariva
la malinconia di quel posto vuoto



Nei versi finali di alcune poesie è tangibile la voglia di ironia del poeta, che serve ad alleggerire l’intensità emotiva dell’argomento trattato.
Questa ironia evidenzia il lato socievole di Bottazzo uomo, il suo desiderio di mostrarci e condividere i lati più intimi del suo essere, e nello stesso tempo mette in luce l’ampiezza della sua espressione poetica e del suo pensiero creativo.    



Insonnia

sveglio da troppo
con la nuca sudata
e la tosse che brucia
quando ancora nessuno
si appresta a vivere
scendo le scale al buio
per cercare calore
sul divano che guarda il mare
e mentre la sirena del traghetto
annuncia la manovra
celebro il giorno nuovo
con grandi pezzi di cioccolata


Intervista a Massimiliano Bottazzo:

Ho letto nella tua biografia che scrivi poesie da moltissimi anni. Come mai hai aspettato tanto tempo prima di pubblicare questo tuo primo libro?
Banalmente potrei dire che non ero pronto per farlo. Credo che sia esperienza comune a molti che scrivono quella di attraversare periodi diversi, che forse si possono definire come segue: scrivo e non conservo, decido di tenere quanto scrivo ma solo per me, scrivo per pochi ( amici ) , faccio leggere , pubblico.
La pubblicazione appartiene ad una fase matura, quando sono venuti meno i timori di condividere i propri sentimenti, cosa per me estremamente difficile.
Qualcuno magari è preda del proprio ego e tutto quanto ho detto ora non lo ha mai vissuto, ma nel mio caso questa spinta dettata dall’esibizione di sé non c’è mai stata piuttosto ha predominato la riservatezza.
Ora invece sono molto felice quando posso esprimermi e ancor di più se questo avviene in un contesto a più voci, probabilmente avevo bisogno di raggiungere una certa maturità, motivo per cui guardo sempre con un misto di stupore e ammirazione gli autori molto giovani .

Tu hai studiato filosofia all’Università di Padova. Io sono abituato a pensare che i filosofi siano dei teorici e ad immaginare che molte persone non comprendano il loro dissertare. Nelle tue poesie invece si toccano argomenti di pura quotidianità, di natura vera, si raccontano storie che potrebbero essere le storie di ciascuno di noi. Ti riconosci in questi due aspetti del tuo essere?
Ho studiato filosofia e certamente gli studi, se da un lato sono stati assecondati da una certa mia attitudine, dall’altra hanno contribuito a formare la mia persona e dunque la mia formazione non è estranea a ciò che sono diventato come persona e in ciò che sono la poesia è una parte rilevante
Poesia e filosofia sono parenti stretti, basti pensare a tutta la riflessione heideggeriana sulla poesia, ma stiamo parlando di me e non voglio volare così alto.
La poesia per me è una forma di resistenza, resistenza a ciò che non ho avuto, a ciò che non amo, a ciò che non mi piace, a ciò che non capisco, che non condivido, che non so o non voglio cambiare, se non mi sembrasse troppo pomposo potrei dire resistenza alla Vita anche se la Vita in realtà la amo molto.
Proprio perché amo la Vita racconto di lei e racconto ovviamente della mia Vita , forse la cosa che conosco meglio, che sperimento, che mi trasmette emozioni, sentimenti, non so parlare di altro tanto che nella raccolta Tracce troverai una sola poesia cosiddetta civile , quella dedicata al G8 del luglio 2001 , ma anche in quei versi l’elemento personale entra profondamente e il personale, il privato,  si mescola in maniera indissolubile con gli eventi.
Questa attitudine a raccontare di me diventa ancora maggiore nelle poesie che ho scritto dopo Tracce e che magari pubblicherò quando sarà il momento.

Nella poesia “Assenza” scrivi mirabilmente che chi soffre d’insonnia conosce il sonno meglio di chi dorme e questo mi ha fatto pensare che tu trasporti spesso il mare nei tuoi versi forse perché hai vissuto a Padova e a Gorizia, città da dove il mare si vede solo da lontano. E cosi?
La poesia Assenza, da te evocata, cita in maniera indiretta un concetto espresso nell’opera “La persuasione e la rettorica”  dal mio filosofo tanto amato, il goriziano Carlo Michelstaedter.
A dire la verità non ho pensato al mare, ma è bello che tu faccia questo riferimento al mare perché Michelstaedter lo amava molto e il mare e le creature del mare sono state oggetto dei suoi versi essendo lui anche poeta.
Non conosciamo nulla così bene come ciò che ci è precluso, solo un insonne credo potrebbe trovare tante definizioni sul sonno seppure per viam negationis.
Ciò avviene anche in Assenza che è una poesia d’amore, di un amore impossibile, che si autonega, che non può esserci.

In ogni poesia c’è sempre qualcosa dell’anima del poeta. In quale poesia di “Tracce” la tua anima è maggiormente presente tanto da farti dire: ”Questa è la poesia dove c’è tutto me stesso ”.
In Tracce confluiscono poesie composte in anni diversi, anche molto lontani tra loro, la più datata è Meccanismi, del luglio 1994, le ultime della primavera 2015.
Tutte possiedono un’anima perché esprimono la mia anima che è unica, pur con molte sfaccettature a seconda dei momenti, delle frequentazioni, degli eventi.
Non c’è una poesia che mi rappresenta di più o meglio, sicuramente sono molto legato alla silloge del Diario elbano che è poi il nucleo centrale attorno al quale è nato il progetto di Tracce.
Le 11 poesie del Diario sono per me l’isola d’Elba, che è stata per me così tanto, un rifugio, un luogo ideale, bellissimo che ora per motivi che non è qui il caso di approfondire mi è negata.

Per concludere, ti rivolgo una domanda che va oltre la poesia. Quale è il prossimo sogno nel cassetto del poeta uomo Massimiliano Bottazzo?
Mi chiedi di sogni nel cassetto … potrei risponderti con una battuta dicendoti che vivo in una casa così piccola che ho un solo armadio e che i cassetti sono così pochi.
Ma è una battuta appunto, pertanto ti rispondo che si certo ho dei progetti, come persona e come autore di versi, poeta è definizione che mi imbarazza.
Sto scrivendo, continuerò a farlo ovviamente, magari pubblicherò una seconda raccolta cui ora tuttavia non sto pensando, non in termini di progetto editoriale almeno.
Ho una vita lavorativa intensa, svolgo una professione che assorbe molto del mio tempo e una vita privata piuttosto complicata da un paio di anni a questa parte.
Vorrei avere molto più tempo per leggere, scrivere, frequentare gli amici, andare al cinema, viaggiare, andare ad una mostra insomma vivere bene.
Più spesso come capita a tanti devo sopravvivere agli urti, ecco tornare quindi il concetto di cui si diceva della poesia come resistenza.


L’autore:
Massimiliano Bottazzo è nato a Padova nel 1968, ha vissuto a Gorizia e attualmente risiede a Udine. Durante gli studi universitari fonda, assieme ad altri studiosi, la rivista Simplegadi di filosofia comparata tra pensiero orientale ed occidentale, contribuendo alla stessa con articoli e traduzioni. Scrive poesie sa sempre, ma solo di recente ha portato a termine questa prima raccolta dal titolo ”Tracce”. Partecipa a serate di letture ed incontri dedicati alla poesia.

(Massimiliano Bottazzo “Tracce”, pp. 76, 10 euro, Caosfera edizioni 2016)



Immagini      -------------------------

Lo sguardo altrove

Guardare di gusto

di Franco Spanò

esposizione Guardare di gusto - 2013

Intervista a Franco Spanò:

di G. F.


Le tue immagini trovano anche alcune parole. Che parole sono, e cosa c’è alla base di questa ricerca?
Da molti anni, nel tempo che dedico a me stesso, mi faccio accompagnare da un libro e dalla macchina fotografica.
Da principio, la lettura di opere incantevoli tende a schiudere in me nuove visioni sulla vita, il suo manifestarsi, la sua trascendenza.
Ne nascono pensieri ed emozioni che cerco di trasformare in immagini, utilizzando il mondo che mi circonda. In questi anni però la "parola" sta diventando sempre più il fulcro dell'espressione visiva, con tutte le sue molteplici forze che trasportano il concetto, il pensiero, la poesia.
Alcune volte mi approprio di parte di un verso, altre ispirano una parafrasi, in altre una sola parola pone la base del concetto fondante e con l'immagine che creo cerco di narrare l'intera suggestione.

Sono anche un incontro di soggetti diversi, che creano ogni volta un’atmosfera tutta particolare, quasi un tempo sospeso. Può essere così?
Si, credo che l'immagine composita e la sequenza di piani possa creare luoghi senza tempo, spazi che possono avere diverse profondità di lettura a seconda di chi, come e quando li guarda.

Nora Gregor e Rainer Maria Rilke ‘vivono’ in alcuni di questi tuoi ‘scatti’. Cosa di loro ti affascina, cosa li pone all’interno del tuo lavoro?
La ricerca su Nora Gregor è nata da un'idea dell'Associazione culturale Prologo che le ha dedicato un'esposizione nel 2014. Donna affascinante, con una vita al limite del burrascoso, mi ha coinvolto nella sua esistenza tragica e allo stesso tempo brillante, con diverse sfaccettature in bilico tra la spietatezza degli eventi esterni e la caparbietà di riscatto.
Gli scritti di Rilke, il primo luogo le “Elegie duinesi”, sono invece una ricerca personale. Penso che Rilke abbia cercato di descrivere le difficoltà umane cercando nuove relazioni, indicando opportunità inavvertibili al primo sguardo, con nuove visioni tra la realtà esterna e quella interiore, spronando a guardare e a guardarsi. "Lo sguardo altrove" è una mia ricerca costante, accostando elementi naturali e narrativi, scomponendo grafie e segni, servendomi di masse di colore e luce cerco di creare un dialogo fra loro e di suggerire nuove e diverse realtà.

E come nasce una tua foto?
La lettura e l'utilizzo della tecnica dell'esposizione multipla, mi impongono una doverosa concentrazione, da cui possono nascere momenti di profonda riflessione, di estraniamento e, quando sono fortunato, di esaltazione. Questo mi suggerisce un'immagine, definisco mentalmente una composizione, quindi incomincio a cercare le parti per comporla. Spesso parto nel riprendere la parte scritta, di seguito si sommano i vari elementi, con scatti che variano dal macro ai panorami, con porzioni sfocate o più distinguibili, aggiungendo alla fine luci e accenti. Non vedendo materialmente la composizione che si sta creando, ma avendola solo nella mente e ricordando i vari scatti eseguiti - ricordo che uso un apparecchio reflex analogico e gli scatti si sovrappongono sul negativo senza possibilità di successiva modifica - necessito di luoghi isolati, dove gli incontri e le distrazioni sono pressoché inesistenti. Anche la frequenza dello stesso luogo mi aiuta nella concentrazione, per questo molto spesso mi reco sulle sponde dell'Isonzo goriziano, dove ormai sono di casa, e dove so dove posso trovare alcuni elementi che potrebbero essermi utili nella realizzazione degli scatti.

Hanno anche un’impronta quasi onirica, perché sono delicate e sfuggenti, mai ‘pesanti’. È una scelta di partenza, da cui far fiorire il tuo lavoro?
Ti ringrazio, questa è una tua considerazione che accetto come complimento. In tutti questi anni e nelle varie letture affrontate, anche negli scritti più tragici, per esempio il lavoro dedicato all'Apocalisse di Giovanni, o agli scritti di Carlo Michelstaedter, ma anche nelle opere di Rainer Maria Rilke, nel dramma si intravede un aspetto di meravigliosa resurrezione; spetta solo a noi trovarla, ed è questo che inseguo per me stesso e, con le immagini, cerco di raccontare.



L’autore:
Franco Spanò è nato nel 1966 a Gorizia dove vive e lavora. Diplomato presso l’Istituto Tecnico Industriale “A. Malignani“ di Udine nella specializzazione Costruzioni Aeronautiche.
Fotografo autodidatta, dal 1993 ha partecipato a diverse esposizioni personali e collettive.
Da diversi anni utilizza la tecnica dell’esposizione multipla, in genere da due a quattro scatti sovrapposti eseguiti con apparecchio reflex analogico. Dal 2005 organizza e dirige le attività dell’associazione culturale per la promozione delle arti contemporanee “Prologo” di Gorizia.

Esposizioni più recenti:

2015
- “Lo spazio del volo”; Musei Provinciali di Gorizia, Borgo Castello.

2017
- "Busan, Komel, Spanò"; tripersonale galleria Woland Art Club di Portopiccolo, Sistiana (Ts).
- “Fuori rotta", Prologo, Gorizia.
- “Fotografia Zero Pixel - Plastica“; Biblioteca Statale Stelio Crise, Trieste.
Museo dell'occhiale, Pieve di Cadore (Bl)
- "Le notti del mito", rassegna nazionale ideata da Samuele Edizioni, Prologo, Gorizia.

2018
- “Fotografia Zero Pixel - Plastica“; Prologo, Gorizia.
- "Klainscek, Komel, Spanò"; tripersonale galleria del Kulturni dom di Gorizia.

www.prologoart.it

rivista Fare Voci

curata da Giovanni Fierro

collaboratori:
Guido Cupani, Roberto Lamantea, Ilaria Battista
Livio Caruso, Salvatore Cutrupi.