Fare Voci - Luglio - Agosto 2017

  

Il numero estivo è qui.
Ricco di spunti da leggere e con cui confrontarsi.
La voce d’autore inizia con un importante testo
del poeta austriaco Hans Raimund, per poi
continuare con lo scrivere di Roberto Lamantea
e il fare poesia di Giovanna Iorio.
Le altre note sono quelle del combatfolk dei Rive no Tocje.
E spazio alla pittura e alla scultura con Paolo Figar.

Buona lettura

Giovanni Fierro

(la nostra mail: farevoci@gmail.com)
 

 

 

 

 

 

 

Pittura e scultura -----------------------------

La scienza dell’inesatto

Il fare arte di Paolo Figar

 

 

Paolo Figar

 

 

 

 

 

 

 

Voce d’autore ---------------------------------

Choral Variationen

La poesia di Hans Raimund

 

di Giovanni Fierro

 

 

Hans Raimund

 

Primo passo
Hans Raimund è una voce importante nel panorama culturale europeo.
Il suo scrivere crea delle situazioni con cui confrontarsi, delle riflessioni dove la poesia diventa lo strumento
per studiare la presenza umana. Nella nostra società ma anche nel semplice, e arduo, stare con se stessa.
Così scrive in “Das Raue in mir”, datato 2001:
Più che i motivi mi interessano le conseguenze: non il perché qualcosa è così com’è, ma che cosa comporta
qualcosa che è così, e non differente
”.
A cui si aggiunge che “la mia scrittura è dominata da un impulso: quello musicale”.
Perché Hans Raimund è stato docente di musica, e di tedesco, allo United College of Atlantic a Duino, vicino
a Trieste. Un’attività importante di Raimund è anche l’essere traduttore. Questo aggiunge ulteriore
spessore al suo scrivere, già così intenso nel suo significato e nella musicalità che gli aggiunge respiro.
La poesia di Raimund diventa per il lettore esperienza diretta, perché si muove contemporaneamente
su più livelli, facendo dell’ascolto una nuova possibilità di attenzione.

Quale scrivere
Raimund ha vissuto in Italia per tredici anni, a partire dal 1984, e a Duino ritorna spesso, con molto piacere.
Per lui il viaggiare ha una connotazione particolare: “Preferisco gironzolare, passeggiare senza meta, senza
programmi, per giorni interi, guardo la gente nelle strade, li osservo mentre vivono, mangiano, bevono,
parlano, guardano, assaggio quello che mangiano e bevono, parlo con loro, li ascolto….
In breve, cerco – non sempre con successo – di immedesimarmi a modo mio nello spirito di un luogo e dei
suoi abitanti
”.
E questo suo ‘sentire’ le persone e i luoghi è anche la forza della sua poesia. Perché il suo scrivere, attraverso
i suoi testi, non è mai un semplice descrivere, ma un dire e un mostrare, un far vivere in prima persona
l’essenza di ciò che fissa sulla pagina, che pone all’attenzione e mette a fuoco.

Il testo
Choral Variationen” che qui presentiamo, è un testo inedito in Italia che gentilmente Hans Raimund ha
affidato a Fare Voci, e finito di scrivere nel giugno del 2011.
Un testo dove forte è la tensione che nasce nel volersi fare ascoltare, dove la voce del protagonista si sforza
e si dispera, non accetta la resa al silenzio e continua a raccontare, ma si rende ben conto che “da tempo si
è/ abituato al fatto che ciò che dice si spegne nello spazio/ si schianta sui muri che lui stesso intorno a sé
ha costruito”
.
E forse in questo passaggio Raimund ci richiama alla nostra responsabilità, a quella di rimanere e difendere
un campo aperto, libero da limitazioni, che nel nostro presente troviamo sempre più messo a rischio da
muri fisici, mentali e simbolici.
E l’invito anche in questo caso è all’incontro, perché sennò domandarsi “Hai mai nella realtà incontrato un
cuore?
”. La realtà, eccola qui, essenza di cui scappare, da sostituire con altri luoghi molto social ma molto
impalpabili. Questo ci viene, in un modo o nell’altro, detto ed indicato oggi.
Ma è invece la realtà da difendere da ogni attacco che ne vuole lo svuotamento e lo svilimento, e che ha
bisogno sempre più di una presenza che si dica umana.
Choral Variationen” è parlare e ascoltare, è esercitare questo desiderio e questa necessità, e nel farlo
pone ogni domanda in merito; si chiede quanto sia ancora possibile, in che modo lo si può ancora fare,
e se c’è ancora qualcuno disposto ad ascoltare.
Questo testo di Raimund non sta mai fermo, ad ogni lettura svela un significato, rivela un suono e un ritmo.
Perché ha la personalità del monologo e l’autorevolezza di un assolo, perché non si fa ingabbiare in una
certezza da unico significato ma ne contiene diversi. Perché, semplicemente, è la fiducia di un poeta alle
proprie parole e al proprio dire.
Assoluto valore da difendere e da far circolare. Con il piacere di una stretta di mano, con il coraggio di
una verità.
 

 

Hans Raimund

 

 

il testo:

C H O R A L  V A R I A T I O N E N



                                     NORBERT RUPP gedenkend


(traduzione in italiano di Augusto Debove)

 

 

 

                                                          Ich fürchte nicht
                                                          Der Füchse Fluch
                                                          Solange ich
                                                          In Unschuld bade
                                                          Für das was ich nicht tue
                                                          Stehe ich gerade


ZU LANGE SCHON HÖRT NIEMAND WAS
ER SAGT... UND WENN ER SCHRIEE! SCHRIEE!

HAT WOLLEN HERZEN ZÄHMEN SO WIE LÖWEN
HAT UNGEZÄHMT SIE VON SICH FORTGESCHEUCHT

IN SEINEM REDEN VIEL ZU VIEL GEBÄRDE
BEFINDEN DIE DES MASSES STÄBE SETZENDEN

HAT MIT SICH SELBST NICHT SCHRITT GEHALTEN
HAT SELBER SICH ZU OFT DAS BEIN GESTELLT

IST IMMER WIEDER GEGEN SICH SELBER EINGESCHRITTEN
STOCKTAUB FÜR JEDEN RAT : „MACH SCHLUSS! SO

GIB ES DOCH AUF! PROBIER EINMAL WAS ANDERES! :
MIETHLING  TAGEWÄHLER  FEDERLESER...

UND DOCH WAR ER ES  DER EINST SAGTE :
„DIE RÄUDIGEN KAMELE HALTEN STILL...?“

EIN SCHÖNER SATZ AUS EINER FERNEN ZEIT
DOCH NUR DIE HALBSCHEID  SO WIE IMMER



                                                          Della volpe non temo
                                                          La maledizione
                                                          Finché io sguazzo
                                                          Nell’innocenza
                                                          Di ciò che non faccio
                                                          Io rispondo


DA TROPPO TEMPO ORMAI NESSUNO ASCOLTA QUELLO
CHE DICE… E SE GRIDASSE! SE GRIDASSE!

HA VOLUTO ADDOMESTICARE I CUORI  COME LEONI
INDOMATI  LI HA CACCIATI VIA DA SÉ

NEL SUO PARLARE  TROPPI TROPPI GESTI
TROVAVANO QUELLI CHE FISSANO LE SBARRE DELLE MISURE

NON È STATO AL PASSO CON SE STESSO
TROPPE VOLTE SI È FATTO DA SOLO LO SGAMBETTO

È SEMPRE INTERVENUTO DA SOLO CONTRO SE STESSO
SORDO COME UNA CAMPANA AD OGNI CONSIGLIO: “FALLA FINITA! ECCO…

PIANTALA! PROVA UNA BUONA VOLTA QUALCOS’ALTRO! –
LAMPIONAIO  ROBIVECCHI  LIBRAIO AMBULANTE…

EPPURE ERA STATO PROPRIO LUI A DIRE UNA VOLTA:
“I CAMMELLI ROGNOSI SE NE STANNO ZITTI…”

UNA BELLA FRASE DA UN TEMPO LONTANO
MA SOLO LA METÀ  COME SEMPRE




1


ZU LANGE SCHON HÖRT NIEMAND WAS
ER SAGT...  UND WENN ER SCHRIEE! SCHRIEE!

Er schreit nicht  Er spricht leise zu sich selber
Er spricht sich vor  mit routiniert

Verknappter Stimme  was er denkt und auf
Geschrieben hat  mit dieser Stimme  die er als

Ein Instrument verwendet  selber ihren
Klang genießend wie Musik

Die einst aus seinen Fingern drang  sich auf
Das glattgegriffene Elfenbein von Tasten leicht

Gewichtig legte  in die Ohren tönte
Von den vielen  die früher um ihn waren...

So lange schon verweigert er das Wort
Das an die anderen sich richtet  hat sich längst

Gewöhnt daran  dass  was er sagt  verhallt im Raum
An Wände prallt  die er um sich herum gemauert hat




1


DA TROPPO TEMPO ORMAI  NESSUNO ASCOLTA QUELLO
CHE DICE… E SE GRIDASSE! SE GRIDASSE!

Non grida  Parla piano a se stesso
Scandisce  con sperimentata

Sommessa voce  ciò che pensa e ha
Annotato  con questa voce  che lui

Come uno strumento adopera  da sé
Assaporandone il suono come musica

Che una volta dalle sue dita fluiva  sul
Levigato avorio dei tasti  con leggero

Peso si posava  nelle orecchie risonava
Dei molti  che prima stavano intorno a lui…

Da così tanto tempo ormai rifiuta la parola
Che si rivolge agli altri  da tempo si è

Abituato al fatto che  ciò che dice  si spegne nello spazio
Si schianta sui muri  che lui stesso intorno a sé ha costruito





2


HAT WOLLEN HERZEN ZÄHMEN  SO WIE LÖWEN
HAT  UNGEZÄHMT  SIE VON SICH WEGGESCHEUCHT

Ist je er einem Herzen in der Wirklichkeit begegnet?
Und hat er nicht  statt sich dem Wirklichen zu stellen

Das Bild davon  im Kopf aus schönen Wörtern komponiert
Bunt ausgemalt   - vom Tod  von Schönheit  von der Liebe und

So fort  - frivol beiläufig ausgelebt?  Hat er nicht das  was in der Zukunft
Geschehen hätte können  - und was auch tatsächlich geschah -

Im Kopf vorweggenommen  durchgespielt bis ins Detail
Bis in die scheinbar letzten Konsequenzen   solang bis

Das derart Hochgegrübelte  mit offenem Auge tags
Herbeigeträumte  wirklicher geworden ist

Als alles Wirkliche  so unbemerkt zu Wirklichkeit
Und Gegenwart Gewordene  sichtbar Greifbare  - der Tod

Die Schönheit und die Liebe und so fort...   Vertan hat er sich
Er weiß  er ist  weil das Bewusstsein von der Welt

Und seiner selbst ihm fehlt  - ein Mangel  den
Er weitergab   - ein Unheil für sich selber  und für andere




2


HA VOLUTO ADDOMESTICARE I CUORI   COME LEONI
INDOMATI  LI HA CACCIATI VIA DA SÉ

Ha mai nella realtà incontrato un cuore?
E non ha forse  invece di misurarsi con la realtà

Nella mente la sua immagine  composta da belle parole
Di vari colori dipinta – della morte  della bellezza  dell’amore e

Così via  – con leggerezza di sfuggita vissuta? Non ha forse ciò che in futuro
Avrebbe potuto accadere  – e anche ciò che in effetti accadde –

Nella mente prefigurato  ripercorso fin nei dettagli
Fin nelle simulate ultime conseguenze  finché

L’elucubrato all’eccesso   il fin qui ad occhi aperti
Sognato  è diventato più reale

Di tutto il reale  così inavvertitamente realtà
E presente è diventato   visibile tangibile  – la morte

La bellezza e l’amore e così via… si è sbagliato
Lo sa  lui è  giacché la consapevolezza del mondo

E di sé stesso gli manca  – un difetto che
Ha trasmesso  – una sventura per sé stesso  e per altri

 

"Choral Variationen" prosegue qui

 

(i fotoritratti di Hans Raimund sono di Roberto Marino Masini)

 

 

 

 

 

 

 

 

Pittura e scultura -----------------------------

La scienza dell’inesatto

Il fare arte di Paolo Figar

 

 

 

Paolo Figar

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Voce d’autore --------------------------------

La neve è altrove

Giovanna Iorio, tra silenzio e attesa

 

di G.F.



C’è sempre bisogno della neve.
Anche quando non c’è, anche quando è da qualche altra parte.
Forse è l’invocazione al suo bianco, che tutto copre o che tutto svela?,
forse è la necessità del suo silenzio, che mette sempre radici profonde….
La neve è altrove” è la raccolta poetica di Giovanna Iorio,
autrice che vive a Roma, e che con questo suo libro edito da Fara,
è riuscita a fare un gran bel lavoro di ricerca, di senso ed espressione.
Una raccolta di poesie che trova sulla pagina un senso di attesa, un senso
di sospensione che permette alle sue parole di costruire un luogo
dove poter stare. È un invito, per ricordare anche che “C’è ancora
tra la voce e il vento un vecchio/ patto: sollevare ciò che è caduto
”.

 

Giovanna Iorio

 

dal libro:



Mi piacciono le mani
quando non afferrano niente
quando se ne stanno ferme e il tempo
mi attraversa le dita come se fossero rami
e il vento la vita.


*


La neve è altrove
a noi parla il grigio del cielo
da qualche parte le volpi attraversano
pagine bianche – Oh, voi che affondate
le zampe in questo silenzio
tornate.


*


Vedi, a me non importa l’eternità. È noiosa.
Tutto in fondo si ripete all’infinito. Io amo
le cose che finiscono soprattutto se posso
sentirne il suono: le foglie, il temporale, la voce,
il tuo sorriso.


*


Sono soli perfino gli alberi
nei boschi in un giorno senza vento


*


Faccio quello che posso:
impasto il pane
metto a bollire un osso
scelgo con cura le verdure
riempio la stanza di vapore
nel bianco scompare il dolore.

 

 

 

Giovanna Iorio

 

Intervista a Giovanna Iorio:


All'inizio del libro c'è una volontà di 'rimanere fermi', forse perché tutto gira così vorticosamente? e allora 'rimanere fermi' diventa un punto di riferimento per se stessi?
La scrittura è equilibrio. Come un funambolo lo scrittore avanza sulla corda tesa, sfida il vuoto. Ci sono istanti in cui ci si ferma per non perdere l'equilibrio. Più che una volontà credo si tratti di una necessità, per poter avanzare senza cadere.

Queste poesie sembrano nate dal silenzio. Ma che silenzio è?
Sto leggendo molti testi sul silenzio, e sono felice di questa osservazione perché è esatta. Il silenzio, come il vuoto, è pieno di suoni primordiali che oramai non riusciamo più a distinguere. Questo silenzio è necessario alla scrittura, ogni parola vi galleggia dentro. Le mie poesie sono molto brevi, ogni parola è un tentativo di far emergere i suoni dell'anima dal silenzio primordiale denso di suoni.

Per tutta la raccolta si respira anche un senso di tempo sospeso, quasi di attesa..
L'attesa è la condizione necessaria della creazione stessa. Tutto nasce e si forma lentamente nell'attesa. Le parole devono rinascere tutte le volte che le usiamo, per poter tornare ad essere nuove. La poesia cerca la morte e la resurrezione della parola, sospende il tempo, si ribella al suo implacabile divenire.

Anche la solitudine in queste pagine è importante. È voluta e necessaria, o una condizione in cui si finisce per ritrovarcisi?
Credo che chi scriva faccia esperienza di una solitudine diversa da quella comune. In questo tentativo di dialogo con il silenzio la solitudine diviene "stanza", luogo da abitare quotidianamente e in cui invitare le parole ad entrare. Sperando che accettino l'invito...

Una sensazione di fragilità traspare in modo continuato. È uno degli sguardi su cui si è posato lo scrivere di questo libro?
Siamo abituati a cercare il conforto nelle cose forti e durevoli, ci illudiamo di poter restare aggrappati ad esse come ad una roccia. Ma la fragilità è una forza nascosta dell'esistenza. Nelle cose fragili c'è il nostro destino. Bisogna imparare ad ascoltare il suono delle cose fragili perché quando qualcosa si rompe vi è una rivelazione. Anche la voce si "rompe". Una "voce rotta dal pianto", nasconde un mistero imperscrutabile.

La neve, è più quello che copre o quello che svela?
La neve è silenzio e attesa. La neve è l'altrove che ti viene a cercare un fiocco alla volta. La neve copre e svela allo stesso tempo. La distesa bianca è la somma di meravigliosi fiocchi tutti diversi, eppure perfettamente uguali nella loro misteriosa geometria. La neve è il nulla che rivela la sua complessità sconosciuta. Io amo la neve perché rallenta il tempo, ne disegna il contorno su ogni cosa. Lo rende visibile.






L’autrice:
Giovanna Iorio vive e scrive a Roma. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie.
Le più recenti sono “Haiku dell’inquietudine” (Fusibilia 2016) e “Frammenti di un profilo” (Pellicano 2015,
con Post poesia di Renzo Paris). È presente in molte antologie tra cui “Cuore di preda” (CFR) e “SignorNo
(SEAM). Scrive racconti (Domiveglia, Regina Zabo 2016) e radiodrammi (Rai 3 e Radiolibriamoci web).
Collabora con Roma&Roma, DiarioRomano ed Erodoto108.


(Giovanna Iorio “La neve è altrove”, Fara editore, 10 euro, 2017)
 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pittura e scultura -----------------------------

La scienza dell’inesatto

Il fare arte di Paolo Figar

 

 

 

Paolo Figar

 

 

 

 

 

 

 

Voce d'autore ----------------------------

Così mi racconti di te

Un racconto

 

di Roberto Lamantea

 

 

Lamantea

Mi stai parlando mamma, ti sento. Mi racconti dal tuo silenzio. Le tue mani invisibili mi guidano.
Mi fai trovare le cose. Così mi racconti di te. Forse solo ora mi racconti di te.
Sei una ragazza bellissima mamma. Da un vecchio cassetto di legno ecco un foglio: "Comune di Tarcento".
Il tuo stato famiglia. Papà, mamma, i fratelli. Mio nonno, nonna, zii.
Leggo le date.

Passera Eugenio, nato a Tarcento il 29.5.1885, padre, deceduto a Dachau.
Passera Giovanni, nato a Tarcento il 4.12.1918, fratello, deceduto il 21 aprile 1947
[due anni prima era stato liberato da Bergen Belsen].
Passera Giacomo, nato a Tarcento il 28.7.1922, fratello, deceduto il mese di novembre 1944.
Passera Antonio, nato a Tarcento il 23.3.1926, fratello, deceduto il 6 novembre 1944.
Passera Umberto, nato a Tarcento il 14.1.1921, deceduto il 23 gennaio 1943.

1943
1944
1947

Facile capire come sono morti.
Facile capire il dolore, la paura, la solitudine, dell'unica sorella.
Della guerra mi raccontavi. E mi racconti oggi.

Ci sono ancora i fascisti mamma. Per la Costituzione sono fuori legge, ma sono in Parlamento,
siamo pure costretti a pagare i loro stipendi, a guardare le loro orride facce in televisione,
a vederle sui giornali.
Ci sono ancora i nazisti mamma.
Allora mio nonno e i miei zii, e altri 20 milioni di uomini, donne, bambini, per che cosa sono morti?

Com'eri bella mamma. Oggi le ragazze sono fighe, una volta erano belle.

Torna con i tuoi racconti. Ti aspetto.
 

 

 

 

 

 

 

Le altre note -----------------------------------

Lis conseguenzis dal deliri

Musica e mondo dei Rive no Tocje

 

di G.F.

 

Rive no Tocje

E’ disco a cui volere bene questo “Lis conseguenzis dal deliri” dei friulani Rive no Tocje.
Intenso, vibrante, ricco di spunti e melodie, con testi viscerali e un suono che mescola
folk, blues e anche qualche piacevole influenza jazzata.
Un cd cantato in friulano, dove il nostro presente e la nostra società sono messe a fuoco,
rivoltate e sviscerate. Con occhio critico e cuore partecipe.
Combat folk si sarebbe detto una volta, ed è termine che per i Rive no Tocje potrebbe
funzionare ancora.
Lis conseguenzis dal deliri” si apre con un refrain che mette tutto subito in chiaro:
“o ‘nd une multinazionàl logade sot dal liet/ o ‘nd une multinazionàl fracade sù pal cùl”.
Ecco, tutto è subito detto, e questa promessa di sincerità e vivo lirismo viene mantenuta
dai due Rive no Tocje, ovvero Fabrizio Citossi alla voce, chitarre, kazoo e Franco ‘Polenta’
Polentarutti
alla voce.
C’è tanto ritmo in queste canzoni, che fanno battere il piede e cantare, che coinvolgono
e chiedono di essere condivise, di essere loro complici.
Polente against the machine” è puro blues, “Incuinament mediatic” si sporca di noise,
Manzin stomp” è a dir poco una meraviglia.
Tanti gli ospiti di questo lavoro, dal compianto Raffaele BB Lazzara voce in due pezzi, all’estro
creativo di Fabian Riz e Ivan Moda.
Ma soprattutto la presenza di un grande Claudio Cojaniz, che con i suoi inserti all’organo
hammond, in ben quattro episodi del disco, aggiunge un tocco di magia agli arrangiamenti,
innervando le composizioni di un suono, ma anche di una pelle e di una carne, che rendono
ancora più ricco e prezioso “Lis conseguenzis dal deliri”.
Il cd è uscito nella viva collana Musiche Furlane Fuarte, curata da Radio Onde Furlane.

 

 

 

Intervista ai Rive no Tocje:

(a rispondere alle domande è Fabrizio Citossi)


Mi sembrano che siano canzoni che nascono dal mondo di ogni giorno, è così?
La vita di ogni giorno entra nelle nostre canzoni, perché noi cerchiamo di vivere il nostro tempo in modo distaccato dal presente per quanto ci sia possibile... la tecnologia che ormai supporta quasi ogni forma espressiva ci è estranea, se non entro i limiti che ci permettono di non soccombere.. la capacità di comunicare viene spacciata come essenziale... noi cerchiamo di portare noi stessi agli altri......

Mi piace questa vostra fiducia in una sorta di combatfolk; quale l'aspetto, o gli aspetti, che fanno funzionare la musica che suonate, anche in ambito di rivendicazione sociale?
L'aspetto di lotta che può trasparire dall'ascolto delle nostre canzoni è legato soprattutto alla militanza di Franco (uno dei primi obiettori di coscienza in regione, nonché fondatore del centro sociale autogestito "le farkadize" sempre in quel di San Giorgio) e alla mia incapacità di tacere e dare per scontati tanti piccoli dogmi sociali, che in un nord est produttivo e feroce (come direbbe il buon Riz ) sono alla base della convivenza e della vita sociale.. la musica in questo caso ci dà la possibilità di restituire al mittente un sacco di immondizia psichica... la nostra fiducia nei confronti della nostra arte è inversamente proporzionale alla nostra capacità tecnica di realizzarla......

C'è molta umanità in queste canzoni, e protagonisti che hanno un respiro vivo, seppur immersi in un presente delicato. Perché la scelta di 'guardare' proprio loro?
I protagonisti delle nostre canzoni trasudano umanità, un’umanità travolta da questa crisi economica, dall'alcolismo dilagante, e da un sacco di altre problematiche che vediamo e viviamo sulla nostra stessa pelle... San Giorgio di Nogaro (in provincia di Udine, ndr) il posto da cui veniamo è una sorta di Chicago friulana, una grande zona industriale affacciata sulla laguna.. abbiamo visto cambiare molte cose in questi ultimi anni, oltre ad aver perso delle persone care, persone che la precaria modernità ha escluso dal circuito virtuoso nel quale sguazziamo un po’ tutti, personaggi che Pasolini avrebbe definito ragazzi di borgata, incapaci di decifrare i moderni codici esistenziali....per me e Franco degli amici fraterni.......

 

Rive no Tocje

 

Musica folk, ma con un hammond che aggiunge fascino e svisate jazz che allargano l'orizzonte, è questo il dna della vostra scelta sonora?
Musica folk impreziosita da un hammond.. sì.... la presenza di un jazzista eclettico come Claudio Cojaniz ci ha dato la possibilità di ampliare la gamma sonora a nostra disposizione... essendo poi lui anche un buon amico il tutto è stato reso più facile, e condito da qualche bottiglia di buon cabernet.... diciamo che la struttura delle nostre canzoni è apparentemente folk... in realtà io sono un chitarrista autodidatta che suona quello che gli passa per la testa... siamo abbastanza lontani dalla forma canzone classica in effetti...

E comunque si respira un intenso sapore blues.....
Si, il blues per me è grande fonte di ispirazione...sono un appassionato collezionista di vecchi lp.. amo in particolare gli artisti neri del delta anche se devo dire che quella vecchia canaglia di Keith Richards è colui che più di altri forse mi ha ispirato...diciamo che la sua mediazione tra Robert Johnson e la merda dell'industria discografica è stata una cosa non facile e coraggiosa.

Quale la risposta al cd e alle vostre esibizioni live?
La risposta al cd è stata abbastanza buona se consideriamo il fatto che il nostro lavoro è stato scritto interamente in lingua friulana...devo dire però che questo non limita affatto l'ascolto difatti abbiamo sfociato anche nel vicino Veneto e a Trieste.....le nostre esibizioni live molto sinceramente possono essere pietose oppure anche decisamente convincenti quindi la risposta del pubblico dipende anche da questo...stiamo crescendo però di questo sono certo.. c’è come un 'energia sotterranea che ci sta spingendo verso non so dove cazzo stiamo andando insomma....

Musiche fuarte di sicuro, ma anche molta poesia mi sembra.....
Musiche Furlane fuarte in effetti è l'etichetta che ha prodotto questo nostro secondo lavoro "Lis conseguenzis dal deliri", sponsorizzata dall'emittente udinese Radio Onde Furlane.. non saprei dire quanto forte sia in effetti la nostra musica.. posso dire con certezza invece che la poesia per noi è il punto di partenza... in effetti, quando abbiamo cominciato, entrambi avevamo per le mani un sacco di cose scritte compiute e non.. la chitarra è stato più che altro un pretesto per riuscire a dare a queste parole una veste fruibile, anche a chi di poesia non si interessa... diciamo che il nostro primo lavoro "Svuaze-Cornice" uscito nel 2014, mette maggiormente in evidenza questo nostro approccio keourakiano... Franco "il polente" Polentarutti, oltre a rappresentarci visivamente con il suo appeal postsovietico, è a tutti gli effetti un poeta decadente... non sa cantare... declama... io invece sono, pur scrivendo anch'io versi, l'anima musicale del complesso... Federico Garcia Lorca e i poeti Beat per me....Bukowski e Dino Campana per Franco… stavo per dimenticare il grande Raffaele Lazzara....meglio noto come BB...c osa posso dire? è colui che ha avuto su di noi l'influenza maggiore... ho deciso che avrei cercato di unire musica e poesia nel lontano 2007, dopo aver sentito lui e Loris Vescovo al centro sociale Ceschia a Tarcento... presentavano il loro disco “Verba manent”.... rimasi impressionato dalla sua capacità di zigzagare verbalmente.. un vero maestro.. dedito come un samurai alla sua arte... umanamente un personaggio molto difficile... credo di non averlo mai capito davvero..... legava molto di più con Franco (che menzionava spesso nei suoi versi)... però per anni abbiamo duellato, con sms dai contenuti che definire psichedelici può non rendere bene l'idea... c'era una certa stima reciproca, e credo di aver un debito stilistico nei suoi confronti.... Raffaele ha cantato/recitato in due pezzi del nostro ultimo lavoro.... Raff BB Against the Machine... w il Raff….
Intanto stiamo lavorando a un terzo lavoro nel quale cercheremo di confrontarci con la lingua italiana....
 

 

 

 

 

Pittura e scultura -----------------------------

La scienza dell’inesatto

Il fare arte di Paolo Figar

 

 

 

Paolo Figar

 

 

 

Intervista a Paolo Figar:

di G.F

 

Pittura e scultura, nel tuo fare arte cosa le avvicina e cosa le tiene separate?
La ricerca, nel campo della costruzione dell'immagine, si avvale di diverse tecniche e diversi linguaggi. Il disegno è il fluire dei pensieri sulla forma, sulla composizione, sul simbolismo cromatico, in sostanza è la partenza emotiva dell'opera. Pittura e Scultura sono, nel mio lavoro, riflessioni sulla forma della vita, la figura realistica o espressivo- astratta diviene un mezzo possibile, un metro narrativo.
No vi sono vere e proprie separazioni o vicinanze, per lo più si tratta di momenti espressivi affini.

Come scegli i soggetti per l'una e per l’altra?
Ho imparato dal pittore e incisore Franco Dugo, che è stato uno dei miei maestri, a operare per cicli tematici, in modo da sprofondare nei soggetti più possibile. Ogni soggetto o tema si manifesta sia in pittura che in scultura ma anche nei disegni e nelle grafiche. A volte parto da disegni e studi per poi indagare la forma con la pittura, per cui con il colore, per giungere in fine all'opera plastica. Altre volte una scultura diviene personaggio di una narrazione pittorica. A volte, rivedendo grandi opere dei Maestri, quelle già amate, le ristudio, le indago, cerco il sentiero che ha condotto l'autore a quelle scelte compositive, a volte la sorgente si mostra è ti lascia intravedere nuove possibili combinazioni.

In entrambi gli ambiti, i soggetti più recenti hanno sempre una forte fisicità. Come mai? E in che immaginario sono immersi, o da che immag­inario emergono? E quale il loro rapporto con il nostro presente?
Credo di essere sempre stato attratto dalle opere di grande plasticità, da piccolo mio padre mi faceva sentire le forme degli oggetti a occhi chiusi, questo sentire gli oggetti era un gioco serio di stimolazione dell' immaginario. Mi sono innamorato dell'arte del passato, amori leggeri e amori travolgenti e grandiosi, da questi incontri emergono i soggetti, da porte che altri hanno lasciato socchiuse.
Il rapporto che il mio lavoro ha con il presente è determinato da chi le vede, da chi si lascia riflettere, da chi scopre la sua magia interiore. Tutto il mio lavoro è fondato sullo spirito delle creature, l'anima delle cose. Le opere poi hanno una vita propria, sono sempre nel presente di chi le osserva, se guardiamo una scultura dell'undicesimo secolo è contemporanea perché noi lo siamo, non potremo mai vederla come gli uomini di allora. Per questo l'Arte ha in sé un pizzico di eternità.

Anche i colori scelti hanno una loro intensità….
Il colore espressivo a volte innaturale e violento astrae i soggetti, che a volte sono in bilico tra un bisogno di realtà è una natura trascesa. La mia pittura è senza dubbio fortemente plastica, i soggetti sono fissati, il colore forte di tonalità viva spesso sottolinea l'aspetto formale, lo ribadisce.

Nel tempo, quale il tratto fondamentale che emerge dalla tua pittura, e quale dalla tua scultura?
Per fare un parallelo con la scrittura, che tu da poeta conosci bene, direi che la pittura ha la caratteristica del racconto che diviene anche romanzo o saggio profondo, mentre la scultura ha la leggerezza e l'emozione del verso, si impone nello spazio e muta in funzione del punto di vista, così il verso abitato da voci diverse cambia.
Il tratto se vogliamo distintivo è la ricerca della freschezza espressiva, un Arte come scienza dell'inesatto.



L’artista:
Paolo Figar è nato nel 1968 a Gorizia, dove vive.
Si occupa principalmente di scultura e opera anche nel campo dell’incisione calcografica e della pittura.
Ha compiuto i suoi studi prima nell’Istituto d’Arte di Gorizia, sezione Architettura, poi all’Accademia di Belle
Arti di Venezia
diplomandosi nel 1992 nel corso di pittura.
Ha studiato incisione sotto la guida del maestro Franco Dugo e dello stampatore Corrado Albicocco.
Finiti gli studi ha aperto a Gorizia lo Studio di scultura in via Carducci.

Il lavoro della scultura, delle sue tecniche, lo apprende da autodidatta; gli sono utili anche i consigli
dell’amico scultore Roberto Nanut, i numerosi simposi all’estero, a cui partecipa su invito per i suoi
progetti, luoghi del “fare” dove può confrontare temi e tecniche con artisti di tutto il mondo.

Sue opere si trovano alla collezione permanente della Galleria Sagittaria, al Museo d’Arte moderna
e al Teatro di Pordenone; nella collezione della Cassa di Risparmio di Pordenone; al museo della città
di Olomouc nella Repubblica Ceca; alla Kunstation di Klainesassen (Fulda, Germania); nell’Abbazia di Sesto
al Reghena
; presso la BNL di Roma; alla Biblioteca Statale Isontina di Gorizia; nei Comuni di Premariacco,
Corno di Rosazzo, San Giovanni al Natisone, Sutrio; nel teatro di Orsaria (Premariacco, UD), nella sede
del Consorzio della foresta carnica a Ovaro (UD), nel parco della Villa Manin di Passariano (UD).
E Presso privati in Italia, Slovenja, Austria, Svizzera, Australia.

www.sangregorioartgallery.com
www.prologoart.it
www.studioscultura.net
 

 

 

 

 

rivista Fare Voci

curata da Giovanni Fierro
collaboratori:
Guido Cupani, Roberto Lamantea, Ilaria Battista
Livio Caruso, Salvatore Cutrupi.