Fare Voci - Novembre 2018

Fare Voci novembre 2018

Il viaggio europeo di questo numero fa tappa
a Riga, in Lettonia, con le poesie di Semën Chanin
e il suo splendido libro “Omissis”, e in Repubblica Ceca,
con le immagini di Martina Malsová.

E c’è anche la voce d’autore di Claudio Grisancich,
con il suo gioiello narrativo “storie de fausta”,
e quella di Laura Di Corcia, con la sua nuova e
importante raccolta poetica “In tutte le direzioni”.

Il tempo presente è indagato e raccontato dagli
scritti di Lussia di Uanis e di Roberto Lamantea.

Buona lettura

Giovanni Fierro


(la nostra mail: farevoci@gmail.com)

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Untitled

di Martina Malsová

Martina Malsová

Voce d’autore       ----------------------------

Perché ho gridato di essere un elettricista

Le poesie di Semën Chanin, ‘Omissis’

di Giovanni Fierro


Semën Chanin

La poesia di Semën Chanin, autore lettone di Riga e di madre lingua russa, è una continua sorpresa. Ogni suo verso apre il momento, crea un varco per entrarci, fa vedere cosa c’è dentro.
Il suo scrivere è un continuo cortocircuito emotivo, è un accadere di immagini, che raccontano e mostrano, costruiscono una narrazione preziosa ed irripetibile.
quando in uno scafandro di pelle molto sensibile/ in condizione di completa assenza di gravità/ stai sdraiato immobile sul divano”, è il punto di partenza, è il dire di dove si sta e di cosa poi si è pronti ad incontrare.
Semën Chanin è spiazzante, rimescola sicurezze e luoghi comuni, si rinnova dal di dentro della scrittura, anche per mettere in evidenza lo smarrimento, quando serve: “qui non ricordo che cosa sia/ meglio che non tocchi”.
Le poesie contenute in “Omissis” hanno la determinazione di spostare la polvere dell’ovvietà, dalle parole, dalle situazioni, dagli sguardi umani che codificano e vogliono ‘capire’ il vivere, la società. I suoi scritti non si accontentano, si mettono in gioco, accendono la miccia.
Perché “il toro esce dalle acque, dal mare del corridoio”, e così Semën Chanin è capace di fare accadere l’impensabile, gli la possibilità di esistere. Una sorta di magia.
In queste pagine l’estro dell’invenzione è ovunque, è la filigrana dell’intero libro, che traccia una mappa significativa del fare poesia di Chanin.
“Omissis” è libro prezioso, da tenere vicino come un prontuario a cui fare riferimento per affrontare il quotidiano.



Fuori luogo e irripetibile, Semën Chanin

di Artis Ostups

Semën Chanin ha dedicato molti anni per trovare un’immagine particolare per sé, quella del melanconico vagabondo nottambulo, che si ritrova in situazioni stranissime, non particolarmente fantasiose (a parte rare eccezioni), ma che si rivelano essere un risultato di incomprensioni, come se qualche dio cattivo e spiritoso gli avesse messo i bastoni fra le ruote della quotidianità.
Si può addirittura pensare che queste incomprensioni siano non già eccezioni, ma una condizione ontologica; questo perché l’incomprensione diventa la base del tutto, delle relazioni interpersonali, della ricezione della realtà circostante e della comprensione di se stessi. Da qui l’indefinitezza. L’incomprensione è già passata, oppure sta passando, oppure sta accucciata dietro l’angolo, suscitando melancolia, agitazione o dubbio.
Chanin però non arriva mai all’eccesso e il suo verso talvolta si fa addirittura allegro. Già, si ha voglia di sorridere, ma al tempo stesso si avverte un grande tragismo, come se la voce di questi versi appartenesse a uno che si è perduto e non abbia via di ritorno, uno, per il quale la salvezza non è il ritrovamento, ma l’essere lasciato in pace in una condizione di solitudine e di indefinitezza.
Forse è per questo che la cosa più evidente è la sua verità, inaccessibile agli altri. Nei versi di Chanin questa prospettiva dell’io narrante offre uno spazio allo sguardo.

Se ammettiamo che, quando osserviamo la nostra vita cerchiamo in maniera più o meno cosciente la possibilità di una narrazione concreta, Chanin si muove in una direzione contraria e si concentra su ciò che è “fuori luogo”, sull’“irripetibile”. Le virgolette sono dettate dal fatto che il corpus dei testi di Chanin mostrano in maniera palese che tutti i momenti “strani” che abbiamo vissuto – per quanto ci siamo sembrati inconcludenti, o slegati gli uni dagli altri – formano la struttura, la base della nostra vita.
Per dirla altrimenti, essi non sono poi tanto strani, strana è piuttosto l’illusione della possibilità di una narrazione armonica. Secondo me Chanin evita coscientemente il pericolo che i suoi versi possano apparire come rappresentazioni di una concezione così antiquata, e quindi Chanin si ferma e non procede oltre, non giunge all’idea del doppio fondo della realtà, non cerca di definirla, di metaforizzarla.
A questo punto sembra che questa suspense esistenziale trovi la propria spiegazione nel coinvolgimento del lettore, in fin dei conti l’autore rimanda all’epilogo non di un avvenimento concreto (come succede nei film dell’orrore), ma di qualcosa di molto più grande, una successione di incomprensioni, che nulla ha di elevato, di mistico o di sacro, ma che trasforma la nostra quotidianità come un esorcismo.

(La traduzione di questo testo in italiano è di Massimo Maurizio, che ha anche tradotto le poesie di Chanin contenute nel suo libro “Omissis”)


Semën Chanin

dal libro:

quando in uno scafandro di pelle molto sensibile
когда в скафандре из очень чувствительной кожи
in condizione di completa assenza di gravità
в состоянии полной невесомости
stai sdraiato immobile sul divano
неподвижно лежишь на диване
e dentro tutto ti si appanna per il respiro
и внутри всё запотевает от твоего дыхания
allora chiudi gli occhi e senti dei canti
закрываешь глаза и слышишь как поют
al di là del fiume, al di là del burrone, al di là del bosco
за рекой, за оврагом, за лесом
come se fossero le molle arrugginite del tuo divano
будто поржавевшие диванные пружины
e aspetti una cosa sola: che insieme
и ждешь только одного: чтобы вместе
a una boccata rapida e profonda nei polmoni
с короткой глубокой затяжкой в легкие
penetri la forza di gravità quasi dimenticata
вошла почти забытая сила тяжести


*


perché ho gridato di essere un elettricista
non sono mica un elettricista io

che cosa mi ha preso

indicavo le prese con le mani
e stringevo il quadro elettrico e abbracciavo il contatore

non ci crede nessuno

ecco i certificati, vedete, ecco i documenti
da tutte le tasche mi spuntano cavi

tacciono e osservano

in cinque minuti vi collego tutte le messe a terra
se incomincio a saldare non mi ferma più nessuno

che razza di gente che siete

scuotono le teste dubbiosi
non ci servi a niente, dicono

ci vorrebbe un elettricista


*


andavo in bici, quella che poi mi avrebbero fregato
con la mia ragazza, quella con cui un anno dopo ci saremmo lasciati
per la via, quella che avrebbero completamente ristrutturata
al caffè, quello l’hanno semplicemente chiuso

spensierati davamo aria ai polmoni e spinte ai pedali

al posto di quel caffè ora c’è una pizzeria
ogni tanto ci faccio addirittura un salto
ordino una pizza ai quattro formaggi
me la portano e i tagli sulla pizza ai formaggi
mi ricordano quella bicicletta, i raggi

ecco, i tagli sui formaggi – la bici, i raggi

ma allora, mentre andavo in bici
con la mia dolcissima ragazza
per quella via che tutti conoscono
al nostro caffè preferito
non pensavo affatto che ogni mia pedalata
contribuiva a spingere questo mondo verso l’entropia e il caos

sebbene la pizza non sia davvero niente male



Semën Chanin


L’autore:
Semën Chanin (Riga 1970) è l’ipostasi poetica di Aleksandr Zapol’, traduttore e divulgatore in lingua russa della poesia lettone.
Semën Chanin ha pubblicato diverse raccolte, ed è autore di performance e installazioni poetiche.
Ha partecipato al festival di poesia di Berlino, alla Biennale di Arte di Venezia e ad altre manifestazioni internazionali.
È fondatore e membro del gruppo poetico Orbita (1999).


(Semën Chanin “Omissis”, Miraggi edizioni 2017, pp. 137, 16 euro)



Artis Ostups è poeta, traduttore e saggista lettone, nato nel 1988.
È direttore della rivista “Punctun”.
Sin dal suo esordio poetico, la raccolta “Comrade Snow/ Biedrs Sniegs” del 2010, la sua poesia è smpre stata accolta in modo entusiasta da critica e pubblico.


Massimo Maurizio è ricercatore universitario al Dipartimento di Lingue e Letterature straniere e Culture moderne all’Università di Torino.

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Dream of the pink Crinoline

di Martina Malsová

Martina Malsová

Tempo presente       -----------------------------

Questione di frequenze

Racconto breve

di Lussia di Uanis

E' sabato mattina, incominciato presto mentre la notte ancora densa abbraccia la luce elettrica in cucina, mentre faccio il caffè. Ritorno a letto. Nella tana, mi avvolgo, leggo un libro, aspetto la pioggia promessa dal meteo, mentre il giorno si affaccia con un muso grigio e pesante.
Sui tetti saltellano i colombi, variegando i marroni muschiati delle tegole oggi privi di luce, leggo di storie balcaniche. La colonia di colombi tace, trattiene il grugolio, aspetta la pioggia. È sabato mattina ed ancora la strada lontana è silenziosa. Poi a un tratto lo scccchhhhhh dell'acqua, come un sussurro nelle orecchie.
Guardo fuori, la pioggia non si vede ma la sento. La sua voce è arrivata prima delle gocce e cerco di capire cosa dice. Va tutto bene, sapore di carpe diem, mi ributto nelle strade gelate del libro mentre la grondaia incomincia a gorgheggiare, guardo fuori, le tegole sono lucide e inizia il canto delle gocce che precipitano tambureggiando dai canali bucati dal tempo tutt'intorno, sugli anfratti nascosti delle case, coperti di cocci.
La pioggia è arrivata. C'è un che di eterno in tutto questo, quel che è stato, è, che sarà. Questione di frequenze.

Lussia di Uanis

l’autrice:
Lussia di Uanis, è uno pseudonimo per Lucia Pinat.
Vive in Friuli Venezia Giulia, a Mortegliano in provincia di Udine.
Ha incominciato a scrivere poesie nel 1993. Anche con collaborazioni con molti musicisti friulani nella ricerca dell'espressione fra poesia e musica (K'Ramar e Eletrike Skeletrike Poetiche).
È stata attiva con diversi progetti nella scuola dell'infanzia e primaria, e sta scrivendo libri per bambini, quasi sempre in Friulano.
Conduce il programma radiofonico "Tutto è Santo", su Radio Onde Furlane.
Ha fatto parte delle Sottane Poetiche (https://www.behance.net/gallery/874196/Catalogo-Sottane-Poetiche).

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I can’t see, I can’t hear

di Martina Malsová

Martina Malsová

Voce d’autore      --------------------------

La giornada iera tanto bela

Claudio Grisancich, “storie de fausta”

di Guido Cupani

Claudio Grisancich

storie de fausta” di Claudio Grisancich è un capolavoro. Se a Natale decidete di regalare un libro di poesia, pensateci. Ha l’ambizione, la necessità e la stranezza delle opere destinate a rimanere, e meriterebbe una tiratura importante (ma è anche bello che esca in una forma preziosa e curata come quella delle edizioni Vita Activa). Ammetto: non conoscevo Grisancich, e ora mi accorgo di quanto mi perdessi:


    come ’desso me vedo in treno noi due quel
    dodici setembre milenovecentocinquantasei
    de sol de bora ciara e ’rivadi de matina ’pena
    fora de la stazion santa lucia el canal grande
    gondole motoscafi vaporeti e là la gente
    che no’ iera! tempo de un cafè su la strada
    nova ierimo ’ndai verso il ponte de le guglie
    e ’pena oltre ciapà a sinistra e fati pochi passi
    dentro per ’na caleta se ierimo trovai nel gheto
    vecio d’i ebrei i tanti ani che volevo vegnirghe
    za de quando nel quarantasete me se iera dito
    uficialmente che gilo fersen diese ani prima
    iera morto combatendo in spagna volevo andar
    anche al cimitero giusto un pensier pe’i sui
    che là riposava la giornada iera tanto bela che
    quel giro de memorie per venezia me gaveva
    messo alegria nella tristeza ’no diverso de cussì
    gilo gaverìa volesto farse ricordar me gaveva dito
    mio marì amerigo la sera in treno co tornavimo
    a trieste tignindome ’na man fra le sue e in tanti
    ani venticinque! de quel nostro matrimonio
    se ierimo dai chissà come quel’unica volta
    un baso vero su la boca


L’idea del poemetto è molto semplice: una donna quasi settantenne gira per Trieste alla ricerca del tessuto per cucire un abito nuziale alla nipote, e mentre passeggia ripensa alla sua vita: gli alti e bassi della carriera di sarta; l’amore, il dolore, il matrimonio; la minaccia del regime e della guerra; il dopoguerra e lo straniamento di fronte a un presente che non si riesce a comprendere… il tutto intervallato da rapidi sguardi sulla città in una mattina di primavera: la città di una vita, sempre diversa e sempre uguale a sé stessa.

L’andamento è naturale, quasi prevedibile. La vita di Fausta è una vita qualsiasi, con i suoi dolori e le sue epifanie, appena rilevati (ma senza enfasi) dalla filigrana della Storia che traspare in controluce. Fausta non ricorda per un pubblico ma per sé stessa. Non ha voglia né bisogno di calcare la mano, di trarre una morale dagli eventi. È per questo che il poemetto è un capolavoro. Perché è vero, ed è onesto: con sé stesso, con i lettori e soprattutto con la sua protagonista.

Ma i termini verità e onestà da soli significano poco. Permettetemi di ridefinirli: è vera un’opera che non si sovrappone alla realtà, ma che diventa realtà; è onesta un’opera che si crede fino in fondo alla materia di cui tratta e non ha bisogno di altri espedienti per arrivare al lettore.
Troppo complicato? Potremmo provare con un esperimento più semplice: chiedere un parere sul libro a un campione di settantenni triestine. Sono sicuro che il responso sarebbe unanime: Fausta è una persona reale, anche se non è mai esistita; le sue storie sono autentiche più di qualsiasi cronaca.

Claudio Grisancich

Il merito è della voce. Grisancich riesce a creare (o meglio a riprodurre) una voce indistinguibile da quelle che si sentono quotidianamente in autobus e in negozio: un discorso che non ha bisogno di essere tradotto in poesia perché è poesia fin dall'origine. La lingua è il dialetto cittadino, ovviamente, ma impiegato come lingua d’uso, non come strumento d’arte; il verso è ricalcato sul respiro del parlato e prende a tratti, curiosamente, il ritmo di un esametro. Anche quello che potrebbe sembrare un espediente stilistico – la rinuncia alla punteggiatura e alle maiuscole; il salto non segnalato da un periodo all’altro, anche all’interno dello stesso verso – è solo un modo di riprodurre il libero andamento del pensiero: un trucco che a cent’anni dai funambolismi Joyciani suona qui leggero e spontaneo. La forma per Grisancich è una lente, che deve aiutare a vedere senza farsi vedere:


    se per cantar no’ iero destinada alora sarìo stada
    sarta de fin assieme a ’n’altra che za gaveva
    un fia’ de clientela me iero pensada fantasia de
    vender de far costumi e quanti mai gavevo fati
    per feste carnevai velioni cavalchine e pe’ i teatri
    che quele sartorie no’ ’rivava de in casa che se
    iera un cameron in via torebianca e putele che
    anca ne ’iutassi gavevimo ciolto pe’i lavori
    ch’ indrioman cresseva un sarto giovine gilo
    fersen zerti oci scuri inteligenti de sbrodolarse
    tute perché no’ se metemo assieme ti alta sartoria
    per signora e mi per omo cussì su tuto un pian
    ai portici de chiozza un atelier gavevimo ’verto
    ancora impresso quel primo giorno i tapi de
    spumante che saltava biceri spanti sui tavoli
    fra l’ingombro d’i lavori de portar ’vanti in quel
    febraio soto carneval del milenovecentotrenta
    cinque e anca quela volta inamorada persa
    senza speranza de un che ’na rachele minzi
    za lo ’spetava

    […]

    ’na piera messa sora cinque ani de guera amerigo
    no iera più tornà in albergo rimasto in quela dita
    de spedizioni fin la pension nel milenovecento
    sessanta e quele matine dopo a no’ dover far
    gnente co ’ndavo in camera sua a darghe aria
    al leto lo trovavo in pigiama sentà su la sponda
    perso a vardar fora de la finestra dovevo sbur-
    tarlo in bagno a lavarse zucarlo perché ’l vegnissi
    a pranzo cussì durà solo do ani un per de giorni
    prima de lassarme te se ricordi a l’hotel de la ville
    el me gaveva domandà uno strano matrimonio el
    nostro gavevo risposto miga tanto voltando via la testa
    perché no’l vedessi che me iero ingropada


Quel che ho detto finora attiene all’ambizione e alla necessità del libro; ma ho parlato anche di stranezza, ed è un aspetto che si può percepire forse soltanto leggendola per intero. Stranezza è ciò che fa di un'opera un unicum, impermeabile alle classificazioni. Le storie non sembrano tanto un romanzo in versi quanto il compendio di un romanzo. Ed è così che la storia di questa donna va raccontata, in retrospettiva: come un lampo di luce che illumina a tratti una stanza buia, prima di spegnersi del tutto. Grisancich crea opportunamente un genere nuovo, che solo quando si sforza di rientrare nella definizione tradizionale, di dare una direzione alla “trama" – penso alla chiusa, vagamente teatrale e forse troppo “spiegata” – mostra una lieve sofferenza. Ma è un difetto che l’opera stessa corregge invitando a un’immediata rilettura.

E la stranezza si estende al significato d'insieme: che senso dobbiamo dare alle storie de Fausta? Sono soltanto una nuova riflessione sul divario fra il singolo e la storia, fra contingente e assoluto, libero arbitrio e ineluttabilità del destino? C’è qualcosa di più, qualcosa che non riesco a verbalizzare ma che esiste a un livello di pura commozione. Credo non si possa chiedere di meglio.



L’autore:
Claudio Grisancich (1939) è il maggior poeta triestino dei nostri giorni. Ha pubblicato in dialetto una quindicina di titoli fra raccolte di poesie e plaquettes.
Vincitore del Premio Biagio Marin (2011) e del Premio Giovanni Pascoli (2012), è l’unico dei poeti in dialetto triestini – con Virgilio Giotti e Carolus Cergoly – a essere presente ne “La poesia in dialetto (dalle origini al ‘900)” per la collana editoriale “I Meridiani”.
È autore di testi teatrali e sceneggiati radiofonici. Nel 2000 il Comune di Trieste gli ha conferito il Sigillo Trecentesco della città.


(Claudio Grisancich “storie de fausta”, pp.75, 12 euro, Vita Activa 2017)

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In Peonies

di Martina Malsová

Martina Malsová

Voce d’autore      ---------------------------

In tutte le direzioni

Laura Di Corcia, di qui e di dove

di Giovanni Fierro

Laura Di Corcia

Sta stare nel mondo di oggi lo scrivere di Laura Di Corcia, e la sua nuova raccolta poetica “In tutte le direzioni” lo dimostra, con determinata personalità.
È un libro che si muove in tre tempi, necessari e capaci di mettere ‘in scena’ le dinamiche in cui siamo immersi, di cui siamo fatti.
E lo sguardo di Laura Di Corcia pone l’attenzione sui temi delle migrazioni, dell’incontro con ciò che è diverso da noi, anche in noi stessi. Per arrivare così a costruire una possibile identità, comunque sempre plurima e mai assecondata da facili risposte.

La prima parte, è un’esplorazione continua e approfondita sui perché e su i come si abbandona un luogo, si abbandona la propria casa, dove non si può più stare,
Partendo dall’inizio, ricordando che “Eravamo gente come voi, forse meno scaltra: / il passato ci cinghiava la schiena.”; e di più l’autrice dà voce a chi voce non ha, anche per dire “Non sai che la storia/ non risolve niente? Partiamo e cerchiamo,/ il dolore non rafforza, ma umilia i piedi”.
In queste prime pagine c’è tutto il dolore che muove una persona a scappare, a cercare un nuovo approdo, una rinnovata possibilità di essere mondo, con dignità.

Il proseguo del libro, nella seconda parte, è una continua ricerca di dialogo. Un ininterrotto ricercare un tu a cui dire e a cui domandare. Anche queste sono pagine intense, scandite da una scrittura che si accende continuamente, che vive di vere e proprie esplosioni di immagini, come “Non chiedi magie alla luna/ ma che riveli un punto di sutura/ fra i cimiteri delle pozzanghere/ e lo sbriciolarsi delle ossa.”; oppure “Non si può rispondere/ al vetro con il sangue/ non agli angoli con le slabbrature”, passaggi che mostrano la preziosa filigrana di cui è fatto l’intero “In tutte le direzioni”.
In questa parte centrale l’Io diventa un Noi, il respiro si allarga, c’è bisogno di uscire da una solitudine che è propria, che è terra d’origine e che si ha bisogno di mettere all’angolo.

Con la terza parte si chiude questa geografia del tempo presente che l’autrice indaga e racconta.
Anche qui il dialogo è importante, è strumento di narrazione. Una giovane coppia, una madre, il coro, un uomo di mezza età, un gruppo di ragazzi e ragazze siriani…. A loro l’autrice affida le parole giuste per mettere in evidenza le crepe del momento storico ed umano che stiamo vivendo.
Si sente l’attrito tra ciò che si è sognato e ciò che si è costretti a vivere, si riconosce l’odore delle cose che non sempre finiscono bene, si toccano le ferite di ogni urto sociale.
E sono le parole pronunciate a rimanere come monito, come indicazione del proprio vivere, a fare le spalle larghe: “E se tu non sai/ non chiedere subito, aspetta./ Sii come la cenere,/ stai immobile e muto,/ lascia sedimentare”.


Laura Di Corcia

Dal libro:

Non un lamento si alzò dal grano
non un picchio spennato.
Rimase tutto immobile come in un dipinto innevato ottocentesco.

Il cielo era stanco, stava muto sugli alberi.

Mia madre si voltò:
aveva i capelli lunghissimi
e sulla bocca una bestemmia bolliva
come un acino d’uva, una serpe.

Le case erano pane scavato dentro
pance di balena, gusci aperti.

Io cercavo il cerchio.


*


a V.F.

Ti immagino da solo
(ti versi un caffè, i biscotti
non ascolti la radio
fa un po’ freddo)
ti immagino da solo
e trema la stanza
tremano i girini
negli stanzini
e il vento ha perso radici.
E siamo alti, aliti
siamo come due satelliti
infilzati dall’universo.
Boccheggiano, ai lati
i mostri della mattina.

Credo che le giornate saranno
più spettrali se non ci passiamo
la carne mentre facciamo l’amore.


*


Madre

Avevamo una casa, una culla
bambino mio, e tu avevi un padre.
Ricordo che ti avvolgevo nelle lenzuola
come se fossi il re di tutte le libellule.
Eravamo immersi nell’aurora
la Siria era uno spicchio di luna
tenera terra da cullare sotto il cuscino
farina spruzzata, infinito campo
di luce e ombra.
Era bello addormentarsi
In quei pomeriggi infiniti
stringersi al petto
le giornate sbiadite.
Io e altre donne siamo partite
dimenticando a casa il cuore e i polsi.
Di tuo padre ricordo
il profumo di muschio unito al sale
la sera in cui mi fece scoprire
spogliandomi
che l’erba tagliata sa di mare.
 

Laura Di Corcia


intervista a Laura Di Corcia:

Mi sembra che l’epicentro di questa tua nuova raccolta sia la paura di non poter più stare “a casa”; sia per chi la deve lasciarla geograficamente, spostandosi da un luogo da cui non si può più rimanere, sia per quel senso di rinuncia a se stessi per come ci si conosceva, per come si aveva percezione di sé, perché qualcosa sta cambiando e richiede una nuova sintonia. Può essere così?
Caro Giovanni, mi pare che tu abbia colto in pieno il senso del libro, che tenta di dare forma allo spaesamento. Lasciare la propria terra significa dover ricostruire anche un’identità, un nuovo linguaggio. Uno sforzo che non riguarda solo i migranti, ma tutti noi, in eterno viaggio, in perenne esilio; noi stessi dobbiamo cercare di venire a patti prima di tutto con lo straniero che prende forma davanti ai nostri occhi. Come dicevo a Pordenone, in occasione della prima presentazione del libro alla quale eri presente (festival Pordenonelegge, a fine settembre – ndr), non sappiamo perché prendiamo determinate scelte, perché agiamo in un certo modo e non in un altro. A posteriori, spesso noi stessi siamo stupiti dai nostri comportamenti. È come se uno straniero abitasse dentro di noi e agisse al nostro posto. Ecco perché, forse, il migrante fa tanta paura: perché ci riguarda, è il nostro simile-dissimile, quello che sostanzia la nostra esperienza di esseri umani, da sempre in esilio, alla ricerca di una relazione con il mondo diretta, non mediata, forse pre-linguistica, e in cambiamento continuo, perché non siamo monadi precostituite, ma ci relazioniamo con una realtà che ci struttura portandoci a rinegoziare ogni volta le nostre identità.

E in questo “mettersi in gioco” anche la tua scrittura non è rimasta ferma. Si avverte una nuova necessità di portarla all’intensità di ciò che scrivi…
La mia scrittura è cambiata, come giustamente fai notare. Rispetto a “Epica dello spreco” ho trovato nella terzina il modulo giusto per raccontare o evocare questo spaesamento, giocando tutto a livello antifrastico, ovviamente, perché questo spaesamento, appunto, prevederebbe un’immediata traduzione nel verso sbrigliato, sciolto, libero.
È quello che ho fatto in molti testi di “Epica dello spreco” e quello che ho fatto nella seconda parte del libro, nel poemetto “Qui”. Ma in questo libro sentivo la necessità di dare forma, di intervenire per frenare la voce, modularla in un sistema più composto. Anche il poemetto, in fondo, dove il verso “corre”, possiede una dinamicità maggiore, è organizzato in parti con titoli.
Forse questa è una prima risposta all’informe, il tentativo di abbozzare delle forme che però non devono mai frustrare eccessivamente il contenuto e la naturalezza del respiro, altrimenti lo schema prevale e la vitalità del verso scema.

Nella prima parte si respira anche una dimensione teatrale, di messa in scena, per preparare il luogo dove tutto accade, il contenitore in cui riconoscere storie e presenze. È stato un primo passo necessario o cos’altro?
Questo è vero. La mia poesia si confronta con il teatro, non foss’altro che me ne occupo dagli anni dell’Università. Il teatro, il dialogo, è la prima forma di contatto con il mondo. Quando vogliamo uscire dal legame simbiotico con la madre, mettiamo in scena una sorta di piccolo dramma dove interpretiamo i vari personaggi – il bambino abbandonato, la madre cattiva, la madre che poi accoglie e consola.
Lo osservava Freud guardando il nipotino che giocava con il rocchetto: credo che le sue annotazioni siano ancora valide.

Laura Di Corcia

La seconda parte mette in evidenza una continua originale accensione di immagini, che sono anche significato ed accadimento. Penso ad un passaggio come “Non si può rispondere/ al vetro con il sangue/ non agli angoli con le slabbrature”. Ha un che di pittorico, quasi…. Tutto questo era già un punto di partenza, o si è svelato nello scrivere il libro?
Le immagini cercano in questo caso di tradurre quel legame invisibile che esiste fra le cose e che il pittore nella sua tela palesa. Quando guardiamo un quadro, usciamo dal sistema di riferimenti che vuole un effetto legato alla sua causa, la natura delle cose si rivela come un insieme di legami densi, profondi, quasi vischiosi. Credo che queste presenze mute debbano popolare anche il testo poetico.

“In tutte le direzioni” è anche un indagare il nostro tempo, la nostra società, nel senso più ampio possibile. Da cosa è nato questo desiderio?
In realtà, più che di un desiderio, si tratta di una necessità. Viviamo un tempo senza forme, slabbrato, sconnesso e ferito da questa evidenza: l’Occidente ha sbagliato, ha fallito, non ha mantenuto le promesse. Mi chiedo come si possa, a questo punto scrivere una poesia che non tenga conto di questo sfondo che ci fonda e ci costituisce, superando anche le paure e gli imbarazzi secondo i quali il linguaggio non può dire il trauma. Io credo che servano invece parole, parole per dire il trauma, anche per coprirlo e lenirne le particelle più dolorose, parole che escano dal perimetro di quello che si dice/si sente, parole da donare agli ultimi e alle ultime, ai dimenticati della Storia, affinché escano dall’afasia che costituisce il loro essere vittime.

Nel tuo scrivere c’è un ‘noi’ che piano piano si fa sempre più forte e coinvolgente, che sembra quasi assorbire l’”io”, e nutrirsene. Cosa ne puoi dire a riguardo?
Credo che sia fisiologico per la scrittura oscillare dall’io al noi, al di là dei preconcetti e delle scuole di pensiero.
L’io e il mondo nascono insieme, senza un “io” non esiste nemmeno un “non-io”: non c’è modo per oggettivizzare questa realtà alla quale accediamo solo per il tramite della nostra soggettività. “Io” e “noi” non sono separati come pensiamo, ma fondano insieme uno spazio in cui ogni volta ritagliare l’identità, definirla per poi riperderla e ritrattarla.

Tutto il percorso del libro porta, pagina dopo pagina, alla terza parte. Dove evidenti sono le crepe del vivere, intimo e sociale, dove un senso di resa si fa pesante e soffocante. E non a caso è dedicato a voci e presenze dalla Siria. Come mai?
Questa parte completa un percorso anche diacronico, se vogliamo, che parte da un passato mitico, quello degli Argonauti citati nella prima poesia, passa attraverso il passato prossimo dell’emigrazione italiana in America per arrivare al dramma degli sbarchi cui assistiamo inerti. La Siria, come tutto il Medio Oriente, esercita un particolare fascino su di me. Lì, in Mesopotamia, è nato tutto, compresa la scrittura. Basti dire questo.  




L’autrice:
Laura Di Corcia è nata a Mendrisio nel 1982, si è laureata in Lettere Moderne all'Università di Milano.
Dopo esperienze a Berlino e a Los Angeles è ritornata nella Svizzera italiana, dove collabora con diverse testate in qualità di giornalista culturale, occupandosi principalmente di letteratura, teatroe servizi di approfondimento.
Ha pubblicato la raccolta di poesie “Epica dello spreco” (Dot.com Press, 2015) e la biografia in forma d'intervista “Vita quasi vera di Giancarlo Majorino” (La Vita Felice, 2014)


(Laura Di Corcia “In tutte le direzioni”, LietoColle e Pordenonelegge, pp. 71, 13 euro)

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di Martina Malsová

Martina Malsová

Tempo presente      -------------------------

Lo scrivere dei libri

Un racconto

di Roberto Lamantea


I libri, come noi, invecchiano. La nostra pelle si assottiglia, diventa carta; gli occhi azzurri di un'anziana donna, più dei suoi occhi di cielo da ragazza, sono più chiari e hanno lontananze: la lontananza della storia, ricordi, ma anche l'infinito del cielo e del mare. È come se, da vecchi, fossimo amici del tempo, non temessimo più la sua tirannia, non avessimo paura della sua ineluttabilità che cancella parte dei nostri progetti e sogni. La dolcezza nello sguardo di certi anziani - donne, soprattutto - una contadina o una scrittrice, ci fa capire che anche il dolore, alla fine, si arrende: siamo più forti perché alla fine il dolore diventa coscienza, consapevolezza, amara ma tenerissima lucidità. E infine amore.

Mi ricordo mia madre, nel giugno dell'anno scorso, nel suo letto in casa di riposo. Era mattina. Con le braccia magrissime e blu per tante ecchimosi, le sue mani senza forza hanno preso con delicatezza le mie e con un filo di voce, con gli occhi che imploravano, che sembravano bevessero l'aria, mi ha detto: ti voglio bene Roberto, Roberto, Roberto, ti voglio bene, ti voglio bene Roberto.
In quel momento ho capito che era l'ultima volta che la vedevo. Alle tre di notte mi ha telefonato mia sorella. Mamma non c'era più.

Ma quel suo viso arreso, implorante, disperato e dolcissimo, luce di un corpo martoriato, scavato, violato, aveva tutta la storia della sua vita, e della mia, di vita, e gli anni in Friuli, e la Liguria, l'approdo a Mirano, le case, le litigate, le delusioni che le ho dato, l'amore che ci siamo dati.

Aveva il viso di carta, pallido, il rosa della vita era al di là del cielo.

Così i vecchi libri non sono più la storia che raccontano, la danza delle parole e della scrittura, sono la loro storia, le pagine sfogliate, le dita e gli occhi dei lettori, i luoghi che li hanno accolti, il caldo e il freddo. I vecchi libri si caricano di ricordi e lo sanno, i vecchi libri, di essere diventati ricordi.
Anche se lo sfoglio oggi, il libro che bambino tremante per l'emozione - nella mia famiglia povera poter comprare un nuovo libro era una conquista, forse per questo oggi sono bulimico di carta stampata - tenevo in mano, sfogliavo, annusavo, ammiravo la copertina, fantasticavo sul frontespizio o sulle illustrazioni (disegni, incisioni, acquarelli), quel libro invecchiato con me ha vissuto con me lo scorrere dei giorni e delle notti, con me ha cambiato casa e città, si è accoccolato su altri scaffali, è diventato amico del legno e della stanza e del loro silenzio.

E quelle macchie sulla carta, le pagine, il taglio dei volumi, sono come le macchie sulla nostra pelle, le ha disegnate, dipinte, scolpite il tempo, il sommo artista che cambia i colori delle cose e regala nuovi odori, l'odore del silenzio. I libri sono vivi.


Roberto Lamantea

L'autore:
Roberto Lamantea è nato a Padova nel 1955, ha trascorso infanzia e adolescenza tra il Friuli Venezia Giulia, la Liguria e il Lago Maggiore.
Vive a Mirano. È giornalista, critico letterario e di danza. Dal 1989 è redattore della “Nuova di Venezia e Mestre”.
Ha pubblicato diverse raccolte poetiche, la più recente è ''Delle vocali l'azzurrità'', edita da Manni, nel 2013.

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di Martina Malsová

Martina Malsová

Intervista a Martina Malsová:

Qual è la differenza, per te, del fare foto in bianco e nero o a colori? C’è qualcosa che ti fa decidere in un senso o nell’altro?
Dipende. Alcune volte so già se la foto sarà in bianco e nero o a colori. L’essenza è seguire il mio sentire. E come decido di ciò che accade in una foto? Anche questo riguarda il mio sentire. Fotografo tutto ciò che mi sembra in qualche modo interessante. Soprattutto osservo. Non cerco un preciso scatto. Non sono una cacciatrice di scatti perfetti. Tutto succede naturalmente.

Nei tuoi scatti raramente ci sono presenze umane, come mai?
La ragione principale è la mia timidezza. Ammiro i fotografi che sono capaci di avvicinarsi ad una persona e fotografarla in un modo che possa rivelarne una sorta di valore.

Le tue foto danno sempre l’impressione che ci sia qualcosa di nascosto, che ha bisogno di salire in superficie, di mostrarsi. Una sorta di profonda tensione vitale….
Sì, può essere. Ogni lavoro artistico riflette il suo autore. E l’osservatore riflette sé stesso, nel come lui vede il valore del lavoro artistico.

Nei tuoi lavori c’è un’incessante ricerca delle forme, che conduce a qualcosa che ha a che fare con l’astratto…  cosa ne pensi?
Si, hai ragione. Faccio astratto. Alcune volte faccio una foto di un oggetto, come una casa o un ramo di un albero, ed è quello, nient’altro. Ma alcune volte ho la sensazione che con una precisa foto ho da lavorarci di più. Come ho detto prima, i sentimenti sono l’essenza primaria del mio lavoro.

E la natura è sempre molto presente….
La più grande fonte di ispirazione è la natura. Siamo tutti parte di essa, non puoi scapparne.
Nascita e morte, l’infinito circolo della vita.

In che modo consideri le tue foto come un lavoro sul nostro tempo presente? Quale la tua ricerca, foto dopo foto?
Non cerco né provo a trovare nulla. Faccio semplicemente foto. Niente di più. Il mio lavoro non mira a cambiare qualcosa, e se è così, non ne è la intenzione principale. Lo faccio per me stessa. L’oggi è il tempo dell’arte. Siamo congestionati in esso. Sono sempre contenta quando a qualcuno piacciono le mie foto.

Martina Malsová

L’autrice:
Martina Malsová è nata nel 1962 a Telc, una bellissima storica città della Repubblica Ceca.
Dopo le scuole superiori si è trasferita a Praga, dove ha concluso gli studi ed ha iniziato a lavorare.
Si è sposata ed ha avuto due figli, ora adulti. La fotografia è la sua passione.

rivista Fare Voci

curata da Giovanni Fierro

collaboratori:
Guido Cupani, Roberto Lamantea, Ilaria Battista
Livio Caruso, Salvatore Cutrupi.