Fare Voci

Giugno 2018

La scrittura non si ferma. Cerca e trova.
Si inventa di nuovo, se serve.
La sua forza è trascinante, la sua identità
ha segno, sapore e suono.
Ce lo ricordano le voci d’autore presenti
in questo nuovo numero:

Franca Mancinelli con il suo nuovo
Libretto di transito”, Anna Rizzardi
con il suo raffinato fare poesia,
Andrea Garbin nel suo scrivere in dialetto.

E poi i racconti di Ilaria Battista e di
Roberto Lamantea.

Le immagini sono di Laura Medici,
che trova anche le parole per crearne
l’ascolto…..

buona lettura

Giovanni Fierro


(la nostra mail: farevoci@gmail.com).

Tempo presente      --------------------------

L’invito dei segni

Immagine e testo di Laura Medici

viola 1

Sai solo aver paura
e ritrarti,
Fratello?

Voce d’autore       ------------------------

Verso una zona più limpida dello sguardo

“Libretto di transito” di Franca Mancinelli

di Giovanni Fierro

Franca Mancinelli 1

Bisogna confrontarsi con la scrittura di Franca Mancinelli, e il suo “Libretto di transito” è l’occasione per addentrarsi nel suo scrivere, nel suo sguardo del mondo, del nostro tempo.
Autrice che con i suoi due precedenti libri ha già segnato un percorso importante, Franca Mancinelli trova in questo lavoro un nuovo respiro, che ha il passo della narrazione e che sa cogliere le minute preziosità di ogni giorno, di ogni esperienza sensoriale e di ogni accadimento che ci fanno essere vivi.
Forse “Con il tremore di qualcosa di enorme, per cui dobbiamo ancora aspettare”, e di certo “come attraversando una zona più limpida dello sguardo”, questi suoi nuovi scritti esplorano il tema del viaggio, in ogni sua possibile coniugazione.
Da quello fisico a quello onirico, dall’incontro con l’altro e la natura, a quello con il tempo che diventa età: “Così fanno gli adulti, nascondono per proseguire”.
“Libretto di transito” è un prontuario di attenta aderenza alla vita, perché “La mattina qualcosa nel tuo corpo si muoveva: un’acqua attraversata dalla sua corrente”; e questo riconoscere la febbre necessaria all’esistenza, per definirsi tale, è preparare anche un ascolto, un momento prezioso che contiene tutte le attenzioni e le aspettative, i desideri e le memorie. Sì, perché “Dal cuore alla cima della chioma, stanno iniziando una frase per te”. Di pagina in pagina.

Franca Mancinelli


dal libro:

Le cose che hai scordato di portare con te. Lasciate negli scompartimenti dei treni, scivolate dai sedili degli autobus. A un tratto ti raggiungono premendo l’angolo duro della loro assenza, come attraversando una zona più limpida dello sguardo.


Viaggio senza sapere cosa mi porta a te. So che stai andando oltre i confini del foglio, dei campi coltivati. È il tuo modo di venirmi incontro: come un’acqua in cammino, diramando. Guardando dal finestrino, ti ho letto nel viso finché c’era luce.


Si aggirano tra le stanze di una casa dove sembra arriverà qualcuno, dov’è l’ombra di qualcuno che se n’è andato da poco. Se li fermi e chiedi loro che cosa, rispondono niente. Si placano soltanto lungo le rive. Poi il modo per dire di essere ancora lì, è raccogliere un sasso e lanciarlo. Ma la pura infanzia dell’acqua ne è scossa, e infranta fino al suo letto di sabbia.


Sei stanca. Stai facendo spuntare le gemme. Le scorze si frangono, non resistono più. Con gli occhi chiusi continui a lottare. La terra è una roccia, si sbriciola in ghiaia sottile. È una parete e una porta. Continua a dormire. Le foglie si parlano fraterne. Dal cuore alla cima della chioma, stanno iniziando una frase per te.



Franca Mancinelli 3



Intervista a Franca Mancinelli:

La prima cosa che colpisce in questo tuo nuovo libro è la forma, il ritmo narrativo delle sequenze e delle frasi…
È vero, non sono andata a capo. Questi testi vivono in un respiro diverso da quello che genera i versi. L’incontro con il bianco è rimandato, si apre dopo l’ultimo punto fermo. Ma la maggior parte dello spazio di questo Libretto è bianco. I testi sono suoi ospiti. Ciottoli su cui posare un piede, brevi isole in un fiume di silenzio.

C’è un senso di sospensione in "Libretto di transito", come se ogni immagine e vicenda fosse inscritta in qualcosa di non definitivo…
Questo senso di sospensione può provenire dal fatto che tutto il Libretto è sporto verso una possibile metamorfosi che sembra darsi soltanto alla fine, in un sonno che è insieme lotta a occhi chiusi e abbandono a un passaggio dalla forma umana a quella vegetale. Le foglie che alla fine iniziano a parlare, potrebbero essere cresciute dalle gemme che stanno spuntando dal corpo, oppure appartenere a un albero vicino, poco importa. Ciò che sta avvenendo è una sorta di ritorno a un’unità primigenia, a una stazione dell’essere dove la parola è il movimento e il respiro della materia. Una frase sta iniziando proprio alla fine di questo Libretto. È forse quella impronunciabile, che contiene e assorbe tutta l’esistenza di un uomo. Quella che affiora tra labbra chiuse, prima di partire per il grande viaggio.

A differenza di “Pasta madre”, qui le pagine bianche sembrano fare da collegamento tra le sequenze del libro. Quasi a trovare il tempo necessario per costruire una vicinanza. Mi sbaglio?
Credo in realtà che il principio costruttivo di “Pasta madre” e di “Libretto di transito” sia quasi lo stesso. In quest’ultimo è certo più forte il disegno narrativo che lega ogni fotogramma e sequenza. Si tratta comunque di un filo sussultorio, come potrebbe essere nella mente di qualcuno che, viaggiando in treno, guarda il paesaggio fuori e dentro di sé, tra sonno e veglia, schegge di memoria e improvvise prese di coscienza, ombre che ritornano e frantumano.
Per me ogni libro è una casa, e per questo cerco di costruirlo nel modo più saldo possibile. Mentre “Mala kruna”, il mio primo libro, ha seguito la traccia di una storia di formazione, dall’infanzia ai suoi ruderi, da Pasta madre il sentiero si è come cancellato o aperto: non ci sono più sezioni vere e proprie ma soltanto sequenze scandite da pagine bianche. Sono lo spazio della vita che ha generato i versi e in cui i versi ritornano. Un tempo per entrare di nuovo nell’ascolto, con la speranza che l’altro, transitando in queste pagine, possa sentirsi accolto. Da “Pasta madre” fino a questo Libretto, ho continuato a sentire la necessità di pagine bianche, come un ritmo naturale del respiro. Come finestre di una casa che altrimenti sarebbe una prigione o un sepolcro.

Franca Mancinelli 2


Mi sembra che il titolo “Libretto di transito” sia un invito per il lettore a cogliere le piccole cose, quelle veramente importanti che possono dare significato a ogni gesto quotidiano. In questo libro c’è visione e sogno, ma anche tanto desiderio di vivere la vita in tutti i suoi accadimenti, di raccogliere ogni sua minima espressione…
L’esperienza del viaggio è quella in cui più si riconosce la traccia della nostra esistenza. Non dobbiamo dimenticare che siamo di passaggio, per quanto tutto attorno ci porti a credere e desiderare forme stabili e fisse. Questo Libretto, pensato come viatico da portare con sé, è scritto da quella particolare visuale di chi ha fatto i conti con la necessità di una partenza, e dunque con tutte le perdite e gli abbandoni che questa comporta. C’è una legge di povertà, di riduzione all’essenziale, proprio come quando si prepara uno zaino o una valigia. Ogni oggetto trascelto, è custodito per una ragione che ha a che fare con vari ordini di sopravvivenza. Tutto è nell’orizzonte del transito, del grande viaggio compiuto a occhi chiusi, addormentandosi, come in un tempo antico, accanto alle poche cose che hanno fatto la nostra vita e che saranno necessarie per ciò che ci aspetta. Insieme a queste ci sono, altrettanto presenti, quelle perdute che riaffiorano «premendo l’angolo duro della loro assenza», portando dolore e insieme il dono di una visione finalmente nitida, libera di ogni scoria.

In questo libro c’è un tessuto narrativo nel quale brillano alcuni passaggi, quasi come dei veri e propri haiku, che illuminano un percorso di scoperta. Era un’idea di partenza, oppure lo scrivere ha “costruito” questa espressione poetica?
Mi piace molto questa idea di haiku in prosa. La necessità della sintesi e della condensazione è un po’ connaturata al mio respiro, probabilmente per questo istintivo riconoscere la vita nella sua forma transitoria, di soglia. Mentre con la scrittura in versi, negli anni, ho maturato una sorta di familiarità che mi permette di distinguere nel tempo le tracce a cui affidarmi e quelle da lasciare sbiadire, con le parole che continuano oltre l’a capo mi sentivo smarrita, senza bussole, come avessi davvero perso il verso, la direzione. Sembrava che potessi concedermi di camminare, di abbandonarmi ai passi, come avessi conquistato una maggiore libertà. In realtà quei brevi tragitti che compivo ritrovando presto la mia tana nel bianco, erano come al confine del deserto, di una possibilità di essere riassorbiti dal silenzio. Li ho riconosciuti e salvati quando, ritrovandoli a distanza di mesi, mi sono accorta del filo che li teneva uniti, come tessere di un racconto sommerso. Cambiando l’ordine di lettura le tessere illuminavano altri significati. Ho così lavorato affidandomi alla sequenza intera di narrazione, cercando il suo ritmo, che è anche composto di presenze che affiorano e si scorporano, visioni limpide e riflessi.

Ogni pagina è un paesaggio. Questo scrivere è molto pittorico. Cosa lo fa essere così?
La scrittura è traduzione di una visione. Scrivo per conoscere, per vedere nel modo più nitido che mi è concesso. Questo comporta farsi invisibili, abbandonando per un po’ il corpo e l’identità che l’esistenza ci ha assegnato, come un guscio dal quale uscire e ritornare.
La scrittura stessa è un paesaggio nel quale possiamo dimenticarci e perderci. Questo paesaggio è tessuto dalla presenza dell’altro. Senza l’altro non si darebbe nessun paesaggio, nessuno spazio di vita. Nessuna esistenza, nessuna storia. È lui a portare "dettagli e densità", a dare corpo e fondamenta.
Eppure in questo stesso movimento di tessitura della realtà c’è anche quello che può privare della vita, proprio come una tela di ragno. Questo libro attraversa il tema della relazione-inganno e dei “buchi neri” che apre, tra necessità di parola e sua negazione, necessità di vedere e insieme di “nascondere per proseguire”, come sembrano fare gli “adulti”.
Ci sono paesaggi visti come dal finestrino di un treno, in cui posso "chiudere gli occhi e dormire" inseguendo voci e ascoltando il racconto che fanno le cose mentre compaiono. Ci sono contesti urbani, interni domestici, un orto, un giardino, ma sono tutti in qualche modo paesaggi psichici, visti dall’interno, da uno stato di dormiveglia. "Guardo soltanto i fiumi", soltanto la loro direzione certa di senso, mi chiama, “mi sveglia”.




L’autrice:
Franca Mancinelli (Fano, 1981), è autrice di due libri di poesie, “Mala kruna” (Manni, 2007) e “Pasta madre” (con una nota di Milo De Angelis, Nino Aragno, 2013), uscito in anticipazione in “Nuovi poeti italiani 6”, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012).
Una sua silloge è compresa, con introduzione di Antonella Anedda, nel “XIII Quaderno italiano di poesia contemporanea”, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 2017).
Libretto di transito” (Amos edizioni, 2018), tradotto in inglese da John Taylor, è in uscita presso The Bitter Oleander Press (Fayetteville, New York), con il titolo “The Little Book of Passage”.



(Franca Mancinelli “Libretto di transito”, Amos Edizioni, pp.55, 12 euro, 2018)

Tempo presente      --------------------------

L’invito dei segni

Immagine e testo di Laura Medici

viola 3

SALVARE
SALVARSI
SALVARSI SALVANDO!

Storie       -------------------------------

Anche nel posto più sicuro

Quattro racconti

di Ilaria Battista



Ginocchia

Non mi è mai piaciuta l'espressione latte alle ginocchia.
Pensavo fosse una denigrazione femminile via materna.
Viene fuori che parte dalle mucche.
Insomma, mi incazzavo per niente.


Respiro

Non so cosa mi infastidisca di più. ‘Progetti ad ampio respiro’ o ‘gruppi ad hoc’.
Sciatteria verbale più prosopopea più presunzione pseudo intellettuale uguale cocktail micidiale.
Ecco, anche ‘micidiale’ non scherza sulla scala Richter della bruttezza lessicale.
Per non soffocare nella sciatteria verbale una modesta proposta: più dizionari dei sinonimi per tutti.


Porto delle nebbie

Porto delle nebbie. Poetica condizione dell'animo umano.
Anche nel posto più sicuro non sai comunque come muoverti.


Non luogo a procedere
 
Li chiamano in tono dispregiativo non luoghi.
Ma sono gli unici luoghi in cui io mi sento di appartenere
La sala delle partenze di un aeroporto per esempio, cosa c'è' di più vivo della sala delle partenze?
Storie a centinaia, che si siedono una accanto all'altra, continenti che si incrociano, paesi in guerra che non sanno di esserlo al bancone del bar. mi passa lo zucchero Grazie Prego.
Nemici mortali uniti dalla fame in coda al fast food mangiano lo stesso cheeseburger.
I tabelloni delle partenze sono infinite possibilità di casa.
Barcellona h 13.20 Londra h13.40 Tel Aviv h 14.00 New York h 14.30 e in tardo pomeriggio gli Antipodi.
Infinite possibilità di vita volano fuori da queste finestre.
L'aereo come una macchina del tempo che cancella il passato e regala il futuro.
Niente come un non luogo mi fa pensare di poter mettere radici.




L’autrice:
Ilaria Battista è nata a Gorizia dove vive.
Negli ultimi anni ha iniziato a dare spazio alla propria scrittura.
Con la frequentazione del corso di scrittura creativa all’Unitre di Cormòns ha iniziato a pubblicare i propri racconti.
Anche collaborando ai libri di accompagnamento delle mostre del fotografo Dalibor Bednar, “City e Banat”, e del pittore Stefano Marchi, “At home”.
Di recente si è anche avvicinata alla fotografia, soprattutto paesaggistica.

Tempo presente      --------------------------

L’invito dei segni

Immagine e testo di Laura Medici

viola 5

Solo le Maschere
non tollerano le Lacrime

Voce d’autore       --------------------------------

Con la rosa tra le labbra

La poesia di Anna Rizzardi

di Salvatore Cutrupi

Anna Rizzardi


Che il viaggio

che il viaggio
inizi
senza troncamenti
o fraintese stelle perse

tu

soffiami di rosa

sempre
nell’assetto del nostro
passaggio

vertebre al sole
semi nascoste

Leggere il libro di poesie “Con la rosa tra le labbra” di Anna Rizzardi, edito da Luna Nera, vuol dire immergersi in un lirismo tutto da scoprire e assaporare. La sua poesia non ha una strada già tracciata, i suoi passi si muovono su sentieri distinti ma paralleli, perché hanno in comune i respiri della libertà e della bellezza.



Se l’azzurro

sai
quell’ombra sulla schiena
morde
spesso l’apparenza

ambiguamente
il sorridersi
pigramente ancorarsi
al quadro di spine involute

come crederti
ancora
se l’azzurro è sintesi
di un passaggio oltre

è abnorme
la ricchezza
di quel che fu…e lì
sulla schiena si piegano
i rami delle tue labbra
saldate
a nuovi strati di pelle…

Ogni sua poesia è una rinascita, un’alba nuova dove lei, di volta in volta, sceglie i colori da abbinare ai paesaggi del suo poetare. Oltre alla tecnica raffinata, nei suoi versi risalta la presenza di vocaboli forti e vissuti e l’attenzione alla sonorità delle parole:



Nel cuore

nel cuore
non sentirti estraneo

è sfrenata semplicità
abbandonarsi
a una natura segnata
sedersi sotto un albero
o guardarlo
da lontano

impara solo il vento
per soffiare via
un mondo
sempre più povero di segnali
miracoli migranti…

nei boschi di betulle
il sangue scorre
e non è mai
cattiva compagnia

un guardaroba di sogni…



Le poesie di Anna Rizzardi sono un regalo, un dono da tenere a portata di mano, sono liriche da leggere nel lavorio della routine quotidiana, che forse è rassicurante ma che non aggiunge entusiasmo al nostro vivere; quell’entusiasmo e quella libertà di pensiero che invece aleggia nel suo scrivere:



E’ questo il segreto?

vorrei travasare un po’
d’infinito
in questa pelle di vetro…

si può?

lasciami cercare
lo spiraglio
per riacciuffare
una lettera ancora viva
che spieghi
il balbettio senza labbra…
la selezione del presente
il prezzo di una mente
aperta al fiore
…scrivere di cielo senza occhi…
è questo il segreto?

Il linguaggio di Anna Rizzardi è un linguaggio sottile, leggero, che oscilla tra sogno e realtà. È il risultato, direi il frutto, di una lunga meditazione che la sua attitudine ad esplorare il mistero dell’uomo ha trasformato in poesia, dando così una luce nuova e palpitante alle parole.



Nel senso incauto del tempo

lasciami ruzzolare
nel senso incauto del tempo
mentre sfioro i tuoi occhi
e nelle mani langue una tazza amara

la foto ideale
di un sorriso che arriva
inavvertito il passo
che ti tocca i fianchi della mente

voglio raccogliere
quei fiori freschi
cadere nel loro tepore
baciarli
svuotarli

rituffarmi nel dono delle
braccia
colmarmi della lezione
di un sangue irreplicabile
che deglutisce
e rotola nel fiore della
tua bocca

raccolgo le ginocchia e
penso
nel risvolto del mio tronco estivo


Anna Rizzardi


Intervista ad Anna Rizzardi:


Il tuo stile letterario è particolare, direi unico. Da cosa nasce? C’è qualche poeta che può essere un riferimento per questo tuo scrivere, una tua personale ispirazione?
Adoro da sempre una poetessa, a mio parere d’eccezione, Maria Luisa Spaziani, ovvero la “volpe” di montaliana memoria; per la Spaziani l’accadere, il fare Poesia equivale a quell’attimo angelico, non prevedibile, in cui ti sgorga in gola qualcosa di inesprimibile e difficilmente capibile nelle ossa, che vuole urgentemente fuoriuscire.
Altra poetessa che nidifico nel cuore è Emily Dickinson, la Poesia fatta persona, impressionante per la Sua modernità, energia, spiritualità, carnalità.
Sento inoltre estremamente vicina al mio modo di sentire Anais Nin, di cui conservo queste sue parole: “Perché sono troppo viva, troppo traboccante, per vivere ‘tra parentesi’. Ho battuto i piedi per la rabbia e ho pianto; poi mi sono impegnata a cercare un ruolo, un posto per me che richiedesse tutto quello che ho da dare.

Nelle tue poesie parli spesso dei fiori ma l’unico nome che fai (oltre che nel titolo del libro) è quello della rosa. Come mai?
La rosa diventa simbolo del tripudio di essere, di esser-ci …diventa per me parola, essenza indispensabile, avere la rosa tra le labbra è salvezza, purificazione, analisi, introspezione e nel contempo comunione con l’essenza dell’essere umano.

Quando scrivi una poesia, oltre al desiderio di provare un’emozione e di suscitarla anche al lettore, cerchi anche di veicolare un’idea, un significato, un messaggio?
Trovare nelle parole di ogni poeta ciò che ti fa uomo, ciò che ti rivela, riflette, scuote o addolcisce, questo è ciò che da sempre ricerco, sin dalle prime letture dei poeti classici latini e greci, che personalmente adoro, per giungere ai poeti contemporanei che con poche, dense, intensissime parole ti fanno “urto” al cuore. Questo desidero suscitare, smuovere, destare, poesia è per me “un mantra perenne per allacciarmi al cielo con dita di carta”.

Anna Rizzardi

Così come nei versi di quasi tutti i poeti, anche nei tuoi si intravedono storie personali, però mi sembra che nella tua ricerca poetica metti di più in evidenza significati e storie che hanno un respiro universale. È così?
Cerco con delicatezza, “violenza gentile” di sviscerare quello che a mio parere, diventa poi com-partecipazione col mondo, con tutti coloro che concepiscono la Poesia un momento di pelle, carne, ferite, salvezza, gioia, dolore.
Riporto a questo proposito, le parole che sento mie, di Chandra Livia Candiani: “la relazione tra la vita e la poesia è questo gesto caldo, rispetto agli eventi della propria vita, che sa ribattezzarli, rivederli, e forse [la poesia] è anche un luogo dove l’io diventa un noi”.

La poesia, materialmente, è fatta di parole, parole che tutti conosciamo. In questo senso, pensi che si possa studiare ed imparare a fare poesia oppure poeti si nasce?
Si nasce, si sente sin da tempi remoti un vento interiore che ti scuote, una domanda interiore insopprimibile; ecco che in quell’istante in cui ne diventi consapevole, acquisisci la libertà di fuoriuscire da te stesso e scrivere, poesia è ribellione alla bruttezza, all’ignoranza, al buio, a chi vorrebbe far quadrare il cerchio in ogni istante nella sua stolta e perversa perfezione mentale.
Poesia è la vita, non si può racchiudere pertanto in microcircoli che la soffocano, ma è un ponte che si deve costruire con le persone. Insegnando, soprattutto al biennio cerco di instillare questo nei ragazzi, di impostare tale arte-disciplina come volo dell’anima e non come semplice esercizio mnemonico. I miracoli, a volte, si verificano e piccoli poeti fioriscono anche tra le mie mani.

M'incatena la visione fantastica -seria- di pupille che ho della vita, a specchi ellittici diramati, gremiti di mezzi fiori”.




L’autrice:
Anna Rizzardi è nata nel 1973 a Brescia, dove tuttora risiede.
Si è laureata in Lettere presso l’Università Cattolica di Milano, nel luglio del 1997.
È docente di ruolo di Italiano e Latino in un Liceo cittadino.
Nel 2012 ha pubblicato la sua prima raccolta poetica, “Danza di una farfalla” e nel 2013 “Il codice degli occhi”, entrambe con l’Associazione Culturale Luna Nera.
Sue poesie sono state premiate e segnalate in diversi concorsi nazionali di poesia.
Nel febbraio 2015 ha pubblicato la raccolta “Con la rosa tra le labbra”.
Dal luglio del 2014 collabora con il magazine di fotografia on line “The Imaginarium”- “Tribute to Photography” (L'angolo poetico).
Fa inoltre parte del collettivo poetico e culturale Gruppo 77 diretto da Alessandro dall'Olio, un gruppo letterario indipendente, che diffonde la poesia e riunisce chi la ama.


(Anna Rizzardi “Con la rosa tra le labbra”, Luna Nera, pp.107, 10 euro)

Tempo presente      --------------------------

L’invito dei segni

Immagine e testo di Laura Medici

viola 2

È questo, l’unico Sguardo,
Fratello?

Storie       ----------------------------

Chi viene a casa mia

Un racconto

di Roberto Lamantea


Adunque. Ho 93 anni, anche se li porto bene, e non vogliono ancora mandarmi in pensione. Penso, penso, penso. Sono solo come un fiocco di neve che ha sbagliato strada. Sono solo come l'unica goccia di pioggia finita su un petalo di rosa che il vento ha strappato e gettato sull'erba. Bleah, che romanticismo da carrube.

Adunque. Ho 93 anni e vivo da solo. Da tanti anni nessuno viene a trovarmi, a parte elettricisti, idraulici, falegnami, dipintori, onoranze funebri, stiratrici, stirattrici, fatine che rendono casa mia più pulita o profumata, come nei Caroselli degli anni '60.

Adunque. Ho 93 anni e mi domando: ma se uno viene a casa mia conoscendomi appena, che idea si fa di me, di questo stagionato single gentile, romantico, un po' scemo, educato, che fa ancora il baciamano, malinconico come un pianista dell'Ottocento che vive in una soffitta di Parigi e inutilmente offre in lettura i suoi spartiti a impettiti impresari pettoruti baffuti inamidati ministeriali assessoriali?

Che idea si fa di me entrando a casa mia? Entra e subito a sinistra c'è una doppia libreria gonfia di fumetti: in alto Hugo Pratt, Crepax, un po' di Tex. In tutti gli altri scaffali Disney in tutte le misure: albi storici, vecchi e preziosi numeri di "Topolino", le pagine ingiallite di "Minni & Company" o "Almanacco Topolino" (e a vederli mi batte forte il cuore).

A destra foto di gatti. I miei gatti: Roy, Tatina. C'erano quando abitavo dai miei e ogni tanto in città arrivava Francesco Giuseppe, che noi chiamavamo affettuosamente Cecco Beppe e gli offrivamo una ciotola di Clinton.
Non ci sono più, Roy e Tatina, ma nel mio cuore sento ancora le loro fusa.

Ora c'è Ghost, il mio Ghost, il mio amore.

Se vuole, chi viene a casa mia ed entra nelle stanze trova Babele. Inteso come Biblioteca di Babele. Cioè, la mia biblioteca. Adunque. Prima stanza, lo studio centrale, letteratura e filologia italiana, letteratura tedesca, mitteleuropea e angloamericana.

Seconda stanza, secondo studio, letterature francese, spagnola e ispanoamericana, danza, teatro, musica, cinema, natura, opere enciclopediche (tra cui la mia amata "Conoscere", anni '50-'60 del Novecento).

Se ha coraggio, essendo io un noto anziano satiro, entra in camera da letto. Camera da letto? Macchè. Tre librerie: letteratura italiana contemporanea (come in sala), e ... fiabe. Un intero armadio di fiabe. Fiabe disegnate, fiabe sonore. Studi sulla fiaba (Propp...). Boschi di fate. Boschi di foglie. Streghe. Pagine che profumano di carta, colori, acquarelli e parole che non sono parole. Sono farfalle.

Uno entra nella mia camera da letto da single e invece di trovare trappole per jeunes filles en fleur trova fiabe.

Ma figuriamoci se piaccio a qualcuno. Entra in casa mia, vede fumetti e gatti e finisce con le fiabe.

E se si tratta di vecchi libri, dalle pagine ruvide al tatto e dal color ambra, con quei disegni ad acquarello d'altri tempi, il cuore mi batte forte forte forte. Apro un libro a caso e, dimenticato, scivola un biglietto che avevo nascosto tra le pagine tanti anni fa. O un petalo di rosa gialla così antico che sembra seta...

Ma figuriamoci chi mi ci vuole a me mi.
Boh.
Ma chissà chi.




L’autore:
Roberto Lamantea è nato a Padova nel 1955 e ha trascorso infanzia e adolescenza tra il Friuli Venezia Giulia, la Liguria e il Lago Maggiore.
Vive a Mirano. È giornalista, critico letterario e di danza, è redattore della “Nuova di Venezia e Mestre” dal 1989. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche, la più recente è “Delle vocali l’azzurrità” del 2013, per Manni editore.

Tempo presente      --------------------------

L’invito dei segni

Immagine e testo di Laura Medici

viola 6

Poi torni,
Onda di Appartenenza

Voce d’autore        -------------------------

I scarabìs de paés

Andrea Garbin, il paese in dialetto

I dialetti nelle valli del mondo

Presentiamo quattro testi di Andrea Garbin, nel suo dialetto dell’alto mantovano.
Queste sue poesie sono tratte dal progetto “I dialetti nelle valli del mondo”, rassegna itinerante ideata da Rosana Crispim da Costa, che in questi anni sta dando attenzione e promozione alla poesia in dialetto e in lingue non italiane.
Con serate nei teatri e anche con la pubblicazione di due antologie, edite da Pellicano.


I scarabìs de paés

di Andrea Garbin

I
Al mé paés i dìss che l'è nasìt Virgilio
anca se sücür jè mìa isé tant,
góm vìt apó el Bandello
che ‘l gh’ha scriìt Romeo e Giulietta
prìma amò de William Shakespeare,
gh'è stacc i Gonzaga, teologi e maschés,
góm vìt de fa cun i màrtir dè Belfiùr,
gh'è stacc apó i Acerbi: èl prim
l'è ndàt a Capo Nord, l'è stat fat
cónsol dal Metternich, 'l ga girà èl mond;
èl secónd 'l gh'ha fat i sinch dé dè Milà,
'l gh'ha girà cun la camìsa rósa
esnéma a Garibaldi, pò en dé
l'è cascàt dal bàgher, 'l gh'è restàt sténch.
En Castèl i gh'ha cupàt Anselmo Cessi
e ve dìse mìa i nom de chéi
che jè pasàcc en vìsita al paés.
Adés gh'è en sìndich che völ
lasà fa sö öna centràl,
'na mànega dè asesùr che i dìs negót dè mal
ma che i dìs negót dè bu.
Ensóma! Ala fì gh'è tanta zent
che sé dumànda: ma che caso de fì sómi drè a fa?

Al mio paese dicono sia nato Virgilio / anche se non ne sono molto sicuri, / abbiamo avuto il Bandello / che ha scritto Romeo e Giulliatta / prima ancora di William Shakespeare, / ci sono stati i Gonzaga, teologi e marchesi, / abbiamo avuto a che fare con i Martiri di Belfiore, / ci sono stati anche gli Acerbi: il primo / è andato a Capo Nord, è stato fatto / console dal Metternich, ha girato il mondo; / il secondo ha fatto le cinque giornate di Milano, / ha girato con la camicia rossa / insieme a Garibaldi, poi un giorno / è caduto dalla carrozza, ci è rimasto secco. / A Castel Goffredo hanno ucciso Anselmo Cessi / e non vi dico i nomi di tutti quelli / che sono passati in visita al paese. / Adesso c'è un sindaco che vuole / lasciare che si faccia una centrale, / un branco di assessori che non dicono nulla di male / ma che non dicono nulla di buono. / Insomma! Alla fine c'è tanta gente / che si domanda: ma che cazzo di fine stiamo facendo?



II
Branca sö e va cun la tò biciclèta a véder la canpagna
lasa pèrder i calséc, i mür de cimènt dei capanù
desmentega pèr en mumènt che te sét nasìt en paés
tira föra dai öc la fantasia e stritulela pèr bé
perchè l'è lé che te mandét a cagà töt èl paés,
la frenesìa del dé, le us che le gira e la televisiù,
perchè l'è lé, endùe che ghè èl silènsio,
crooa crooa crooa, endùe te sèntet i ròsp fa èl vèrs dèla ràna
perchè l'è lé che te vé föra i sentimènc
te làgrima le burèle dèi öc e te sèntet la brina spisigà i dì
desmentega, perchè ghè niènt che te fa stà seré
come èl crooa crooa crooa dei ròsp èn rìa al fòs.

Prendi su e va con la tua bicicletta a vedere la campagna / lascia perdere le calze, i muri di cemento dei capannoni / dimentica per un momento che sei nato in paese / tira fuori dagli occhi la fantasia e stritolala per bene / perchè è lì che mandi a cagare tutto il paese, / la frenesia del giorno, le voci che girano e la televisione, / perchè è lì, dove c'è il silenzio, / crooa crooa crooa, dove senti i rospi fare il verso della rana / perchè è lì che ti vengon fuori i sentimenti / ti lacrimano gli occhi e senti la brina pizzicare le dita / dimentica, perchè non c'è nulla che ti fa stare sereno / come il crooa crooa crooa dei rospi in riva al fosso.


III
A Castiù ghèra giü che i la ciamàa Nasù Bunumì
l'èra gros cume 'n canù e i la ciapàa per el cülì
ogne ólta che 'l pasàa a cata sö 'l cartù,
i disìa che l'era isé tant gros
che 'l pesàa pü tant dèl'ape cros
endùe töte le òlte 'l cargàa sö 'l cartù,
ma me gó sènper pensàt che i sfigàcc
i era chei che i la ciapàa per èl cülì
perchè ala fì de la sunàda pöde dì che i era 'n pó 'nvidius,
perchè lü 'l giràa cuntent per èl paes a cata sö 'l cartù
metre lur i era sènper sàra i sö
en chél büs de laurà per töt el dé
e i gh'haa mai vìt le bàle de 'ndà per èl paes
a cata sö quàter tòch de cartù.
En bèl dé vularìa pròpia véder
che i du sfigàcc endà en giro a casa de cartù
e chéla ólta che i vedarès pasà da me
per dumandàm na caalàda de cartù
ghe disarès che ghen'ó mìa gna na pèna de nèder
perchè magari i capirès che per argü
l'è pü inpurtànt na möcia de cartù
püttòst che fas le seghe àla finéstra
dè sfrüs en del mócio büs de quàter mür.

A Castiglione c'era uno che lo chiamavano Nasù Bunumì / era grosso come un cannone e lo prendevano in giro / ogni volta che passava a raccogliere il cartone, / dicevano che era così tanto grosso / che pesava tanto più dell'ape cross / su cui tutte le volte caricava il cartone, / ma io ho sempre pensato che gli sfigati / erano quelli che lo prendevano in giro / perché alla fine della suonata posso dire che erano un po' invidiosi, / perché lui girava contento per il paese a raccogliere il cartone / mentre loro erano sempre chiusi su /  in quel buco di lavoro per tutto il giorno / e non hanno mai avuto le palle di andare per il paese / a raccogliere quattro pezzi di cartone; / un bel giorno vorrei proprio vedere / quei due sfigati andare in giro a caccia di cartone / e quella volta che li vedrei passare da me / per domandarmi un mucchio di cartone / gli direi che non ne ho neanche una penna d'anatra / perché magari capirebbero che per qualcuno / è più importante un mucchio di cartone / piuttosto che farsi le seghe alla finestra / di nascosto nel triste buco di quattro mura.


IV
Al'ustarìa de Castèlvèc
Ignazio al urdìna 'na bròca dè cerveza
 l'amìch fido 'l ve dènter cun le quàter sgràfe a fa 'l ca de cös,
nüsü ghè da de mènt, le urécie le se sbàsa,
el tùrna föra a fa du pas.

Al'ustarìa de Castèlvèc
Ignazio al urdìna 'n àtra bròca dè cerveza
l'amìch fido 'l tùrna dènter a fa 'l ca de cös,
la zent la màia e la ciciàra a bóca piéna
nüsü ghè da de mènt,
él tùrna föra a fa i sò quàter pas,
ma chésta ólta 'l sbàsa mìa le urécie.

Amó 'na ólta, 'n del'ustarìa de Castèlvèc
Ignazio al urdìna 'na bròca dè cerveza
l'Angeles la bév, Ricardo 'l bév,
e mé tàche a pensà a cume fa
a mulà la scràgna e 'ndà via drit,
 l'ustéra che la và da 'n tàul a l'àter,
la zent che bév, e i scritùr che i pàrla de scritùr.

Al'ustarìa 'ndu' son sentàt
a 'n cèrt mumènt son dré a pensà
che védi pü 'l mé cunpàgn a quàter sgràfe
fa capulì endù' che ghé la sòlia,
entànt me rìa la quàrta bròca de Cerveza
e me dìse: “cèrt che la sò
l'è pròpia 'na vita de ca".

All'osteria di Castelvecchio / Ignazio ordina una brocca di birra / un amico a quattro zampe entra a curiosare, / nessuno ci fa caso, le sue orecchie si abbassano, / torna fuori a fare due passi. All'osteria di Castelvecchio / Ignazio ordina un'altra brocca di birra / il cane torna dentro a curiosare, / la gente mangia e chiacchiera a bocca piena / ma nessuno lo ascolta, / torna fuori a fare i suoi quattro passi, / ma questa volta non abbassa le orecchie. / Ancora una volta, dentor l'osteria di Castelvecchio / Ignazio ordina una brocca di birra / Angeles beve, Ricardo beve, / e io inizio a pensare a come fare / a lasciare la sedia e andare via dritto, / l'ste che va da un tavolo all'altro, / la gente che beve, e gli scrittori che parlano di scrittori. / All'osteria dove sono seduto / a un certo momento sto pensando / che non vedo più il mio compagno a quattro zampe / fare capolino dove sta la soglia, / intanto mi arriva la quarta brocca di birra / e mi dico: “certo che la sua / è proprio una vita da cani”.



Andrea Garbin 3


Intervista ad Andrea Garbin:

di Xánath Caraza

Cosa significa per te scrivere in dialetto?
Scrivere in dialetto per me significa innanzitutto entrare in una dimensione locale radicalizzata in un territorio ristretto , una dimensione però che non è una limitazione bensì un entrare in un pozzo, in profondità, come per addentrarmi in una crepa all’interno della quale tutto è filtrato con una diversa angolazione rispetto alla visione che si può avere in superficie.
In questa profondità c’è un linguaggio apparentemente antico, che in realtà è qualcosa che muta continuamente , e solo grazie a questo linguaggio mi è possibile entrare in sintonia con alcune situazioni e personaggi di paese, solo col dialetto riesco ad esprimere su carta queste visioni, perché se è vero che in tutti i paesi ci sono dei personaggi archetipi è anche vero che spesso ce ne dimentichiamo, e solo con la lingua dialettale posso rendere più forte queste visioni, e fissarle nella memoria con maggior successo.
Per me che principalmente scrivo in italiano, la poesia dialettale è anche un nodo da sciogliere in una sorta di piana linguistica che non è il suo luogo. E poi c’è il suono, quello è qualcosa di misterioso qualcosa che mi viene di dover indagare, perché il suono del dialetto non è quello che tutti conoscono della lingua italiana, è un suono sconosciuto che solo pochi sanno, e allora io che sono poeta non posso fare a meno di cercarne l’origine, la dimensione.
E poi il dialetto non è la lingua del potere e nemmeno quella della scuola, e siccome io credo fermamente che il poeta debba essere sempre discostato dal potere mi viene per forza di usare anche il dialetto.
Questa cosa la vedo anche come una sorta di ribellione all’omologazione, al globalismo sbagliato, quello che tutto appiattisce. Quindi per me scrivere in dialetto è anche scrivere contro il potere.

Chi è Andrea?
Andrea è una persona che contiene tante persone. É un padre di famiglia. È un lavoratore. È un uomo che ha sempre molte cose da fare e molte idee che gli riempiono la testa. È un bambino che gioca con la poesia. È un lettore vorace. È un bambino che prende anche la poesia sul serio, non sempre però, a volte in superficie, altre in profondità. È un individuo sottomesso alle leggi del capitalismo. È un individuo che cerca la sua libertà. È un individuo che ama viaggiare. È un individuo che ama il suo paese. È un individuo che odia il suo paese. È una persona che crede molto al tempo presente, a ciò che accade nel mondo contemporaneo. È però una persona a cui non piace ciò che accade nel mondo contemporaneo, a cui non piace la direzione che esso ha intrapreso. È una persona che odia i muri e i confini. Ci sono tante cose dentro Andrea, per fortuna. E spero sia così per molti altri individui. Essere vivi credo sia questo.

Come è iniziato il tuo avvicinamento alla letteratura?
Ricordo di avere avuto il primo contatto con il mondo della letteratura all'età di circa sei/sette anni. Quel giorno, come di tanto in tanto accadeva, i miei genitori mi avevano lasciato a casa dei nonni paterni. Vivevano in un appartamento al primo piano a pochi passi dal centro, in prossimità dei giardini pubblici, in una via senza uscita che terminava dove mio nonno curava l'orto.
Posso dire con certezza che tutto nacque nella camera dove spesso dormiva il fratello di mio nonno, quando lasciava Milano per venire a Castel Goffredo.
Accadde lì che un giorno, curiosando negli angoli più nascosti, rinvenni il primo libro di cui abbia memoria. Nella penombra e nel silenzio trovai una copia di “Dalla terra alla luna” di Verne.
Era una copia illustrata con copertina rigida a sfondo bianco. Nel centro era disegnato un razzo colorato, ricordo il rosso il giallo e il blu, rivolto verso una luna disegnata in alto a destra. All'epoca mi piaceva disegnare e non ero ancora attratto dalla lettura, riesco infatti a ricordare le immagini ma non il contenuto del libro. Il ritrovamento di quel libro rivoluzionò i miei pensieri sognanti di bambino. Per la prima volta venni a contatto con uno dei grandi sogni dell'umanità e dei poeti: il desiderio di toccare la luna. Quel libro, che stava lì ad aspettarmi chiuso in un cassetto lontano da tutto il resto, fu un segnale, fu certamente l'inizio del mio pensiero poetico. Pur non rendendomene conto, avevo per la prima volta sperimentato la solitaria curiosità del poeta quando si isola da ciò che lo circonda per ascoltare la propria profondità.

Andrea Garbin 2

Come prende forma la tua creazione poetica?
Non ho regole, ogni volta che scrivo una nuova poesia è un nuovo movimento che si distingue dai precedenti. In passato mi è capitato di prediligere i luoghi aperti, spesso di scrivere immerso nella natura, durante o dopo alcuni viaggi. Era un processo creativo piuttosto libero e spensierato. In seguito mi è capitato di scrivere un libro intero in tre settimane, stando quasi sempre alla mia scrivania. È stato uno scrivere e pensare intensivo. Ora non mi sarebbe possibile adottare questi metodi creativi. Mi sono fatto una famiglia, ho un lavoro, quindi mi sono dovuto riadattare a nuovi ritmi quotidiani e ogni volta cerco di mutarli in funzione del tempo che ho.
Avendo molto da fare nell'arco della giornata, mi sono dato regola di scrivere una sorta di flusso di coscienza ogni giorno per circa un’ora chiudendomi a chiave nello studio per non essere interrotto.
Ha funzionato, è stato un interessante esperimento che mi ha aperto nuove prospettive. Sono riuscito a riprendere e migliorare una percezione che già avevo indagato in passato: la percezione del tempo della scrittura. Condensare tutto ciò che ho da dire in una scrittura veloce, che in realtà veloce non è perché per essere compresa appieno deve essere letta con grande lentezza. Questo mi permette di restringere o dilatare il tempo della scrittura a mio piacimento.

Quando decidi che una tua poesia è pronta per essere letta e pubblicata?
I primi due libri che ho pubblicato hanno subito un editing da parte degli editori. Dopo un po' di anni ho iniziato nei confronti di alcune di quelle poesie a credere che forse l'editing ne aveva migliorato la forma, ma non il contenuto originale. Da allora cerco sempre di scrivere in forma definitiva già alla prima stesura, anche se a volte devo tornare a limare il testo, ma comunque lo faccio.

Quanto c’è di Italia nel tuo scrivere?
Molto, io non ho studiato lettere, ma leggo molto da sempre. Leggo poesia da sempre, quindi qualche influenza l'ho presa. Pasolini, Zanzotto, Montale, Luzi, Leopardi, Pascoli, Loi, sono autori italiani che mi hanno un po' guidato con i loro libri. La geografia e l'arte del mio paese sono altri due aspetti assolutamente unici che in parte forgiano anche la mia creatività. Tuttavia cerco di spingermi molto anche verso culture estere perché penso che oggi sia ridicolo rimanere chiusi solo nella cultura del proprio paese.

Quale pensi sia il tuo ruolo in quanto poeta, e le tue responsabilità?
Credo che i poeti abbiano una grande responsabilità: quella di essere da guida per chi li segue. Questo vuol dire che non è sufficiente scrivere versi. Bisogna anche essere i propri versi, essere ciò che si scrive. Questo vuol dire anche, questa è la mia visione, che oggi i poeti hanno anche il compito e il dovere di discostarsi da ogni sorta di potere restando sempre vicini alle debolezze del mondo. Forse gettare luce sul marcio, nel senso che, sì, abbiamo tanta bellezza ed è bene parlarne, ma è importante anche una luce nel fango che possa risvegliare qualche coscienza.

A cosa stai lavorando ora?
Di tanto in tanto scrivo uno dei miei “Canti di confine”, poesie scritte in endecasillabi che trattano principalmente il tema del ritorno dei fascismi in Europa. (una parte di questo lavoro è stata pubblicata nel volume omonimo, due anni fa – ndr)
Il progetto che però mi sta portando via molto tempo è una raccolta di poesie sul tema della morte. Ci sto lavorando da circa quattro anni.
Perché anni fa ho perso mio padre, mia zia e mia nonna nel giro di tre anni, e a distanza di tempo ho iniziato a pensare che prima o poi avrei dovuto affrontare questo tema. Mi è servito tempo per riuscire ad iniziare, ed ora mi serve ancora tempo per portarlo a termine. Come vedi è molto una questione di tempo, infatti ne parlo molto anche in queste poesie del rapporto tra tempo e morte.

Che consiglio dai a chi vuole iniziare a scrivere poesia?
Ho un solo consiglio che però non è un mio consiglio, ma il testo  di un grande poeta che adoro, Izet Sarajlic, di Sarajevo: “Non abbiate fretta di fare i poeti, ragazzi. / Restate quanto più a lungo possibile nella fase prepoetica. / Essere poeti nella vita non è lo stesso che essere poeti in un racconto. / La poesia, sono le disfatte. / Alla fine, vi aspettano, forse, davvero le rose, / ma per molto tempo – a destra e a sinistra – ci sono le spine. / Per la fama non abbiate fretta, restate invece giovani quanto più a lungo, / e solo quando non ne potrete più, proprio allora nascerà la poesia”.



L’autore:
Andrea Garbin è nato a Desenzano del Garda nel 1976 e vive a Castel Goffredo, in provincia di Mantova. Dal 2007 dirige gli incontri di poesia presso il Caffè Galeter di Montichiari (BS).
È tra i fondatori del Movimento dal sottosuolo, gruppo di poeti, musicisti e teatranti che vive tra Mantova, Brescia e Verona.
Ha pubblicato i libri di poesia "Il senso della musa" e "Lattice" (in parte tradotto e presentato in Irlanda), “Croce del Sud” e la raccolta di haiku “Viaggio di un guerriero senz’arme”.
La sua raccolta poetica più recente è “Canti di confine”, del 2016, pubblicata da Pellicano.
Dirige la collana di poesia “Le zanzare”, per Gilgamesh edizioni.
In ambito teatrale ha collaborato con il Living Theatre e con l’Odin Teatret.

Tempo presente      --------------------------

L’invito dei segni

Immagine e testo di Laura Medici

viola 4

Puoi ripetere per un attimo,
per un solo attimo,
quel tuo sorriso di fiamma coraggiosa?

Intervista a Laura Medici:

di G.F.

In questa selezione dei tuoi lavori emerge il ritratto, sempre luogo dove riconoscere un livido esposto; è un segno del nostro tempo contemporaneo?
Tutta la mia ricerca espressiva (che fondamentalmente ha matrici espressioniste) ha da sempre, come fulcro, la figura umana: il volto, con le espressioni che lo fanno parlare, ed il corpo con i gesti, gli atteggiamenti e le posture che lo modellano. Una sorta di ritratto, effettivamente, ricorre.
Ma è più il ritratto di uno stato d’animo, di un sentire, con/sentire o -  purtroppo- non/sentire, a cui questi volti prestano sembianza.
Da qui l’uso della deformazione, del segno come “livido”, del groviglio dei segni che generano la forma ed il suo innesto di significati. Un ritratto, forse, di una umanità lacerata dalla necessità di risposte, sia in senso collettivo che individuale, e quindi, sì, di un “Sentire del Contemporaneo”.
Il corpo, il volto, faticano maggiormente a trovare questi schermi anche se poi, nella forzatura di trovarli, possono diventare maschere ed armature. Che, appunto, li segnano, illividiscono.

Sembra anche che queste persone siano in cerca di una propria voce, di un possibile ascolto. È così?
Indubbiamente queste figure cercano appassionatamente — e disperatamente — una voce, un contatto, un ascolto. Cercano approdo, riparo, calore… salvezza.
A volte sono interrogate dalla mia voce, dal mio sentire, incitate a fare in modo che il groviglio non si trasformi in sbarre, in un “carcere consenziente”.
Un urlo quindi di sollecitazione alla coscienza ed ai moti del cuore. Ma spesso sono gli affioramenti che emergono dai miei segni e dai miei colori che chiedono di poter urlare, attraverso i veicoli espressivi che posso prestare loro. È così che prendono voce, corpo e sostanza. Mi raccontano storie, pongono moltissime domande. Cercano di rimanere.

Immagini e parole assieme, come mai? Danno la sensazione della volontà di “mettere in scena” un qualcosa…
Unione e consequenzialità di segno grafico e scritto per me non solo sono naturali e spontanee, ma imprescindibili da qualunque messaggio tenti di trasmettere o trattenere.
Insomma, non riesco a disgiungere il segno dal disegno o dalla scrittura (in fondo non è stato così per la nascita della scrittura, nell’infanzia della storia?).
Le suggestioni vengono alimentate dalle mie letture o dai miei “appunti” (non saprei in quale altro modo potrei definire ciò che “ho bisogno” di scrivere) e poi dipanano le immagini ed a esse si intrecciano al punto che spesso scrivo parole sulle immagini (o è addirittura l’infittirsi di segni calligrafici oltre che grafici che crea l’immagine).
Questa sinergia parola/immagine vuole mettere in scena qualcosa? Forse soltanto l’eterno necessario tentativo di SALVARSI attraverso i sentimenti e la comunicazione oltre le gabbie e le scorticature, oltre le maschere e la fatica.

Usi la parola “fratello”, è una richiesta di vicinanza e condivisione?
È vero. Soprattutto in questi miei ultimi lavori le domande sono rivolte ad un ipotetico “fratello”. Un fratello /un essere umano che sembra aver dimenticato, purtroppo, le salvifiche parole chiave: vicinanza, condivisione, con/passione fin dalle relazioni più intime.
E persino, la parola FRATELLANZA, in una sfera collettiva. E qui torna quel tema sulla contemporaneità, l’attualità a cui abbiamo accennato sopra.
In queste ultime settimane, mentre ritoccavo questi volti, mi tornava costantemente il verso di T.S. Eliot da “ritratto di signora” (amo moltissimo, Eliot): “noi siamo veramente al buio”.
Quelle figure devono superare il muro dell’estraneità. Così, la richiesta di vicinanza, diviene invocazione, ma anche proposito, aspirazione.

Da dove vengono questi sguardi? E cosa vorrebbero guardare e vedere?
Questi sguardi vengono dalle sedimentazioni dei tentativi di coloro a cui quegli sguardi appartengono.
Dagli intrecci con altri sguardi che hanno incrociato o che vorrebbero incontrare. Sono domande, e vorrebbero guardare risposte. Vorrebbero vedere che quei tentativi comunque in qualche modo sono serviti, che la memoria è una strada per le risposte. Vorrebbero trovare risposte che raccolgono, accolgono. Vorrebbero vedere abbracci, trovarsi in un abbraccio; essere, alla fine essi stessi, un abbraccio.

Raccontaci della tecnica in questi lavori.
Essenzialmente si tratta di una tecnica mista, prevalentemente su carta e cartone, tela (persino lenzuoli e stracci) che previlegia l’uso di chine ed acquerelli liquidi, acrilici (spesso usati in tonalità pure); pennarelli indelebili ed a vernice, cancellina liquida.
Talvolta con mescolanze di tempere, guazzi, pastelli acquerellabili, a cera ed a olio. Alla fine, in certi casi faccio colare cere colorate di candele, o provoco vere bruciature.
La partenza avviene spesso da macchie casuali che poi guidano ciò che vedo ed intendo far apparire. In base agli effetti che prevedo di ottenere stratifico tramite strappi, tagli, incollaggi, carte già trattate o altri materiali raccogliticci in una composizione solo sommariamente progettata che spesso durante l’elaborazione provocano apparizioni che mi suggeriscono altre soluzioni o autentiche rivelazioni anche per me e l’iniziale progetto.
Le opere qui selezionate hanno le dimensioni di circa 48 x 38. Il “circa” è d’obbligo perché nei miei lavori i margini sono sempre strappati ed irregolari.



L’artista:
Laura Medici è nata a Lugo (RA), si è diplomata al Liceo Artistico Statale “Nervi” di Ravenna e successivamente all’Accademia di Belle Arti di Bologna, corso di Pittura.
Da sempre è interessata alla relazione scrittura-immagine, elabora racconti, poesie, illustrazioni, pitture; una ricerca che viene indagata ed approfondita anche nella realizzazione di libri/ oggetto e libri d’artista a cui particolarmente si è dedicata.
Ha curato la presentazione critica di mostre nell’area regionale ed esposto in mostre collettive e personali nell’area regionale e nazionale.
Attualmente è docente di materie artistiche.
Vive e lavora tra Lugo di Ravenna e Bologna.
Le sue pitture, i libri d’ artista e le installazioni di Laura Medici sono prevalentemente eseguite con tecniche miste (inchiostri, chine, acquerelli liquidi, cere, carboncini, pennarelli acquerellabili, acrilici ecc.) su materiale cartaceo, tele, cartoni e stoffe colorate, macerate e bruciate.

rivista Fare Voci

curata da Giovanni Fierro

collaboratori:
Guido Cupani, Roberto Lamantea, Ilaria Battista
Livio Caruso, Salvatore Cutrupi.