Fare Voci - Settembre 2017

 

Rieccoci dopo la pausa estiva. Pronti per la nuova stagione,
per continuare il nostro percorso di proposte e condivisione.
E riprendiamo partendo da Faruk Šehić, scrittore e poeta bosniaco,
e il suo romanzo “Il fiume”, libro veramente importante.

Le voci d’autore sono anche quelle di Giancarlo Sissa e cinque suoi
racconti, e le poesie di Francesco Iannone e Roberto Veracini,
le cui raccolte sono letture consigliate, per intensità e forza narrativa.

Le immagini sono firmate da Luciano de Gironcoli, con una serie
di lavori a titolo “Aria di Teatro”.

Buona lettura
Giovanni Fierro

(la nostra mail: farevoci@gmail.com)

 

 

 

 

 

 

 

Immagini ----------------------------

Aria di Teatro

 

di Luciano de Gironcoli
 

 

Aria di teatro

 

 

 

 

 

 

 

 

Voce d'autore -------------------------------

Di guerra, fiume e sogno

Faruk Šehić, l'impossibile quiete dopo la tempesta

 

di Giovanni Fierro

 

 

Faruk Sehic

Sono ritornato su questo libro dopo un po' di tempo. Avevo ben impresso ciò che il leggerlo mi aveva provocato,
e di quanto mi sia piaciuto. Ritornare su queste pagine, rileggere alcuni passaggi che avevo segnato,
mi ha fatto venire i brividi.
Perchè ''Il mio fiume'' del bosniaco Faruk Šehić è un libro che lascia il segno.
Racconta in prima persona la sua esperienza con la guerra, con quella fiammata che ha bruciato i paesi della
ex Jugoslavia nei primi anni novanta, che ha seminato e alimentato odio, che ha diviso persone e popoli
che fino al giorno prima avevano convissuto, pacificamente.
Questo libro è una narrazione che si immerge in quei giorni, che fa venire a galla quella tremenda esperienza.
Ma è anche un libro che parla al nostro presente, che vuole trovare una possibile soluzione a tutti quei demoni
che la guerra fratricida in Jugoslavia ha dato vita.
E poi c'è una dimensione quasi onirica, che contiene e supporta queste pagine di dolore; e c'è un fiume, l'Una, che
per Faruk Šehić è sinonimo di saggezza, di possibile colloquio e presenza benefica. Non solo come rimando ai tempi
sereni dell'infanzia, ma anche attuale e costante voce da ascoltare, con i suoi segreti e le sua magie.
''Il mio fiume“ è un libro importante, lettura consigliata per conoscere angoli inesplorati del dramma umano,
dove la scrittura è l'unico collante con cui tenere assieme i vari pezzi sopravvissuti.
Il libro ha vinto il Premio Letterario dell'Unione Europea.
 

(nota di merito all'ottima traduzione in italiano di Elvira Mujčić, a cui va un particolare grazie per l'aiuto fondamentale ad intervistare l'autore)

 

 

 

Faruk Sehic

 

dal libro:

''I ricordi sono così brutti che si paralizzano da soli. Ogni cosa che ricordo mi intima di smettere, di tornare indietro con la storia. Vedo il letame fumante dei cavalli sull'asfalto di via Tito. Il tintinnio dei loro zoccoli, l'instancabile e scoraggiante andare e venire della depressione. La pioggia cade per giorni al ritmo dei ferri dei cavalli. So che posso vincere la sensazione di nausea e so che posso vedere tutto con colori più belli, ma mi sembrerebbe di tradire il desiderio di scrutare il passato senza compromessi.''

''Gente, devo ammetterlo: ho ammazzato un uomo. Non uno solo, ma molti. Quando spari non hai nessun tipo di preoccupazione. (...) Quando sparo mi sento come un Anticristo. Emano
soltanto ciò che è contrario alla misericordia.''

''C'è chi sa prevedere il futuro leggendo i fondi di caffè, io ho imparato a guardare i pesci.''

''Per questo ho mandato al diavolo i paesaggi futuristici dei centri commerciali, le palme biomeccanice situate sulle rive di un mare dietetico. Per questo mi sono rifiutato di bere intrugli per l'immortalità del viso e dei genitali. Ho detto addio alla depressione neoliberista. I miei demoni non abitano il mondo di oggi. Vi offriranno come modelli il progresso e il benessere di nazioni rigorosamente controllate e voi pagherete con l'oblio. Io non perdono, non dimentico e ricordo tutto. Scrivere significa parlare, tenere discorsi davanti a un pubblico invisibile e questa è la mia piccola cattedra. Non vedo un'altra maniera di lottare per il diritto alla memoria.''

''Ma nessuno di noi emerge in superficie, tranne i matti e i morti.''

''Lo smarrimento e la disperazione si sono impossessati della nostra barca, i primi giorni di guerra sono una rosa appena sbocciata, siamo bombi ubriachi.''

''Conoscevo un anziano. In ogni prigioniero che colpiva vedeva suo figlio morto. A ogni colpo si consumava, si rimpiccioliva, come se avesse fretta di incontrare suo figlio.''

''Non eravamo forse tutti nelle stesse condizioni subito dopo la guerra? Inconsapevoli di essere stati corrosi, eppure pieni dell'adrenalina folle dei sopravvissuti.''

 

 

Faruk Sehic

 

 

Intervista a Faruk Šehić:


La storia che hai scritto, ''Il mio fiume'', sembra un sogno. È la giusta distanza per te, per parlare di tuoi avvenimenti così dolorosi e personali?
Questa consideraziona la ritengo un complimento, perchè da sempre mi piace il surrealismo, ed ogni cosa correlata con la fantasia del sogno, i mondi inventati delle favole e la cultura sci-fi. Il sogno è un qualcosa che non puoi distruggere. Molti capitoli di questo libro mi sono prima apparsi in sogno, poi li ho trascritti sulla carta.
Ad oggi sono venticinque anni da quando scoppiò la guerra in Bosnia. È un tempo abbastanza ampio per pensare alla guerra, alla vita e alla morte. In molte delle mie poesie e racconti, ho trattato la guerra come argomento centrale. È stato naturale scrivere un romanzo dopo diversi libri di poesia e raccolte di racconti. È un romanzo sulla guerra, ma la guerra è solo una magnifica scenografia, un rumore di sottofondo per tante piccole storie, dove puoi anche trovare la natura, piante, pesci, uccelli, etc....

Il fiume porta con sè un qualcosa di magico. Cosa lo fa essere così?
Perchè il fiume Una è veramente fantastico; per il suo colore, le sue correnti, il suo fondale, l'Una è pieno di vita che neanche la guerra è riuscita e togliere dalle sue acque. Noi, gente dell'Una, crediamo alla sua acqua segreta e curativa.
Dovresti vederla l'Una, e poi potrai capire che tipo di acqua è.

Questa storia che hai scritto è piena di altre storie, che si muovono al suo interno. È stata l'idea di partenza?
No, avevo l'idea di un romanzo sulla natura. Senza persone, senza società, solo fatto dalla natura. Ma ho fallito in questo proposito. Quando vuoi scrivere il tuo primo romanzo, desideri metterci dentro di tutto; e questo vale specialmente per me, mi piace il tipo di letteratura alla Borges. Come nei suoi racconti contenuti nel suo famoso libro ''L'Aleph''.

Qual è la relazione tra questo libro e il tuo scrivere poesia?
La poesia è stato un esercizio per il romanzo. Le poesie sono piccoli spazi pieni di significato e metafore; il romanzo è il regno, uno spazio grande come l'universo.

Questo libro è stato un lavoro sufficiente abbastanza per farti raccontare tutta la tua esperienza di guerra? O c'è qualcosa che ha ancora bisogno di trovare la propria forma e narrazione?
Si possono mettere tutti gli argomenti possibili in un solo libro; ma io continuerò a scrivere di guerra, ma non di quella in Bosnia, perchè a chi interessa... Sono interessato nella guerra globale, nella vita che ne rimane dopo, nella vita post apocalisse.

In un passaggio del libro parli della tua completa fiducia nello scrivere. Cosa significa per te?
La letteratura è tutto per me. Non sono una persona ordinaria che potrebbe fare l'avvocato, o qualcuno che lavora come copywrighter in una grossa azienda dell'ovest, e che decide di scrivere della sua esperienza di insider. Non sono uno scrittore part time.
La letteratura è più grande della vita, più grande di te e di me. È ben oltre l'ordinaria vita umana. Ha a che fare con le cose segrete e con lo splendore metafisico della vita umana di ogni giorno.
Molte volte la letteratua ha letteralmente salvato la mia vita. Così credo nella letteratura.

l'autore:
Faruk Šehić, poeta, scrittore e giornalista bosniaco, è nato nel 1970 a Bihac e cresciuto a Bosanska Krupa.
Ha studiato veterinaria a Zagabria fino allo scoppio della guerra in Bosnia nel 1992, quando ha fatto ritorno
per arruolarsi nell’Esercito della Bosnia Erzegovina.
Durante il conflitto è stato comandante di un’unità di centotrenta soldati ed è stato ferito gravemente a un piede.
Dopo la guerra ha studiato Letteratura all’Università di Sarajevo. Lavora come giornalista per il settimanale BH Dani.
E' considerato una delle voci più autentiche e poetiche della ex-Jugoslavia; pone al centro della sua opera
l’esperienza della guerra, raccontandone la quotidianità, la brutalità, ma anche l’umanità con uno stile sobrio e poetico.
Ha pubblicato: ''Poesie in divenire'' (Sarajevo, 2000), ''Hit Depot'' (Sarajevo, 2003), ''Sotto pressione''
(racconti brevi, Sarajevo-Zagabria 2004), ''Transsarajevo'' (Zagabria, 2006).
Il suo primo romanzo ''Il mio fiume'' (Buybook Sarajevo, 2011) ha vinto il premio Meša Selimovic nel 2012
e il Premio dell’Unione Europea per la Letteratura nel 2013.
 

(Faruk Šehić ''Il mio fiume“, Mimesis, pp. 203, euro 16, 2017)
 

 

 

 

 

 

 

 

Immagini ----------------------------

Aria di Teatro

 

di Luciano de Gironcoli
 

 

Aria di teatro

 

 

 

 

 

 

 

Voce d’autore -----------------------------


Il problema è la poesia lirica,
tutto il resto va che è una meraviglia

Cinque scritti di Giancarlo Sissa

 

di Ilaria Battista

 

 

Giancarlo Sissa

È una continua ricerca dell'altrove quella che fa Giancarlo Sissa con le sue parole.
Un posto diverso da qui, un tempo diverso da ora, un meglio sognato e perduto dietro
ai finestrini di un treno.
Le sue parole sono come l'onda del mare, inquiete e distanti, alla ricerca di un mondo
che forse non è mai stato.
Il tempo ha smesso di scandire la vita e il muoversi, lo spostarsi, il discostarsi dall'adesso
è una necessità.

E' ora di cambiare aria. Di sottrarsi, di negarsi.
E' tempo di guardare fuori dal finestrino con gli occhi del mondo di altri tempi, romantico
e solidale, canottiere bianche, sorrisi stanchi e gambe allenate.
E' tempo di raggiungere il mare tra i campi di girasole.
Ormai i giorni si confondono, il tempo è un alfabeto alieno, ormai inutile, e le parole sono
uno sconforto.

E' tempo di dirigersi verso un treno che attraversa la campagna, come se si andasse al porto,
che quando si parte si salpa su un veliero e non ci sono rotaie ma prati di mare.
E' ora di volgere le spalle all'infanzia e di schivare le ombre della resa.
E' ora di cercare il mare, per scoprire che accadono più meraviglie nel silenzio di una goccia
d'acqua che in mille rivoluzioni.

 

 

Cinque scritti di Giancarlo Sissa:

 

1
Seduto fuori dalla porta, nella notte inutile. Un gatto enorme si aggira per il prato. Non ci sono segnali o
vedette, nessuna attesa. Silenzio e qualche goccia smarrita dal temporale. Ombre della resa che sostano
incerte lungo la via per il mare. I molti modi dell'amore. Le cose tutte che cercano il loro valore.


2
Il mondo bici-treno-bici è un mondo più gentile, un mondo operaio, romantico, d'altri tempi. La bici induce
solidarietà fra i pendolari dell'ennesimo treno all'alba - e per fortuna, dai finestrini, i campi di girasole - la
bici chiede una sveltezza un po' da staffetta partigiana e un po' da sorridente dopoguerra o da canottiere
bianche lanciate nella brezza della sera d'un cinema all'aperto. Ha sorrisi stanchi e gambe allenate la gente
che lavora, lo sguardo antico della fatica, una strana gioia nella prima pedalata.


3
Ormai i giorni si confondono, le notti non riposano, il vecchio calendario è solo l’ipotesi d’un alfabeto alieno.
Nel fianco sinistro mi cresce da anni un nuovo cuore che butta acqua lenta e silenzio. Il tempo che ci
attraversa è l’inutilità del dire, il certo sconforto delle parole.

Accadono più meraviglie nel silenzio d’una goccia d’acqua che in mille rivoluzioni.


4
Siepe dopo siepe la campagna si fa mare, da corte a corte sbattono onde di luce piena. Questo treno non
esiste. Non esistono strade, palazzi, città. Ci sono solo prati in bicicletta, bracciate di cielo alte sopra il mare.
Questo viaggio è un porto, questo treno un veliero. La serietà d'una colonna di formiche sull'orizzonte del
davanzale.


5
E’ ora di cambiare aria. Di sottrarsi a. Di negarsi a. Ci vuole un giardino nella nebbia del primo mattino.
Una idea libera del mare e una severa della pianura. E tutto il vento delle montagne. Duecento anni di
storia famigliare. E nonna Angela che ci pensa. Tutti e tutte. Nonna Angela che fa quello che può e sorride
nella camera sopra il cortile.

*
E poi leggere in riva alla neve. Come una sarta pregare alla finestra. Cercare il mare. Volgere le spalle
all’infanzia del nevaio. Trattoria con alloggio, dice il cartello. Sul limitare del bosco delle volpi ogni giorno
è Natale.

 

 

 

l’autore:
Giancarlo Sissa è nato a Mantova nel 1961. Vive a Bologna.
Ha pubblicato nel 1997 “Laureola”, nel 1998 “Prima della tac e altre poesie”, nel 2002 “Il mestiere
dell'educatore
” , nel 2004 “Manuale d'insonnia”, nel 2008 “Il bambino perfetto”, nel 2015 “Autoritratto
(poesie 1990-2015)
” e “Persona minore”.
E' presente in diverse antologie nazionali e le sue poesie sono tradotte in diverse lingue europee e in
America latina. Ha collaborato come diarista e attore con il Teatro delle Ariette e dal 2000 conduce
Laboratori di Scrittura Autobiografica e Professionale rivolta agli Operatori del Sociale e Atelier di
antiscrittura” dedicati ad attori e professionisti del teatro (tematiche del Silenzio, dell’Ascolto, del Sacro).

 

 

 

 

 

 

Immagini ----------------------------

Aria di Teatro

 

di Luciano de Gironcoli
 

 

Aria di teatro

 

 

 

 

 

 

Voce d’autore -------------------------------

Ditelo ai poeti

Francesco Iannone e “Pietra lavica”

di G.F.

 

 

Francesco Iannone

E’ una poesia consistente, quella contenuta in “Pietra lavica”, la raccolta più recente di Francesco Iannone.
Le sue sono parole che si alimentano del peso specifico del vivere, e che hanno bisogno del mistero stesso della vita,
in un continuo confronto e condivisione con la natura, e il suo manifestarsi.
Sono poesie che hanno la consistenza del pane, il sangue vivo dell’amare, la tenacia di una spiritualità che non si arrende.
Francesco Iannone in questo suo lavoro cerca un’appartenenza, uno stare dentro un qualcosa che può aiutare a definire
la propria identità. È una esplorazione continua la sua, condotta con la misura della poesia, con ogni sua possibile forza
e lente d’ingrandimento.

Mi credi adesso/ se ti dico/ che persino il vento/ quando muove gli steli/ è perché li sceglie, li preferisce?”.
Pietra lavica” è una raccolta di momenti vissuti che si fanno riflessione, di esperienza che diventa futura memoria.
Si può andare in mille pezzi, ci si può raccogliere. Perché queste pagine sono intrise di una forza gentile, che ha nella
fiducia (verso chi si ama, verso la poesia, verso la natura…) il suo respiro più profondo, il vero motore che dà
ossigeno al vivere di ogni giorno.
Francesco Iannone costruisce così una geografia umana, dove la percezione di sé è il primo passo nel definire e nel
riconoscere il mondo. Anche quello più piccolo e fragile, quello che ha bisogno del nostro prendercene cura.
Al quale possiamo dare il nome che più ci sembra appropriato.

 

 

 

Francesco Iannone

 

 

dal libro:


Quello che mi manca
è una larga
comprensione
quello stare
facile
nella dedica del mondo.
Tienimi nel grano
che macina gli abbracci
tienimi nel telo
di placenta delle mani.

Perché siamo nel mistero
nella sua planimetria
perfetta

tu la conosci la grafia di Dio?

È così serio quel tramonto
quando scivola
veloce
dalle braccia del cielo.
È così serio quel pianto
quando l’uomo
spezza
il pane in solitudine.
Vorrei parole
di senso
di cotone
che unisce con un bacio
lembo con lembo.
Vorrei parole
di girotondo
di tutti giù per terra
di ave Maria
quanto è bello il mondo.

Bisogna uscire
dall’acquario
ditelo ai poeti
(i bambini già lo sanno)
è inutile che batti
e ribatti le pinne
nell’acqua per niente.
Conosci la legge?
Se non canti
non avanzi non vai
da nessuna parte
se non stai
nel rigo accanto
al segno nel gesto
primario di un rapporto.


*


Non uscire dall’aria
quando è così
gaia di ogni cosa.

Se questo ramo non fosse
nel difetto
di una stortura permanente
ti terrei
nello scrigno
del mio affetto.

Chiudi gli occhi
affida al solo tocco
la veggenza
della prima ruga
che taglia
in due
la mia faccia.

È bello
questo stare al mondo
lieto
come il litro
d’acqua
in fondo al secchio.


*


Bisogna aprire il lucchetto bisogna
uscire dall’incubo.

Ama i fiori perché sono loro
le lancette d’oro sul quadrante del mondo.
Ama i rami perché sono loro
gli altissimi testimoni del mistero.

Chi ama sa bene
cosa significa
impastare il pane
seguire l’acqua
precipitare nel rigo
di farina sulla tavola.

 

 

 

Francesco Iannone

 

Intervista a Francesco Iannone:

Mi sembra che il punto focale di questa tua raccolta sia il desiderio di uno stare dentro un qualcosa, trovare un’appartenenza, che possa aiutare a definire meglio la propria identità. Può essere così?
Ho sempre pensato a me, al mio "esserci", come ad un frammento, in questo senso si concretizza il sentimento di appartenenza. E il frammento, in quanto elemento dell'intero, ha la natura dell'intero stesso, la sua identica dignità.
Pertanto, il valore della mia esistenza consiste nel viaggio che compie il frammento (l'io) per ricongiungersi all'intero. Al di fuori di questa meta, la vita perde inevitabilmente di interesse e fascino.
Dal momento che vita e poesia sono imprescindibili l'una dall'altra, nei miei versi provo a far respirare la domanda sul significato ultimo delle cose. Provo così a riaffezionarmi al mio umano.

Pagina dopo pagina si mette in rilievo una certa fisicità, un vivere che ha bisogno del corpo e dei corpi.
Quasi una matericità degli elementi, che prende forma nella tua scrittura. È un impatto voluto, oppure una conseguenza del tuo esprimerti?
I corpi sono la mediazione necessaria perché un testo possa evitare l'astrazione, e scivolare così nel retorico o peggio ancora nel letterario. Avere un volto davanti agli occhi trascina il verso al livello del vero per sé, rendendolo tendenzialmente onesto. Il destino di un altro essere umano a cui si è affettivamente legati è una preoccupazione concreta, reale, e perciò diventa (o può diventare) nel testo poetico un'ossessione credibile e condivisibile anche dal lettore. Per quanto mi riguarda, è nella compartecipazione degli sguardi che si consuma la più avventurosa delle esperienze con l'altro. Tenersi per gli occhi, prima che con le mani.

La figura di Gesù Cristo è sempre sottotraccia…. quasi a voler unire, e sottolineare, la vicinanza di amore e fede. Sono queste delle possibili nervature di ‘Pietra lavica’?
L'amore è di per sé un atto di fede. È un consegnarsi all'altro. Un'affermazione di incondizionata fiducia. "Mi fido di te perché tu vuoi del bene al mio destino", in questo senso amore e fede combaciano.
E combaciano perché chi ci ha chiamato a vivere qui e ci ha fatto conoscere il bene, la felicità, la bellezza, non può che nutrire per noi una sconfinata passione. Talvolta queste esperienze passano anche attraverso il dolore e la tristezza, è vero, ma se si rimane disponibili fino in fondo e fiduciosi della bontà ultima del reale allora si potrà sperimentare una felicità ancora più solida e duratura. Mi verrebbe da dire, definitiva. È nel sacrificio che l'amore diviene sacro, inviolabile, almeno per me è così.
Nel caso specifico dell'appartenenza ad un "credo", ciò che viene prima della religione (dell'adesione cioè ad una specifica proposta) è il riconoscimento dell'enigma, così come bene dice l'immensa Clarice Lispector in "La passione secondo G. H.". Più incredibile ancora della risposta, è l'enigma, affermarne l'esistenza.
Vorrei però precisare una cosa: Gesù Cristo non è il presupposto di nulla nella vita e nell'opera di un essere umano, ma solo la conseguenza di un incontro, un avvenimento che talvolta, se desiderato, può accadere per grazia. Ma la grazia, la grande beatitudine, è già volere del bene a sé e all'altro, appassionarsi alla vita propria e a quella di tutti. Questo ci rende vivi e spirituali (oltre che civili). Proviamo ad annusarci di più, proviamo a sentire il profumo che i nostri corpi emanano, proviamo a raccogliere dai pori della nostra pelle l'invisibile grammo di divino che in noi ansiosamente dimora.

Sul finale del tuo raccontare, c’è un senso umano di fragilità che emerge, con il desiderio di affidarsi a qualcun altro. È una conquista di umana sensibilità?
L'essere umano è molto misero. Basta accendere la tv, sfogliare le prime pagine di un quotidiano qualsiasi, o più immediatamente navigare in internet, per capire quanta miseria abita l'animo umano. Ma la sua debolezza, se abbracciata, se compresa (da cum-prehendere, contenere in sé), può essere anche un punto di partenza. Dovremmo imparare ad abbracciarci di più, a farci compagnia avendo cura l'uno del dolore dell'altro. A me sembra l'unico modo possibile, e forse anche il più ragionevole, per crescere dentro un'affettività nuova, un'umanità rigenerata, e comunque all'altezza dei suoi desideri di bellezza e di infinito.

E la natura è costante presenza, dialogo continuo, luogo che accoglie e che può condannare. Quanto è importante questo suo esserci in ogni momento?
La linea azzurra disegnata da uno stormo nel cielo, un formicaio che impazza sotto una corteccia, la malinconia di un temporale, un'alba attesa fiato contro fiato con qualcuno, sono esperienze che mi piegano a terra, mi muovono dall'interno, mi rimettono in viaggio. Costringiamoci ad avere più attenzione per il poco, per il piccolo. Impariamo a modulare il tempo di un gesto: che sia lento, che sia adeguato, che sia gentile. Offriamoci con la gratuità di un fiore. Che splende per noi senza farsene un vanto. Imitiamo l'animale che trascina per il pelo un proprio cucciolo da una parte all'altra per salvargli la vita. Siamo fieri come il filo d'erba, e altrettanto coraggiosi nell'appassire. Che vi sia in noi lo stesso entusiasmo di tornare alla terra, di dormire col capo reclinato sulla radice. Che sia semplice così.

Ci sono continue ‘aperture’ nel tessuto narrativo di ‘Pietra lavica’, nelle immagini che lo costruiscono. Sono occasioni di respiro? Di possibilità per nuovi sguardi e attenzioni?
Con la poesia mi piace creare ponti, legami, ricongiungere ciò che è stato diviso e che costituiva un'unità in principio. Le immagini (metafore e similitudini) perciò diventano dei punti di sutura capaci di ricomporre l'intero a cui mi riferivo all'inizio, di riassemblare ciò che è stato smembrato, nella lingua soprattutto, dall'uomo per incuria e disattenzione (o disaffezione anche). Certo, è un tentativo, spesso fallimentare, ma è anche il compito del poeta.   



l’autore:
Francesco Iannone è nato a Salerno nel 1985.
Il suo primo libro “Poesie della fame e della sete” (2011) ha vinto il Premio “Solstizio” e il Premio “L’Aquila” per l’opera prima.
Suoi testi sono apparsi su diverse antologie e riviste, in Italia e all’estero.
È collaboratore delle riviste “Atelier”, “ClanDestino” e “Levania”.


(Francesco Iannone “Pietra lavica”, Nino Aragno editore, pp.106, euro 10, 2016)

 

- la fotoritratto in bianco e nero è di Gerardo Grimaldi

 

 

 

 

 

 

 

Immagini ----------------------------

Aria di Teatro

 

di Luciano de Gironcoli
 

 

Aria di teatro

 

 

 

 

 

 

 

Voce d’autore ----------------------------------

Da qui si vede il mondo

Le nuove poesie di Roberto Veracini

di G.F.

 

 

Roberto Veracini

C’è qualcosa di speciale nella raccolta “Via de’ laberinti” di Roberto Veracini.
È la trama di cui sono fatte le sue poesie, un qualcosa che si svela lettura dopo lettura, e che convince e sa
dare valore al suo dire, al suo raccontare.
È una trama che si nutre della precisione delle parole usate, sempre nel vero della pagina scritta.
È una poesia aperta quella di Veracini, dove si è invitati ad entrare, dove c’è un luogo possibile d’incontro,
al centro esatto delle emozioni e dei pensieri, delle considerazioni e del confronto.
L’epicentro di queste pagine è Volterra, dove l’autore è nato e vive, luogo da cui guardare e vivere il mondo,
sempre immerso nel suo presente, nel nostro presente.
Così i luoghi e le persone di Volterra diventano mondo, si fanno mondo grazie alla sua scrittura che sa
raccontarli e renderli vicini.
Sì, una poesia aperta che parla della necessità di avere uno sguardo che vada oltre, che può cogliere
l’essenziale e il significativo di ogni grammo di quotidiano.

Via de’ laberinti” nel suo svolgersi si interroga sulla necessità della poesia, la pone in relazione al vivere
stesso, la porta nello splendido attrito che si ha con la vita.
E allora Roberto Veracini parla dell’arte come strumento di testimonianza e scoperta, di sapiente ed
ostinato verbo con cui alimentare lo stupore, ed essere testimone dei nostri tempi.
Tempi che fanno la Storia, dove è bene cercare le nostre radici, e nel raccontarle si può avere la forza di
difenderle. Questo succede nel paragrafo che chiude il libro, “La nostra storia”, dove ricorda il massacro
di Portella della Ginestra, la voglia di rivolta e giustizia vera degli anarchici toscani, e la fatica delle mani e
dei cuori di tante madri e tanti padri. Il punto generante del nostro oggi.
È lettura consigliata “Via de’ laberinti”, per conoscere la poesia di Roberto Veracini, per stare in queste
pagine e vivere il proprio respiro con una intensità maggiore.
 


 

Roberto Veracini

 

 

dal libro:

Dopo la pioggia
(Le mura di Volterra)

Sono cadute le mura
a Volterra
come un’ombra fuggita
dopo la pioggia
e una ferita che bagna
e risecca

*

Sono cadute le mura
a Volterra
una ferita nel buio
dopo la pioggia
e un vuoto che resta
nelle ossa.
Fra le macerie e la nebbia
il silenzio
è tutto lo spazio

*

Dovevano cadere le mura
a Volterra
per vedere meglio
l’orizzonte, una ferita
come un segno
o un destino…
E poi tornare a vedere
il mondo, fermarsi
ad ascoltare, vivere
ancora e per sempre
ogni attimo, rinascere
proprio lì sulla soglia
eppure già oltre,
come in volo
dopo la pioggia






Dell’amore e degli amanti

Cercavi con lo sguardo
le tazzine ricolme, il tè
versato, le mie mani.
O forse cercavi soltanto
i tuoi rami,
foglia sperduta, foglia
smarrita, già morta
per me






Seguendo linee di luce

Leggera, sospesa nell’aria,
seguendo linee di luce, la pietra
respira, ondeggia, prende forma
remota, si scopre intatta, stupita…
Eppure è pietra, solo pietra sospesa,
pietra scavata, nutrita,
pietra sventrata e fuggita,
lunga pietra evaporata,
nel vento per sempre scolpita

(per le opere in alabastro di Alessandro Marzetti)

 

 

Roberto Veracini

 

 

Intervista a Roberto Veracini:

Volterra e la poesia, sono entrambe nel tuo scrivere un forte senso di appartenenza. C’è una possibile vicinanza tra queste due realtà?
Sicuramente. Volterra è il luogo da cui si guarda il mondo, una specie di avamposto-osservatorio dei sentimenti e delle emozioni. Volterra è il luogo delle profonde radici e dei larghi orizzonti, con tutte le sue contraddizioni (vedi “Dopo la pioggia”: Dovevano cadere le mura/a Volterra/per vedere meglio/l’orizzonte). Forte senso di appartenenza, ma anche superamento delle “mura” per vedere l’orizzonte. La poesia, per me, parte da Volterra per andare verso il mondo, non per rinchiudersi fra le mura. Poesia di volo, non di stallo.

Come le mura di Volterra, che con il proprio crollare permettono di vedere un nuovo orizzonte, c’è bisogno di perdere un qualcosa di sé, che ci difende e ci protegge, per vedere un po’ più in là?
L’appartenenza sono le radici, con tutte le emozioni legate ai nostri luoghi e alla nostra storia. Ma diventano anche un limite se non sappiamo utilizzarle per vedere un po’ più in là, per farne, in qualche modo, nutrimento di conoscenza e non recinto di protezione. In questo senso le mura sono emblematiche: in “Dopo la pioggia” ho giocato (un po’ provocatoriamente) su questo, la loro caduta apre l’orizzonte.

C’è spazio in questo libro per l’amore e gli amanti. In queste poesie a loro dedicate mi sembra che emerga una complicità, di chi si ama, nelle cose che scompariranno. È così?
L’amore non è nulla ed è tutto, dura un attimo ed è per sempre. Un fluire di emozioni che dà senso alla nostra vita ma che – alla fine - non possiamo gestire (se non sminuendolo). Ho voluto provare ad esprimere tutto questo in una specie di diario libero, cercando i segni e i passi di chi si ama, in una complicità consapevole dell’effimero e dell’eterno, che talvolta si toccano, in momenti irripetibili che stordiscono. La potenza dell’amore e la sua intrinseca fragilità.

Poi il libro racconta anche di fiducia nell’arte, (pittura, scultura, fotografia…) come occasione d’incanto, ma anche narrazione del nostro presente, della nostra società, della nostra Storia. In questi tuoi versi, quindi, il compito dell’arte ne esce rafforzato?
L’arte è ancora, nonostante tutto, il luogo dei nostri sogni. Tanto più in una realtà sempre più profondamente antipoetica…Nella sezione “Dell’arte e degli artisti” ho voluto mettere insieme i miei scritti nati da quadri o sculture di artisti (alcuni dei quali miei amici): mi ha sempre interessato la commistione delle arti, per me è uno stimolo vitale, che non so mai dove mi porterà…Nell’opera cerco il segno che mi prende, qualcosa che mi apre una strada, che io intraprendo con curiosità e attenzione…

E poi, in conclusione di volume, scrivi di un’appartenenza storica e civile, metti in risalto le radici. La poesia ha ancora questo compito di mantenere la memoria, di far vivere la testimonianza?
Ora più che mai. Stiamo vivendo gli anni della dimenticanza e dell’indistinto. Tutto è uguale e tutto è niente. Come scrivo in “Poetici laberinti” la poesia è necessaria come fosse oggi/ l’ultima impresa/ o l’unica necessaria/ follia. Perché è proprio quando nella realtà la poesia non esiste che diventa necessaria. Una forma di resistenza, di testimonianza, di ribellione. D’altra parte il linguaggio poetico è trasgressivo per natura e oggi la vera trasgressione è opporsi all’indistinto, alla volgarità, all’ignoranza. La poesia ha questa forza, anche quando non sembra. Nell’ultima sezione, “La nostra storia”, parlo di Portella della Ginestra, degli alabastri, degli anarchici, cercando ancora una memoria comune, condivisa, che riscopra radici e ideali e non ci faccia perdere.

Letto e riletto “Via de’ laberinti”, mi sembra che la melodia costante di queste poesie sia una sorta di vitale malinconia, che anima sentimenti e forza narrativa. È una traccia in cui riconosci queste tue pagine? O è altro?
Vitale malinconia: è una definizione in cui mi riconosco. La malinconia, il crepuscolarismo fanno parte di me, mi abitano ineluttabilmente. Ma sono sempre in me anche le parole di Jacopo Ortis: E se questo mio cuore non vorrà più sentire, lo strapperò dal petto con le mie mani e lo caccerò come un servo infedele. Il cuore deve sentire, sempre.

 

 

l’autore:
Roberto Veracini è nato nel 1956 a Volterra, dove vive.
Ha pubblicato le raccolte di poesia “La ragazza in bianco” (1985), “Stazioni, attese” (1990), “Epifanie dell’angelo” (2001), tradotta anche in francese, e “Da un altro mondo” (2011).
Nel 1993 è stato tra i fondatori della rivista fiorentina “Pioggia obliqua”.
Nel 1999 è uno dei promotori del Premio Letterario “Ultima frontiera”, dedicato a Carlo Cassola.
E nel 2005, assieme a Paolo Fidanzi, ha dato vita alla rivista “Il foglio di poesia”.


(Roberto Veracini “Via de’ laberinti”, La Vita Felice, pp. 80, 13 euro)

 

 

 

 

 

 

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Aria di Teatro

 

 

di Luciano de Gironcoli
 

 

Aria di teatro

 

 

 

Intervista a Luciano de Gironcoli:

 

Da cosa sono nati questi lavori intitolati "Aria di Teatro"?
Senz’altro dal particolare fascino che il Teatro mi ha sempre trasmesso: la finzione teatrale, quella “grande magia” che si accende e si sviluppa sul palco ogni qual volta si apre un sipario. Lo spettacolo funziona, quando la complicità fra l’autore, il regista, lo scenografo, il tecnico delle luci e quello del suono, gli attori trova la giusta sintonia e raggiunge il massimo livello di finzione tanto che lo spettatore è talmente coinvolto da sentirsi parte attiva della storia. A sua volta “attore in scena”.

C’è una fascinazione, e un coinvolgimento, che non fa distinzione fra chi è sul palco e chi no, perché?
E quale la vicinanza tra teatro e pittura? C’è?
Credo sia proprio l’intensità della “finzione teatrale” a determinare il grado di coinvolgimento dello spettatore. Del resto è come guardare un quadro, una scultura o un disegno. Anche davanti a un’Opera d’Arte la partecipazione attiva del pubblico è condizionata dalla capacità dell’artista di stimolare la fantasia e di accendere emozioni nell’osservatore. Almeno per quanto mi riguarda, sono convinto che anche in Pittura e nell’Arte Figurativa in generale è “il talento della finzione” a determinare l’interesse e il coinvolgimento emotivo della gente nei confronti di un’Opera d’Arte. Mi pare che Picasso dicesse che “l’Arte è la massima espressione della bugia umana”. Quindi, aggiungo io, l’artista deve saper “essere bugiardo” quindi “manipolatore” della realtà (interprete di talento) che vede e che vuole interpretare…Una di queste realtà è senz’altro il Teatro che è stato spesso utilizzato dagli artisti quale “soggetto importante” per il loro lavoro. C’è senz’altro un’unica differenza fra Arte Figurativa e Teatro. Mentre l’Arte Figurativa nasce generalmente come un’espressione soggettiva (l’artista che da solo usa colori o materie varie per creare) il Teatro prende corpo, esiste, quando un gruppo di persone decide di farlo, anche nel caso in cui sul palco, al momento della rappresentazione, a interpretarlo è un solo attore. Fra Arte e Teatro ci sono secoli di feconda convivenza: dalle maschere ai costumi, dalle marionette ai burattini, dalle scene alle luci e ai colori per arrivare ai grandi e importanti cicli di dipinti sul teatro, sulla danza e sulla musica realizzati da artisti di talento come Munch, Klimt, Picasso, Klee, Chagall, Matisse…E andando ancora più indietro le scene di caccia (Teatro della Vita) e le impronte delle mani lasciate sulle pareti di molte grotte dai nostri antenati; le figure danzanti dei basso rilievi del Partenone; gli affreschi e i mosaici nelle case di Roma antica e di Pompei; la teatralità dell’architettura…

In questi lavori, mi sembra ci sia un lavoro di memoria ed evocazione. È per qualcosa che si è perso, o per qualcosa che rimane? In teatro e non solo…..
Penso che l’Arte, tutta l’Arte e quindi sia il Teatro che la Pittura, sia sempre stata la “miglior testimone” del tempo che l’ha vista nascere e svilupparsi. Praticamente l’Arte ha sempre accompagnato, sottolineato e in molti casi anticipato il “senso” della nostra esistenza. Faccio un esempio nel 1944 Francis Bacon dipinge il trittico “Tre studi di figure ai piedi della Crocifissione”. Tre immagini drammatiche. Tremende. Tre immagini che anticipano di molto gli orrori dei campi di sterminio in seguito documentati da foto e filmati. E non mancano altri esempi in questo senso. Dalla potenza espressiva degli affreschi della Sistina alla forza evocativa e di denuncia di “Guernica” di Picasso ai grandi spettacoli messi in scena da artisti del calibro di Giorgio Streheler , Eugernio Barba…Tutta “roba” di grande valore e di indiscussa attualità.

Eppure questi soggetti, questi possibili personaggi, parlano di un presente. È così? E in caso, quale presente?
Certo. Con questi lavori cerco di parlare del “nostro presente”. Un “presente” difficile, complicato in tutti i sensi, a volte drammatico, cinico e spesso cattivo. Un brutto “presente” che interpreto con ironia rifacendomi soprattutto a quella antica consuetudine che permetteva agli attori di teatro di dire qualsiasi cosa, anche critiche pesanti nei confronti del “potere”, pur sempre limitatamente allo spazio del palcoscenico e quindi nel bel mezzo di una “finzione” e possibilmente “mascherati” quindi “irriconoscibili”. Questi miei “Personaggi e interpreti” vogliono evocare le “miserie” a cui assistiamo quotidianamente: ai burattini sulla scena politica e intellettuale, ai loschi burattinai, alla maschere che nascondono la vera natura dei personaggi in scena…Solo il palcoscenico lo vedo come uno spazio “fuori dalla realtà”. Un territorio neutrale. Una sorta di terra di nessuno. Costruito con elementi effimeri, spesso “poveri”: teloni dipinti stesi su correntini di legno a fare da quinte; qualche faretto e tante lampadine a illuminare la scena, a definire lo spazio dove dovrà consumarsi la storia, la vicenda teatrale…Sarà una commedia o una tragedia? Sarà comunque una finzione che ci farà riflettere, ridere, piangere…

 

 

l’artista:
Luciano de Gironcoli è nato a Gorizia (Italia)nel 1947.
Ha frequentato la sezione di decorazione pittorica (affreschi, graffiti, affreschi lucidi, lacche) all' Istituto Statale d'Arte del capoluogo isontino. Dal 1972 vive a Cormons. Espone in pubblico, per la prima volta, nel 1962, in occasione della mostra delle opere partecipanti al Premio San Floriano (Gorizia).
Da allora è presente a centinaia di mostre collettive, concorsi, rassegne d'arte a carattere locale, nazionale ed internazionale e allestisce numerose mostre personali in Gallerie pubbliche e private. E' stato iscritto al Sindacato Nazionale Arti Visive della CGIL ricoprendo anche la carica di Segretario provinciale. Fa parte del Gruppo Internazionale di Arti Visive "2xGO" che ha ottenuto il Premio dei tre Comuni- Gorizia, Nova Gorica, San Pietro.
E’ stato socio fondatore e per un certo periodo anche presidente dell'Associazione Culturale "EXIT" che, per dieci anni, ha svolto a Gorizia un'intensa attività di promozione dell’Arte contemporanea nello Studio d’Arte "Exit" di via Favetti e, successivamente, in uno spazio del cinema "Vittoria", nella storica Piazza della Vittoria di Gorizia Attualmente fa parte dell’ Associazione culturale "Amici di Isonzo-Soča", ed è redattore dell'omonima rivista periodica sin dalla sua fondazione. È iscritto all’albo dei giornalisti pubblicisti dal 1974.
Ha collaborato alla realizzazione e all'allestimento della grande rassegna nazionale "Arte in Cantiere" svoltasi a Monfalcone. Ha fatto parte del Comitato organizzatore della mostra "Marx e dintorni", allestita a Cormons, relativamente alla sezione dedicata alle arti figurative.
In collaborazione con il prof. Roberto Maurizio ha fondato a Udine la Piccola permanente d’arte moderna e contemporanea “Refettorio Caucigh” di cui ha curato il calendario delle mostre dal 2004 al 2006.
Da diversi anni tiene conversazioni sull’Arte moderna e contemporanea all’Università della Terza Età di Cormons (Unitre). Nel 2013 ha scritto un saggio intitolato “La Scuola di Gorizia. Singolare quanto anomala esperienza creativa di gruppo. Un’ipotesi di lavoro per gli Storici dell’arte. Uno strumento per conoscere e per approfondire a disposizione di tutti”. La pubblicazione è stata edita dall’Unitre di Cormons.


Mostre personali più recenti:

2001: Galleria d’Arte “la Loggia” Udine.
2004: “Cose mai Viste !” Biblioteca Statale Isontina Gorizia - “Il venditore di cartoline”, Libreria Equilibri Gorizia.
2005 : “I colori del tempo”, calendario illustrato per il Centro Colori di Alba Gurtner e Daniele Potente
2006: “1962/2006 Un percorso d’immagini”, Libreria “Rebus Cormons - “Come il cane di Goya”, Sala del Ridotto del Teatro “Giuseppe Verdi” di Gorizia - “Come il cane di Goya”, “Refettorio Caucigh” Udine
2010: “GRUNT 223” 10 disegni colorati per il nuovo Cd del gruppo Exposurensemble, Spazio “TILT”, Cormons - “Il territorio di Narciso ovvero il miglior punto di vista dell’architetto”, 1628 Piazza Grande Wine Café
2011: “1960 – 1970 Opere su carta”, Biblioteca Comunale di Fogliano Redipuglia, Sala Marizza (Gorizia) -
“ANNIOTTANTA”, Sala della Gran Guardia, Municipio di Palmanova, Piazza Grande di Palmanova (Udine)
2012: “Geometrie” opere su carta dal 2000 al 2002, Bar “Rullo” Internet C@fé, Cormons - “Il miglior punto di vista dell’architetto” dipinti su tela, Studio Arkema, Portogruaro
2013: “Paesaggi 1964 - 2013” Casa de Finetti, Corona (Mariano del Friuli)
2015: “Un percorso circolare. Luciano de Gironcoli 1062/1972 – 2005/2015”. Museo del Territorio di Palazzo Locatelli - Cormòns.

 

 

 

 

 

rivista Fare Voci

curata da Giovanni Fierro
collaboratori:
Guido Cupani, Roberto Lamantea, Ilaria Battista
Livio Caruso, Salvatore Cutrupi