Fare Voci

Settembre 2018


In questo numero c’è la bellezza di constatare
che la poesia è ancora lotta sociale e umana
resistenza. Ce lo racconta la poetessa indiana
Jacinta Kerketta, e la sua raccolta “Brace”.

E l’incontro con lo scrivere di Alexandrina Scoferta,
con il nuovo romanzo di Nicola Skert, con il
raccontarsi di Cristina Micelli e la poesia di
Michele Bellazzini, è una nuova occasione
di fiducia ed avventura.

Che questo mese ha la colonna sonora del nuovo
cd del Bareté Quartet e le immagini di Sabino Donda.

Buona lettura!

Giovanni Fierro

(la nostra mail: farevoci@gmail.com)

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Immagini       -------------------------

Conchiglia gialla

di Sabino Donda

Conchiglia gialla

Tempo presente      ----------------------

Quando la fame diventa fuoco

Jacinta Kerketta, “Brace”

di Giovanni Fierro

Jacinta Kerketta

La poesia come strumento di lotta, le parole come occasione di rivendicazione sociale ed umana. Lo scrivere in versi come luogo del riappropriarsi della memoria, rivendicazione del proprio presente e costruzione di un futuro di dignità e riconoscimento.
È questo ciò che arde nello scrivere di Jacinta Kerketta, e nella sua raccolta, in prima traduzione italiana, a titolo “Brace” edita da Miraggi, nella quale vibrano il dolore e la rabbia delle società tribali.
Jacinta Kerketta, nata in India nel 1983, proviene da un villaggio alla frontiera fra Jharkhan e Orissa, di lingua kuṛukh, ha scelto di scrivere in hindi.
Giornalista freelance, è attivista per i diritti delle comunità Ādivāsī, e il suo scrivere ne testimonia la difficoltà nel sopravvivere nel nostro tempo presente, fatto di soprusi e violenze, corruzione e fame.

“Brace” è composto da quarantuno testi, dove Jacinta Kerketta da subito ritrae un paesaggio che è anche un vissuto interiore: “il cadavere della pioggia/ è stato impiccato/ a un albero./ proprio sopra la foresta/ si radunano per l’abbuffata/ nel cielo piatto gli avvoltoi”.
Quasi un punto di non ritorno, che invece è il presente, il qui e ora di una condizione umana e sociale che nello specifico parla delle comunità ādivāsī, ma che nella sua cruda realtà si rivolge al mondo intero, al presente di tutti, così condizionato da vile economia e persone pronte ad ogni nefandezza nel nome del guadagno.

In queste poesie però si entra anche nell’intimità delle case, ci si confronta fra persone e generazioni, e la Kerketta è abile e coinvolta nel tratteggiare con mirabile precisione quanto sta succedendo, perché “i figli ora orfani fremono/ vedendo germogli di riso crescere/ sulla stufa di coccio ormai spenta da tempo/ nel cortile cosparso di sterco di vacca./ e la sua vedova/ guarda il fondo annerito della pentola del riso/ come se fosse bruciato/ dal fuoco della fame.

Perchè il confronto con le proprie radici è qui sempre vivo, sempre necessario e perenne condizione di spunto e confronto. Anche solo per creare un collegamento con ciò che si è stati, anche solo per chiedere e domandare qualcosa che si può rivelare fondamentale: “le dissi ‘lo vedi?/ qui c’erano i granai dei tuoi antenati’”.
Jacinta Kerketta apre gli occhi e accende lo sguardo, così incisiva nei testi di “Brace” da non rinunciare mai al suo fare chiarezza, al suo cercare la verità, nel suo puntare il dito contro immediate convenienze e facili guadagni.
Come quando scrive “ora in nome del progresso/ si costruiscono strade a quattro, sei corsie/ ma gli operai che lavorano su quelle strade/ non lo sanno/ quante corsie ha la frode del Saranda.

Ma in questo cammino c’è anche il tempo per le piccole cose, preziose e fondamentali.
Per gli attimi che sono un regalo, a cui bisogna sempre dare attenzione.
E allora può bastare l’immagine di quando “proprio da quelle fenditure la luce/ penetra all’interno/ e si sdraia nella stanza silenziosa.
Ma la lotta è sempre un qualcosa di inevitabile, e rinunciarci può portare a condizioni di vita quotidiana che possono essere una resa, fatale e ultima, una sconfitta. Perché succede che “sullo sterile suolo dell’amore/ con la società come testimone/ aveva stretto un legame con il filo della dedizione./ per quella stessa società/ ora continua a custodire in silenzio/ i legami ormai consunti.

“Brace” è un libro che si accende di continuo, che arde di scrittura e impegno civile; un lavoro che dà alla poesia la forza della denuncia, che le affida la responsabilità del dire e dell’indicare.
Jacinta Kerketta tutto questo lo fa in modo intenso e capace di resistenza umana.
Per chi lo legge, queste pagine sono un percorso di formazione, un incontrare la Storia e le storia, è lo stare vicino e in comunanza con altre persone, con la loro vita di ogni giorno.
In ogni sforzo per preservare il passato, per dare dignità al presente e salvare il futuro.
Iniziando magari da una semplice domanda, “qualcuno ha mai chiesto alla Terra/ qual è l’età per essere madre?”.

www.miraggiedizioni.it

Jacinta Kerketta

Intervista a Jacinta Kerketta:

Cosa hai scoperto nello scrivere poesia?
Molto spesso le poesie arrivano alla testa tanto bene quanto al cuore di una persona, e causano reazioni emotive. Questo fa pensare le persone, e le fa riflettere.
Ho iniziato a scrivere per oppormi al processo di distruzione che era in corso della comunità Adivasi, per come lo sentivo io e per come è stato fatto crescere, nel nome dello sviluppo.
La poesia è una modalità di protesta, con tutte le possibilità dello scrivere. Porta il coraggio di parlare chiaramente della verità, e di dirla.
È il mio tentativo di far sentire ciò che si prova nelle comunità Adivasi.

Quale il significato del difendere le tradizioni e la memoria, tue e del tuo popolo?
Le comunità Adivasi hanno sempre lottato contro la schiavitù. Si sono sempre schierate contro quelle forze che volevano trasformare le persone in schiavi.
Le comunità Adivasi hanno spesso pagato il prezzo per questo. Perciò hanno combattuto contro i britannici, contro i grandi proprietari terrieri, e oggi c’è un governo che vuole prendere le risorse naturali dalle loro terre, per darle alle grandi compagnie, senza aver pensato minimamente alle culture, alle lingue e alla dignità del vivere di queste comunità.
Dappertutto in India, la gente sta combattendo contro questo.
Il credo Adivasi dice che su questa terra, assieme agli esseri umani, ogni cosa e ogni forma di vita hanno la stessa importanza, e questo deve essere riconosciuto.
L’uomo non può prendersi tutto, solo per il proprio guadagno e la propria avidità.
Oltre a sé stesso, deve rispettare anche i fiumi, le montagne, le giungle e la vita degli altri esseri.
Questo è il motivo della lotta contro quelle forze che stanno distruggendo la natura nel nome dello sviluppo. Continuano a resistere. E questo appare anche nelle mie poesie.

In che modo sono nate queste poesie? Era un tuo desiderio farne un libro?
Non ho mai pensato ad una raccolta di poesie. Ho solo pensato che le poesie avrebbero trovato la propria via da sé.
Le poesie arrivano tutte da un improvviso luogo che si crea nel profondo del cuore.
Come il flash di un fulmine nel cielo. Per questo uno deve stare sempre all’erta. Così, come quando un soggetto appare, ci devi lavorare sopra immediatamente.
Così succede che alcune volte una poesia mi sveglia nel cuore della notte.
Ho iniziato a scrivere poesie fin da scuola.
Più tardi, quando ho iniziato a lavorare come giornalista, e poi come free lance, e quando ho iniziato a leggere la storia del popolo Adivasi e a capire i loro antenati, allora ho anche iniziato a capire più a fondo la sua società.
Poi, come ho girato nei villaggi e i distretti del mio stato, ho potuto vedere più da vicino la vita e la lotta delle persone. Tutto questo ha poi trovato la propria via nelle mie poesie.
E come gli editori hindi, inglesi, tedeschi e italiani hanno avuto l’interesse a pubblicarle, allora le poesie per conto proprio hanno trovato il pubblico.
La traduttrice italiana, professoressa Alessandra Consolaro, e l’editore Miraggi Edizioni, hanno letto la versione inglese del libro, e hanno voluto pubblicarlo.
L’editore cercava un traduttore, e il traduttore cercava un editore. Un giorno si sono incontrati, e si sono sorpresi del fatto che si stavano cercando. Poi hanno iniziato a lavorarci, e “Brace” è stato pubblicato.

Jacinta Kerketta


Cosa ti sta dando lo scrivere poesia?
Quando lavoravo come giornalista, pensavo a come portare le condizioni di vita delle comunità Adivasi ad un pubblico più ampio. E questo le poesie lo hanno permesso.
Oggi le poesie stanno facendo questo in tutta l’India; ovvero connettere il cuore delle persone ai problemi degli Adivasi, e fargli sentire il loro dolore.
Anche all’estero la gente capisce e sente questo. Le poesie presentano ad un pubblico internazionale le proteste del popolo indigeno, e la loro richiesta di autodeterminazione e dignità di vita. Lo fanno capire alle generazioni più giovani.
La poesia, in questo dare significato alla vita, è stata molto importante per me. Con la missione di scrivere per le persone di cui fare sentire la voce nel mondo.

Il tuo scrivere vive profondamente nel tuo presente. Com’è la tua attuale vita di ogni giorno?
Le mie poesie arrivano dal profondo del tempo presente, e raccontano delle attuali condizioni delle persone. Ma raccontano anche che da tempi lontani i nostri antenati hanno lottato contro queste condizioni. E gli Adivasi chiamano “Hul” questa lotta. E raccontano di quanto “Hul” sia rilevante anche nel tempo presente.
Perché la gente è cambiata, ma i poteri no.
E il fatto che le mie origini siano in una comunità Adivasi spiega perché la mia vita è determinata dalla lotta, che mi aiuta profondamente a capire anche gli altri.
La vita personale e la vita nella società, si sono unite nella poesia e trasformate in una narrazione di lotte di essere umani, non solo delle comunità Adivasi ma di ogni luogo nel mondo.
Che siano la lotta della gente in Africa o del popolo indigeno dell’America Latina e dell’Australia, o delle popolazioni in posti come la Palestina, la Siria, l’Iraq…. che stanno lottando e combattendo per le proprie vite, combattendo contro quei poteri che vogliono riservare tutte le risorse di questa Terra a solo poche persone. Questo è l’opposto della filosofia degli Adivasi. Questo è il perché in India la gente è in lotta.
Questo presente è il tempo presente dell’intero mondo.
 
Cosa ti preoccupa della tua società, ora?
Rimanendo fedele alla filosofia Adivasi, di cui ho raccontato prima, si combatte contro quei poteri che stanno cercando di avere tutto e tutti sotto controllo. In questo credere pongo la mia fiducia.
In questi giorni l’India sta permettendo ad una mentalità fascista di crescere.
Perché vogliono omologare ogni individualità degli Adivas, dei Dalit, dei Musulmani, dei Cristiani; nel loro modo di mangiare, nelle loro relazioni sociali e nei credi religiosi.
Ultimamente è solo un impero Hindu.
E i casi di stupri nei confronti delle donne, e anche dei bambini, sono in aumento.
Tutti questi sono i segni di una mentalità fascista.
Ma per mantenere il desiderio di una vita dignitosa per tutti, il crederci è tenuto ben sveglio dalla vita, dalla lotta e dalla filosofia degli Adivasi, che si oppongono alla distruzione della natura.
Mai arrendersi alla mentalità fascista, ma sempre resistere. Questo è ciò che anche le mie poesie stanno facendo.

(Jacinta Kerketta “Brace” pp. 169, 16 euro, Miraggi 2017)

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Tanti tatuaggi

di Sabino Donda

Tanti tatuaggi

Voce d’autore      -------------------------

Orgasmo

Un racconto

di Alexandrina Scoferta


Prima sono uscita nuda dalla doccia e mi sono osservata. Quando mi guardo allo specchio non mi riconosco mai, faccio molta fatica ad avere un dialogo con me stessa, ad osservare il mio corpo e tanto più a trovarmi bella. Quando non mi vedo mi sento anche affascinante, mi sembra di poter ammaliare con le parole, di poter essere bella usandole, accade anche quando faccio silenzio, basta che non ci sia nessuno riflesso nel quale io possa vedermi.
Quando scorgo il mio riflesso invece sento crescermi dentro un senso di disagio assoluto, sento tutto lo schifo dell'umanità manifestarmisi sul volto, mi vergogno, mi verrebbe da chiedere scusa alle persone che mi stanno guardando, perdonate questo orrore.
Avere un dialogo con la mia immagine, l'immagine di me riflessa allo specchio, le rughe segnate dalla stanchezza, mi mette a disagio, è quasi una tortura, una tortura che piano piano è diventata una droga dolce e dolorosa. Io non mi conosco, conoscermi sembra essere un esercizio militare di perversa violenza. Prima, guardandomi allo specchio, mi sono ricordata della prima volta che ho provato un orgasmo.
Avevo visto una bella donna in un film in bianco e nero che si toccava lì in mezzo alle gambe, andai in bagno e tentai di fare la stessa cosa: misi la mano lì e la mossi. Ad un certo punto sentii salire un piacere, una sensazione, un mondo che non conoscevo e che non riuscivo a controllare, sembrava una sfida, una sfida tra me e questo piacere, dovevo raggiungere il culmine, ce la potevo fare a raggiungere il culmine?
Non sapevo cosa stessi facendo né allora e neppure nelle settimane a seguire, quando provai più volte a rifarlo senza riuscire mai e poi mai a raggiungere lo stesso immenso piacere. Ero triste e arrabbiata con me stessa, mi sentivo come se avessi spezzato un filo, come se io mi fossi fatta sfuggire l'unico vero incontro con me stessa.
Avevo spezzato il filo magnetico che mi separava dal mio corpo e che allo stesso tempo mi attirava ad esso.

Alexandrina Scoferta

l’autrice:
Alexandrina Scoferta è nata in Moldavia nel 1995.
Racconta di essere cresciuta sugli alberi di Cașunca, e che “credevo che parlare fosse qualcosa di spontaneo e semplice, automatico come muovere un braccio o respirare, poi mi hanno portata in Italia dove ho scoperto l'esistenza della lingua. La lingua è stata cattiva con me, l'ho combattuta per tanto tempo e alla fine ha vinto lei, la lingua ha finito per dirmi”.
Vive a Verona dove studia Filosofia.

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Vaso vuoto

di Sabino Donda

Vaso vuoto

Voce d’autore      ---------------------------

Il mondo “Stretto” di Bert

Nicola Skert, il suo nuovo romanzo

di Giovanni Fierro

Nicola Skert

Si legge tutto d’un fiato questo bel romanzo di Nicola Skert.
Perché “Stretto”, questo il suo titolo, è un lavoro che attira il lettore nelle proprie pagine, con un ritmo narrativo vorticoso e sempre ricco di spunti.
E lo scrivere di Nicola Skert si mostra ancor più riuscito e talentuoso, in questo suo percorso letterario che lo sta confermando autore di pregio e rinnovata inventiva.
Il libro narra la storia di Bert, neonato che venendo al mondo scivola in una scarpa del padre, e lì vive fino a quando sarà troppo stretta per rimanerci. E poi la sua crescita, scandita da altre situazioni ‘troppo strette’ in cui poter stare, e da cui scappare.
Così, pagina dopo pagina, Nicola Skert ci porta nella vita di Bert, all’inizio vero e proprio fenomeno da baraccone, con una famiglia in crisi, e con tutte le tappe della sua vita, fino all’età adulta.
Perché da subito Bert si trova in una situazione per nulla ‘normale’, e si deve confrontare con un mondo, e con le persone che lo vivono, che gli sta ‘stretto’.
Così da poter dire, già in giovane età, che “A quel punto avevo già capito tre cose.
Uno. Le persone buone sono la maggior parte, ma meno organizzate delle cattive. Due. Se non puoi proprio scappare da una situazione, allora è meglio far in modo di non esistere. Tre. Non me la ricordo più. Ma sono  sicuro che la vita mi darà tutte le occasioni per rammentarlo.
Questo suo viaggio è anche un’occasione per parlare della nostra società, degli aspetti più critici e delicati.
Dal mondo ospedaliero a quello militare, dal mondo degli affetti alla scuola, dall’amicizia alla necessità del diventare grande, fino all’amore e al viaggiare come occasione di crescita.
Bert è un freak, è un ragazzo che si muove fuori dal coro, a volte nota stonata e altre rarità di pura tensione umana.
E il suo vivere trova spazio ed accoglienza in una famiglia allargata e mescolata, dove le pulsioni sessuali sono un continuo invito alla conoscenza e alla ricerca di un equilibrio umano e civile.
Il ritmo narrativo è la marcia in più di questo lavoro, di questa storia che si racconta e che funziona, che diventa grimaldello per aprire all’attenzione del lettore i tanti paradossi della società in cui siamo immersi.
Nicola Skert con il suo scrivere, e in questo nuovo capitolo intitolato “Stretto”, continua la sua militanza in una sana resistenza narrativa, accesa e intelligente, empatica e mai arresa.
Anche solo per riuscire a scardinare una frase, che appare ingenua e pudica, ma che invece contiene tutta la verità del nostro tempo presente:
 “Allora, facciamo credere a tutti quello che li fa stare meglio.
Da lì in poi è tutto un accadere che si accende.


Stretto


dal libro:

“Certo, c’erano quei due o tre che erano in gamba, ma erano troppo pochi per impedirmi di staccare la spina col mondo e fare un viaggio astrale con la fantasia. Sguardo alla finestra e via! Una singola foglia appesa al ramo poteva diventare argomento di mille avventure.”

*


‘”Suo figlio non è adatto alla vita sociale” esordì.
“Ma ha avuto una nascita difficile” si difese mia madre.
“Ma non per questo deve rendere la vita difficile al prossimo.”
“Il prossimo dovrebbe essere più tenero.”
“Anche il pane è tenero, ma se non si mangia dopo un giorno, diventa duro.”
“E cosa vuol dire?”
“Non lo so, mi sembrava una bella frase. Addio.”’

*


‘”Ci tocca dargli la solita lezione.”
Non mi diceva però a quanto ammontasse il costo di quelle lezioni, che solitamente si pagavano in carne umana, possibilmente fresca e a prezzi da grossista.”

Intervista a Nicola Skert:

Qual è stato lo spunto da cui è nato il libro?
Una mattina mi sveglio e mi gira per la testa la parola "scarpa". Spesso mi capita di scrivere racconti che germogliano da una sola parola, come un seme, così decido di scriverne uno. Solo che poi non smetto più, e così è diventato un romanzo.

Al protagonista ogni situazione ad un certo punto diventa stretta, diventa un luogo da cui uscire. È anche un romanzo sulla necessità di cambiare, di crescere?
Certo, infatti l'ho definito un romanzo di formazione surreale. Tutto nasce da un feto che prende incredibilmente coscienza di sé, già nel grembo della madre. Il mondo là fuori comincia a girare per il verso sbagliato, il futuro padre scappa di casa e la madre comincia a maltrattare sé e il feto che porta in grembo. Così decide la prima di numerose fughe, "evade" dall'utero e finisce casualmente in una scarpa del padre da cui nessuno riesce più a estrarlo. È l'inizio di un percorso formativo dettato dall'istinto di fuga ogni volta in cui Bert inizia a sentirsi "stretto". E in questo periodo storico, forse la migliore strategia è la fuga, piuttosto dell'attacco. Senza la necessità di fuga l'uomo non avrebbe colonizzato il mondo, è una grande forza propulsiva per la crescita e il cambiamento.
 
Il vorticoso vivere di Bert ti dà anche l’occasione per raccontare la nostra società. E su temi come scuola, assistenza medica, mondo militare e conseguenti guerre, il suo sguardo è altamente critico….
È una buona occasione per raccontare, con toni leggeri e umoristici, il mondo visto dall'occhio neutro di chi ha appena fatto il suo ingresso "in società", con tutti i suoi aspetti resi complicati da un'umanità fatta di pulsioni e desideri contrastanti, spesso conflittuali, in cui siamo costretti a crescere e farci largo per poi, come dice Bert, "tutto questo arrovellarsi finisce in un bel niente".

Nicola Skert


Tema centrale è anche la famiglia, di certo non tradizionale. Una famiglia allargata e che si ‘intreccia’, ma che alla fine trova un suo equilibrio, e funziona. È così?
Può funzionare così, se c'è la volontà di trovare soluzioni che travalichino il concetto di famiglia tradizionale, a quanto pare destinata a evolversi in forme di convivenza allargata. Le società cambiano, e così la loro struttura di base, la famiglia. Esistono comunità primitive dove il concetto di famiglia è talmente allargata da comprendere tutti i suoi componenti, dove i bambini vengono accuditi da tutti, nessuno rivendica la loro paternità e non esistono situazioni conflittuali di sorta. Per loro, probabilmente, è inconcepibile una società come la nostra. È una questione culturale, e la nostra cultura a quanto pare spinge in un nuovo modello sociale che può trovare il suo equilibrio.

La struttura del libro, con i suoi tanti capitoli brevi, dà un ottimo ritmo alla narrazione e alla lettura. È stato un punto di partenza, nello scrivere queste pagine?
Certamente. Il protagonista Bert brucia le tappe della vita ancora prima di nascere, era naturale che il ritmo del libro fosse altrettanto bruciante, scandito da capitoli fulminei, densi di eventi eppure fluidi.

Bert, il protagonista, agli occhi degli altri è una sorta di freak, un outsider. C’è bisogno nel nostro presente di figure come lui?
Ora più che mai. La società attuale evolve a tappe forzate ed è difficile starle dietro, ma è anche vero che questo ritmo impone un'omologazione sempre più spinta che mette a dura prova la libertà di espressione individuale, dove è facile sentirsi sempre più "stretti" e sotto pressione. Gli outsider, i freak, interrompono il flusso sociale dominante, impongono interrogativi ai quali qualcuno osa rispondere, generando nuovi modelli di vita che rendono l'umanità ancora un luogo ospitale per quel bistrattato bene immateriale che si chiama anima.


l’autore:
Nicola Skert vive a Pasian di Prato, Udine.
Laureato in biologia, dottore di ricerca, oltre ad alcuni articoli scientifici ha pubblicato “Pus Underground” (Montag Edizioni, 2010), “Racconti PET (Pulp Erotic Trash), vol. 1” (Lettere Animate Edizioni, 2013), “Hitorizumo” (Minerva Edizioni, 2013), “Giallo interiora” (2017).
Suoi racconti sono comparsi nelle antologie “Voglio un racconto spericolato” (Damster Edizioni, 2011) e “Nero 13” (Libra Edizioni, 2012).


(Nicola Skert "Stretto" pp.167  2018)

Immagini       -------------------------

Rose

di Sabino Donda

Rose

Tempo presente      --------------------------

Il passato in movimento

Un incontro con Cristina Micelli

di G.F.

Cristina Micelli

È a dir poco preziosa l’attività culturale di Renato Sclaunich, che dalla sua Bolzano con le proprie Edizioni Scarabocchio sta dando attenzione alla poesia e ai suoi autori.
Motivo particolare per cui parlarne è una serie di interviste, uscite in vari libretti in tiratura limitata; occasione però per l’artista coinvolto di potersi raccontare, di poter dire della propria arte.
Il volume in questione porta il titolo di “Il passato in movimento”, e vede protagonista la poetessa friulana Cristina Micelli.
Residente a Basiliano in provincia di Udine, la Micelli già da tempo è una delle voci più autorevoli del panorama regionale del Friuli Venezia Giulia, con diverse partecipazioni a festival ed incontri a livello nazionale. La sua più recente raccolta è “A chi scorre”, edita da Qudu libri nel 2017.
Ed un piacere attraversare questo dialogo tra lei e Sclaunich, in un raccontare dove può descriversi come “una che si concede di vedere che cosa può succedere.
E anche di sottolineare come “il silenzio è per me uno stato vitale dell’esistenza”; di sicuro un’essenza di cui si nutre il Friuli, se aggiunge poi che qui “c’è la consapevolezza che l’omologazione non sia arrivata ad asfaltarci del tutto”.
E tutto questo volumetto, nelle sue pagine, è un incontro ancora più significativo con lei, con i suoi pensieri e il suo sentire, anche per dire che di Pasolini e Tina Modotti “ammiro il coraggio di restare se stessi pur in condizioni avverse”; e che nella canzone ‘Ovunque proteggi’ di Vinicio Capossela “si parla di ‘incanto’ e ‘grazia’, condizioni in via di estinzione che vanno protette”.
“Il passato in movimento” è quindi questa bella occasione di andare incontro all’essere di Cristina Micelli, come donna e come poetessa, e di come queste due realtà in lei combacino.
Un plauso a Renato Sclaunich, e alle sue Edizioni Scarabocchio, gesto poetico di estrema raffinatezza.

www.renatosclaunich.it



Un inedito di Cristina Micelli:



Ambulatorio

Nel corridoio quelli col foglio in mano
guardano il carrello delle pulizie
le rotelle specialmente, per terra.
Che siano in tanti non lo danno a vedere
di essere lì per quello, davanti
alla porta che chiama per nome.
La stanza la si pensa chiara
con tutto il suo tatto attorno
le tende, la cautela. Come me entrando.

E invece battono sulla tastiera
non guardano in faccia, se non
per un disturbo del desktop.
In tre per dare una diagnosi
per dire non sappiamo. Firmi qui.
Un camice verde vorrebbe
trovare altre parole, ma il verde si inceppa
s’impolvera sulle tapparelle.
Qui al deposito delle scope
c’è troppa gente e troppa roba agli scaffali
non si passa, non se ne esce
pur se da un’eco lontanissima
sento la mia voce dire grazie.

Ambulatorio 106. Il numero sulla porta
imprigiona, marchia il polso
di chi pensa non sia vero.
E a che piano siamo. Quarto, sotterraneo.
Se cado è per l’affanno. Le scale, il marmo
una fila di sedie vuote in un atrio.
Il corpo si piega nella posa di un altro.

E chissà dove avrò parcheggiato.

Immagini       -------------------------

Figura sull’erba

di Sabino Donda

Figura sull'erba

Le altre note      -----------------------------

Il nuovo Mirage del jazz

L’esordio del Bareté Quartet

di G.F.

Bareté Quartet

Un disco molto atteso, perché nato da un premio internazionale importante e perché capace di proporre quattro musicisti al loro meglio, anche in fase di scrittura musicale.
E questo è proprio il caso del cd “Mirage”, primo lavoro del “Bareté Quartet”, progetto jazz formato dai goriziani Pierpaolo Gregorig ai saxofoni e Giampaolo Mrach alla fisarmonica, e dai friulani Alessandro Scolz al pianoforte e Mario Castenetto alle percussioni.
Di questo cd la prima cosa importante da notare è che ben otto pezzi su dieci sono firmati dagli stessi componenti del Bareté Quartet, segno questo del voler trovare una propria ‘voce’, una propria direzione musicale.

L’ascolto del loro lavoro svela tutta una serie di sfumature e corposità che la loro musica ha in dote; una capacità di espressione che, fra ritmo e sospensioni, trova nella vena del jazz nuova spinta e proposta.
Il cd si apre con “Arturo’s tango”, una promessa mantenuta, tra un inizio intimista e un ritmo che poi prende il sopravvento, e il sax avvolgente di Gregorig a dettare il mood. E’ già un classico, firmato da Mrach. “Strada senza ombre” è rarefatta, spezzata a volte, con un gran suonare di sax e pianoforte. Poi arriva “My first song”, un’esplorazione notturna, nella sua fragilità così esposta, ma che poi si invigorisce nell’incedere della fisarmonica di Mrach. Il brio si accende con “Ostinato”, dove le percussioni di Castenetto sono un tappeto che tutto sussulta e coinvolge, il sax di Gregorig si fa febbrile e il ritmo diventa latino. I toni si fanno più rarefatti invece con “Noche y luz”, momento di ispirata poesia di penombra. E introspettivo è “Havana strana”, prima di aprirsi ad una forza di ritmo e crescendo, per poi quietarsi nel mare apparentemente calmo di “Mirage”, dove i quattro trovano una straordinaria voce corale. Con “La valse fou” si fa un giro su di un vero e proprio saliscendi di emozioni, “Paranà” è vigore controllato e la conclusiva “Four rire” è un campionario dell’estro dei quattro musicisti.

Bareté Quartet

Intervista a Giampaolo Mrach:

Da cosa nasce questo progetto, quale l’idea alla base del disco?
Il progetto e l'idea nascono nello stesso giorno in cui siamo riusciti a vincere il Concorso Internazionale di Fisarmonica a Castelfidardo, nella nostra categoria.
Abbiamo constatato che proponendo brani di nostra composizione alla giuria del concorso, questi funzionavano alla grande, e abbiamo avuto la consapevolezza di poter fare qualcosa di più. Appunto in cd.

Ogni composizione come l’avete vissuta, come ha preso forma?

È stata vissuta come ogni occasione in cui qualcosa di nuovo nasce e prende vita.
Poi con l'apporto delle idee di ognuno di noi, i brani hanno preso forma, impiegando tempo per suonarli e risuonarli, stando attenti ad ogni sfumatura.

Questo cd cosa vi ha permesso, come musicisti, di ottenere?
Questo nostro lavoro ci ha permesso di realizzare un progetto musicale con musicisti che suonano con stili diversi, riuscendo ad avere un buon equilibrio sulle strutture dei brani.

La maggior parte sono vostre composizioni, cosa significa questo per voi?
Il fatto di aver composto brani nostri, nasce dall'esigenza di ognuno di noi di tirare fuori ciò che si ha dentro, ciò che si è e si vive, cioè la nostra singola storia.

In studio e poi dal vivo, quali le differenze nel suonare queste composizioni?
Ovviamente la differenza di suonare i brani in studio o dal vivo è evidente.
In studio bisogna essere molto più concentrati e nello stesso tempo forse si pecca di interpretazione.
Dal vivo si è più rilassati e si cerca l'interplay con gli altri componenti.
Infine si riesce a capire se i brani sono graditi o meno dal pubblico.

Qual è il ruolo del jazz nel nostro presente?
Ci sono varie forme di jazz… e penso che nel nostro presente sia la più alta forma di espressione musicale.
Ma ritengo che, anche se si fonda sull' improvvisazione libera, non deve trarre in inganno perché tanto libera non è.
Colui che improvvisa deve far capire al pubblico dove si trova. E quindi la chiave di lettura secondo me è fare sentire, con l'improvvisazione, la struttura armonica e melodica del brano.
In questo modo si facilita chi ascolta.

Immagini       -------------------------

I fiori della mamma

di Sabino Donda

I fiori della mamma

Voce d’autore      ------------------------

Il modo in cui la luce

La poesia di Michele Bellazzini

di Salvatore Cutrupi

Michele Bellazzini

La raccolta poetica di Michele Bellazzini dal titolo ”Il modo in cui la luce”, edizioni Kurumuny, fa parte della Collana “Rosada” diretta da Milena Magnani.
In questa sua raccolta Michele Bellazzini non ci mostra ombre o chiaroscuri ma ci inonda di luce, una luce che sprigiona dalle parole con cui ama riempire i suoi versi.
Sono parole che incontriamo nel mondo vegetale e umano che ci circonda, ma che spesso non attirano l’attenzione di chi ha gli occhi distratti o l’anima addormentata.
Nel libro vengono citati più volte gli alberi, l’erba dei campi, i sassi, i fiori, il bosco e il fiume, alcune di quelle verità cioè che contribuiscono all’equilibrio e all’armonia del creato.
Lo sguardo dell’autore assomiglia a quello di un pittore o di un fotografo che, dopo aver trovato l’oggetto cercato, aspetta il momento propizio per catturarlo, attende che si mostri “nel modo in cui la luce” lo può rendere unico e irripetibile.
La poesia di Michele Bellazzini ci mostra la luce anche dove non si vede direttamente.
Non è forse luce quella che c’è nel sorriso di un bambino o nel verde di un filo d’erba o nella crepa di un muro? È questo il significato che ci vuole lasciare il poeta, ovvero di guardare alle piccole cose perché anche loro hanno una bellezza, la bellezza di chi ha la luce nel proprio essere.
Dopo aver concluso la lettura di questo libro ci si ritrova addosso una piacevole sensazione di purezza, sembra di essere ritornati bambini, di avere riacquistato la propria ingenuità, il candore e lo stupore per le meraviglie della natura, che da adulti spesso dimentichiamo di apprezzare.
Alcune immagini del libro come “la lucertola sussurra il mistero del giardino”, oppure “della nostra ricchezza dovremmo fare un inventario ogni mattina”, impreziosiscono in modo particolare lo scrivere di Bellazzini.
E si muovono dentro un contesto dove il verso diventa un mezzo prezioso per veicolare sentimenti, emozioni e suggestioni che ci accompagneranno nel tempo.

Michele Bellazzini


dal libro:


Poesia di mia madre

Ora, se uno vuol tenere gli occhi
chiusi, ma se li apre
solo il colore del cielo sereno
è proprio bello



La notte dell’otto di luglio

La notte dell’otto di luglio
col vento da oriente
sono spariti i rondoni
di suoni, di grida felici
ci lasciano il vuoto.

Volare attraverso la notte
migliaia di miglia
sul verde appennino, sul mare
su terre moresche
impavidi a quote lunari
con piccole ali.

Io resto
li vedo partire
gli dico buon vento
se tornano
e vanno ogni anno
i rondoni
qualcuno deve pur aspettare.



Calle Arenal

C’è il gran viavai della Domenica
in Caffè Arenal.
Lungo gli ampi bordi, teorie
di artisti di strada
di mendicanti;
un anziano, seduto a terra vende
piccole croci di rosmarino.
Un giovane uomo
osserva la vita accanto
al suo fagotto di stracci
e un pezzo di cartone
con scritto
“chiedo lavoro
chiedo di che mangiare”.
Dei ragazzi gli hanno portato qualcosa
forse un pezzo di torta.
Lui si è alzato in piedi
li guarda, reggendo il piatto
racconta.
Le lacrime gli rompono gli occhi.



Danzare insieme II

Danzare insieme
essere alberi nel vento
isole della corrente
file interminabili di formiche nel tempo
scintille imprendibili
e ciascuno e ciascuna di noi
una forza
un’allegria
un sorriso
un dono di gioia
e poi
ognuno nelle sue scarpe di ogni giorno.



Un uomo gentile

Questa mattina ho incontrato
un uomo gentile.
Si era perso, cercava
qualche museo, forse di storia.
parlava solo portoghese e parlando
cantava.



Una lucciola sola

È venuta una lucciola sola
a dirmi tutta la primavera
una lucciola sola
a dire la bella estate.



Intervista a Michele Bellazzini:


La luce che emana dal tuo scrivere assomiglia a un canto, è una lode del creato. È anche un modo per “proteggere” te stesso dalla conflittualità e dal disordine della vita di tutti i giorni?
Più che dalla conflittualità e dal disordine ritengo che sia importante proteggersi dal rumore. Nel nostro mondo si cerca in ogni modo di occupare il silenzio, il silenzio reale e il silenzio mentale, entrambi essenziali per stare bene. Siamo assediati da apparecchi che ci rovesciano addosso una rappresentazione del mondo di orrore e emergenza, di violenza, anche quando fanno intrattenimento.
Questo ci rende deboli e paurosi. Cerco di attingere la forza dal reale, dalla bellezza, dalla luce attorno a noi. Il mondo è quello che abbiamo sotto ai piedi, è l’albero le cui foglie tremano al vento, la persona che incontriamo per strada. Le nuvole. Nascere e morire: questo è il reale e dobbiamo trarne nutrimento.
Il rumore, come detto, è rappresentazione, è funzionale al controllo sociale. Serve a nascondere i conflitti reali e la loro natura. I conflitti di interessi contrapposti sono del tutto naturali in una società: la civiltà e la politica servono per portarli a una composizione accettabile per tutti, possibilmente la migliore. Aver perso la capacità di vedere e analizzare i conflitti reali è uno dei problemi chiave della nostra società.

In che misura la tua professione di astronomo influenza il tema del tuo poetare e ha di conseguenza creato il titolo del tuo libro?
Mi verrebbe da rispondere: molto poco. Questa risposta è senz’altro vera per quel che riguarda il titolo, che è un verso della poesia “Preghiera di parole” e, in quel contesto, è un elemento di una lista di richieste essenziali per il mantenimento del mondo.
Più in profondità probabilmente una connessione c’è: si tratta sempre di esplorare e rendere onore alla meraviglia, che si tratti di una foglia o di una lontana galassia. Certamente per l’astronomo la luce è materiale assai prezioso, è quello che ci porta notizie dell’Universo da poderose distanze di spazio e di tempo e noi cerchiamo ogni trucco per rilevarne anche la più minuta quantità, contando i fotoni uno per uno, quando è possibile.

C’è qualche poeta che ha, per così dire, tracciato la strada al tuo scrivere?
Ci sono tanti poeti che amo e alcuni li sento particolarmente vicini, uno quasi si vergogna a menzionarli vista la distanza siderale.
Federico Garcia Lorca, Mariangela Gualtieri, Walt Withman, per esempio. Ma in realtà io sono un novizio della poesia, un passante. Ho cominciato a scrivere testi per mia moglie, per i suoi spettacoli di danza. Quando li recitavo avevo un ritorno inaspettato dal pubblico. Il contesto certamente aiutava, ma le persone erano evidentemente toccate.
Milena Magnani, la fondatrice di Rosada, che è una cara amica e spesso era parte del pubblico di quegli spettacoli, mi ha fatto il grande onore di voler pubblicare un po’ delle mie cose nel primo volume della collana.
Leggere poesie in pubblico è sempre emozionante e anche le persone che non praticano la poesia, che non leggono, sono sorprendentemente ricettive, si arrendono al sentimento, al racconto ascoltato tutti assieme, a una liturgia semplice, viva e sincera.

Michele Bellazzini

Nelle tue poesie non c’è buio, non c’è oscurità ma c’è solo luce nonostante nella vita ci siano tante, anzi tantissime ombre. È una tua scelta precisa o è stato un naturale scrivere del tuo fare poesia?
Sono lieto che tu abbia percepito tanta luminosità nei miei testi. Io devo allenare lo sguardo alla bellezza e il cuore alla gioia, è così facile perdere la strada per entrambe!
Questo non significa distogliere gli occhi dal male o non accettare la realtà, ma, come ho detto sopra, l’esatto opposto. Se lascio che il male, che il dolore del mondo occupi interamente il mio orizzonte non sarò più capace di vedere il bene e io non sarò che un morto che cammina.
Tuttavia non credo affatto che nel mio libro manchi il lato doloroso dell’esperienza umana. La morte è un tema che attraversa tutto il volume. La richiesta di aiuto, la preghiera, il dolore sono chiaramente parte del paesaggio. Lo scontrarsi con l’incomprensibile.
Inoltre una delle cinque sezioni in cui è divisa l’opera, “La responsabilità del poeta”, raccoglie poesie di intento esplicitamente politico. Quello che si ritrova sempre, o quasi sempre, è un sincero ed accorato invito a non arrendersi, a non restare schiacciati dall’apparente invincibilità delle forze contrarie.

La parola benedizione compare più volte nei tuoi versi, come se il tuo lavoro e la conseguente tua “vicinanza” al cielo ti facesse pensare che noi mortali abbiamo bisogno di “qualcuno“ che ci protegga e ci benedica. È così?
Tu credi di no? A me sembra che la civiltà umana, l’ecumene, ma anche l’intero pianeta abbia un bisogno disperato di benedizioni, di aiuto, da qualunque parte esso possa arrivare.
Forse ne ha sempre avuto bisogno e noi vediamo come eccezionalmente critica la nostra epoca per effetto di prospettiva. Ma prima di tutto siamo noi che dobbiamo praticare la benedizione: dire il bene alle persone attorno a noi, all’erba, ai corsi d’acqua, alle formiche.
E chiedere la loro benedizione. La mia mente è analitica ed è attratta dai problemi, dagli errori, è naturalmente critica, e questo è bene ma anche male perché il passo da critica a giudizio netto è assai breve, e poi al sarcasmo, alla rabbia, all’invettiva. Cito Bertolt Brecht:

“…Eppure sappiamo:
anche l'odio verso la bassezza
distorce i tratti del viso.
Anche l'ira per le ingiustizie
rende la voce rauca. Ah, noi
che volevamo preparare il terreno per la gentilezza
noi non potevamo essere gentili….”

Benedire ed essere benedetti è forza molto più potente di quel che si creda, siamo solo disabituati a praticarla.
Poi c’è un altro aspetto, forse solo una curiosità, ma io lo trovo importante. Benedire, in qualche modo, è l’attività naturale del poeta. Bene – dire, a cos’altro serve il poeta se non a dire bene cose che sentono anche altri che non hanno il dono o il tempo per dirle “bene”? A dare voce ai sentimenti umani essendo un artigiano di parole?
È una grande gratificazione per me quando qualcuno mi dice “ah, questo che hai scritto è proprio vero, lo ho pensato tante volte, grazie per averlo espresso così chiaramente”.  
Allora sento che anche il mio piccolo canto serve a qualcosa e anche questa è benedizione.


L’autore:
Michele Bellazzini è nato a Santa Margherita Ligure (GE) nel 1966.
Vive da più di trent’anni a Bologna dove lavora come ricercatore all’Osservatorio di Astrofisica e Scienze dello Spazio dell’INAF.
Alcune sue poesie sono raccolte nelle antologie “Parole Sante” (Ed. Kurumuny) e nella rivista Versante Ripido.
Ha partecipato con i suoi testi alla drammaturgia di alcuni spettacoli di danza.


(Michele Bellazzini “Il modo in cui la luce” collana Rosada, ed. Kurumuny, pp.138, 2017)

Immagini       -------------------------

Pianta

di Sabino Donda

Pianta 5

Intervista a Sabino Donda:

di G.F.


Mi sembra che questi lavori parlino del nostro tempo, difficile da trattenere tutto; per cui si riesce a cogliere solo qualche frammento, qualche piccola parte…può essere così?
La mia pittura è istintiva e una lettura del tempo presente può essere solo inconsapevole.
All'inizio mi sono concentrato soprattutto sui ritratti e la figura, poi sono passato ad altri soggetti come le conchiglie, il ricordo di una giornata al mare con mio nipote, che sono diventati un tema per un certo periodo.

I fiori sono il soggetto più comune che fa vivere la tua pittura. Perché questa scelta?
Qualche anno fa, mentre facevo le passeggiate, ho iniziato a fotografare i fiori, soprattutto rose, dei giardini dei vicini. Poi le ho disegnate e dipinte. A volte ho raccolto dei fiori come margherite gialle e girasoli e ho realizzato dei lavori dal vivo.
Il tema dei fiori è proseguito grazie anche al confronto con le curatrici Eva Comuzzi e Orietta Masin a cui mando i lavori appena realizzati, e ha dato origine alla mia ultima mostra “Primavera ho nel cuore”.

Anche la scelta dei colori e della tecnica pittorica, così rarefatti e per nulla pieni e invadenti, danno un senso di fragilità alle tue opere…
Il colore rarefatto è comparso negli ultimi anni disegnando i fiori, in cui la mia tavolozza si è schiarita.
Al contrario di dipinti precedenti come “Uomo tatuato” e “Torso” in cui le figure erano immerse in colori scuri come il blu e il nero.

Questi lavori parlano di solitudine. Ma poi anche la fisicità irrompe, con la presenza di corpi che mostrano il proprio vigore. Anche di desiderio e di contatto… è un bisogno di vicinanza? Un uscire proprio da questa solitudine?
Il tema della solitudine è presente nei miei lavori, come ad esempio nella serie di autoritratti “Io al mare” in cui mi ritraggo da solo nel paesaggio di Sistiana.
Anni fa ho raffigurato corpi sensuali ma anonimi, immersi in un’atmosfera malinconica.
Forse la risposta alla solitudine è fornita da un altro tema importante degli ultimi anni, ovvero i ritratti degli amici che penso di aver trattato per imprimere in un’opera i miei affetti più cari.




L’artista:
Sabino Donda è nato a Palmanova nel 1970 e vive a Cervignano del Friuli (UD).
Ha frequentato a Trieste i corsi di pittura di Ani Tretjak e Leonardo Calvo (1998-99), di ritratto e nudo di Franco Chersicola (1999), e di disegno dal vero, anatomia artistica e storia dell'arte di Paolo Cervi Kervischer (2000-01), del quale ha frequentato anche uno stage (2003). Ha partecipato a diverse mostre collettive.
Sue esposizioni personali:
2018 “Primavera ho nel cuore” a cura di Orietta Masin alla Casa della Musica di Cervignano del Friuli, introduzione del catalogo di Luisa Contin
2017 “Pastelli a creta, pastelli dalla finestra” a cura di Eva Comuzzi al Centro Artistico Culturale ArtPort di Palazzolo dello Stella (UD)
2016 “Dettagli, ritratti, figure e conchiglie” a cura di Orietta Masin ed Eva Comuzzi all'Art Open Space di Gorizia.

Contatti:
tel. 347 8043323
www.facebook.com/sabino.donda
sabino_donda@libero.it

rivista Fare Voci

curata da Giovanni Fierro

collaboratori:

Guido Cupani, Roberto Lamantea, Ilaria Battista
Livio Caruso, Salvatore Cutrupi.