Fare Voci - Febbraio 2019

Fare Voci febbraio 2019

Benvenuti a questo nuovo appuntamento!

Dal Brasile l’invito è di iniziare a conoscere lo scrivere
di Cacá Mendes, poeta e compositore.
La voce d’autore è anche nelle pagine di “Amarene”,
il nuovo libro di Silvia Secco e nella più recente
raccolta “Amori miei” di Roberto Dobran.

Il tempo presente è nei racconti di Nicoletta Storari
e di Nicola Skert.

A domandare la scrittura ci pensa Alessandro Ramberti
di Fara editore.

Le immagini sono tutte nel “collettivo”! di Giulia Spanghero.

Buona lettura.
Giovanni Fierro

(la nostra mail: farevoci@gmail.com)

Immagini       ------------------------

8occhi

“collettivo”!

di Giulia Spanghero


Giulia Spanghero

Voce d’autore      ----------------------------

Le persone sono o devono essere qualcosa

Cacá Mendes, un giorno alla volta

di Giovanni Fierro


Voce significativa della cultura brasiliana, Cacá Mendes (nome d’arte di Carlos Aparecido do Carmo) è poeta e compositore, si muove tra la parola scritta che trova la pagina, e la parola musicata che trova le canzoni.
Questa è l’occasione per iniziare a conoscerlo, con una selezione di cinque suoi testi, e un’intervista in cui parla del suo fare arte, anche all’interno del tempo odierno che anima il Brasile.

Cacá Mendes

Quattro testi di Cacá Mendes:

(traduzioni in italiano a cura di Rosana Crispim da Costa e Andrea Garbin)


Anonimato-me
a Jairo Ferreira

ero morto in quegli anni
mentre tutti pensavano e dicevano cose che leggevano
di me ho continuato a essere vivo hanno visto questo
ma nessuno voleva saperne di più sulla mia reputazione di morto
così sono andato a vivere con i cani in un'alba
che non rimane da nessuna parte del tempo in nessun angolo di alcuna città
qualunque cosa sia stato diventai un orologio in frantumi
tra il 1 ° e il 2 °
piano
là dove sono morto diverse volte di fame davanti a un frigorifero vuoto
e caldo
per mancanza di pagamento della luce e vedete un po’ che ho sempre amato il buio
 
(il titolo è un riferimento al libro “Cinema d’invenzione” di Jairo Ferrera, critico, poeta e cineasta brasiliano di San Paolo)





La lingua
                 
La lingua è questo
La lingua è questo
Che incolla la bocca
quando la gente tace

La lingua è questo
La lingua è questo
Che decolla dal suo cielo
Quando la gente parla

La lingua non dice niente
È solo un movimento
che si ripete dentro
senza sentimento
Come una frusta imprigionata
al domatore

La lingua non è nulla
È carne melmosa
Un dito di prosa
È un’estremità porosa
Rossa e gustosa





Ragazze nude - semafori

Le luci accese
Sono felici le luci
Giovani principesse
(occhi della città)
Stelle dei semafori
di lunghi viali

Fuggire dalla fame
Dallo sporco e dal freddo nella pancia
Così si vive
Sono cose concrete
Nelle strade di San Paolo
Che poche persone vedranno

Oh, il semaforo si spegnerà.
Spento, corriamo...

Equilibrio, fuoco, parabrezza:
Il mio nome è Nin, di nessuno.
E questo qui è un'altro Nin...
Chi sarà colui che tiene in casa,
una moneta, un proiettile o un orso senza usarli?
Meglio chiedere, molto meglio
Che morire, morire, morire

Questa strada così trafficata, così trafficata
di macchine, di macchine, intasata
Io vendo, offro al mio prezzo
La mia mercanzia a un semaforo:
Sai, l'arte dell’amo, di catturare i pesci
Per sfuggire alla mosca blu, blu?!

Questo è l'unico blues che posso ancora
suonare con la mia pancia

Qualcuno, chiunque
Non puoi che essere tu, soltanto
In questa magica arte del coltello
nella gola per essere
Solamente un altro emarginato

La lama giusta sulla persona sbagliata
Qualcuno è d'accordo con la vita?
Al pronto, soccorso! Soccorso! Soccorso!
Se vai là, fratello mio
Credo di morire prima di arrivare
Bandito, bandito, bandito

Dei semafori, dei semafori
Giocolieri del cerchio al circo
Scimmie pagliacci leoni
Sai, quegli spiccioli, giovanotto?
No, signore! È stato Dio a cambiarti
Al momento della nascita, quando sei nato

Ah, sono nato in un giardino senza luce
in un parco senza Ibirapuera
Ah, ragazze, credo che la gente sia andata!

Il semaforo era aperto, aperto, aperto, aperto
E rimase là nel nostro petto
Giusto sulla ferita ferita...
E nessuno ha visto, visto, visto quel denaro
Scivolare nella fognatura
Prima che lo potessi...

Prendere, prendere, prendere, prendere!






La poesia non è per i pesci

Un fiume di poesia
È per nascondere i pesci
Che sanno nuotare senza acqua

Fiume di pesce
Fuori da sé stesso, marinaio
Lasciaci senza ali
per camminare

E se camminiamo come uccelli con lui
Restiamo trafelati
Mia madre sapeva ciò che voleva:
Friggere il tempo prima dell’ora

Era morbido come una piuma d'uccello
Nei pori del cielo
Pazzo di giorno, sano di notte
Poi moriva per vivere

Era il suo modo di essere pesce
Per vestirsi di poesia fritta
In ogni momento della giornata
Nessuno ne dubiti

Per essere pesce, un giorno
Chissà
Si può anche traboccare nel fiume

I poeti sono ciechi poichè vedono indietro
Per andare avanti più tardi

È meglio un uomo
dei pesci dalle dimensioni giganti?

Di questo già dicevo:
Che niente, niente, niente.
Le persone non sono misure

Le persone sono o devono essere qualcosa


Cacá Mendes

Intervista a Cacá Mendes:

(traduzione in italiano di Edson Tobinaga)

Queste poesie sembrano mostrare uno scrivere dove nessuno guarda. È così?
Penso che la poesia sia una rivelazione di cose che va ben oltre i codici della scrittura tradizionale, molto oltre il punto in cui gli occhi possono vedere. È una lente molto speciale, e solo attraverso di lei è possibile raggiungere un microcosmo, che può essere qualcosa che si vuole esprimere, provocato da qualche forte emozione o sentimento ... Ricordando che non è mai una volontà dell'autore dire qualcosa dove il linguaggio del quotidiano sia sufficiente. Solo mediante la poesia si va al cuore di ciò che il lettore "cerca", o semplicemente per mezzo della poesia si cerca un lettore che da lei può essere incantato.
Inoltre, come direbbe Manoel de Barrros, uno dei grandi della nostra letteratura, in alcuni dei suoi versi (dal libro “O Guardador das Águas”, Edizioni Record): “Così, / Al poeta fa bene / Dispiegare / Tanto quanto lo scurire accende le lucciole”... E aggiungo: se fai del bene al poeta, lo farai anche al suo lettore.

Questi testi sono anche un incitare ad aprire gli occhi, a tenerli ben aperti, per cogliere ogni piccola cosa, ogni sfumatura del vivere?
Il poeta è un soggetto che è da qualche parte, ed è parte di un tutto, all'interno della complessità dell'universo, dove agisce anche come osservatore, catturando istantanee, secondi o frazioni di secondi di ciò che si svolge davanti a lui o con se stesso. Il poema è una sintesi di questo "io" che si posiziona nel mondo e per il mondo.
Un poema come risultato dell'osservazione del mondo non può essere qualcosa di fine a se stesso, passivo, che non provoca qualcosa in qualcuno. In questo senso, la poesia è anche lo stimolarci ad "aprire gli occhi", a provocare riflessioni, a portarci fuori dal luogo comune, a creare disagi, frenesie, se possibile.
E se questo serve a capire meglio i nostri sentimenti e le nostre emozioni, serve anche a diventare un Essere migliore di fronte al mondo; serve a renderci meno brutalizzati, meno sessisti, meno arroganti, meno ignoranti... Altrimenti, non contino su di me, sui miei testi, su qualsiasi altra cosa in questa vita!

Ed è anche un tentativo di guardare dove gli occhi non bastano, e bisogna guardare con qualcos’altro? Se è così, con cosa?
La mia poesia è una poesia che flirta con i classici della MPB (musica popolare brasiliana), con il teatro, il circo, la danza e, soprattutto, con la vita quotidiana. Immagino che sia una poesia popolare, nel senso di lavorare con una lingua molto vicina al discorso colloquiale, la parlata comune. Come la poesia dei trovatori, alcune delle mie poesie non sono apparse prima in un libro, ma in seguito sono diventate poesie, declamazione... In quel caso, da quando il nostro gruppo (Os Conversadores) è nato nel 2008, aveva già lo scopo di lavorare con altri sensi, non solo con lo sguardo!
Abbiamo pensato di unire la musica con la poesia, o viceversa, di trascendere i confini grafici della scrittura capendo che la poesia parlata o cantata può andare ben oltre questa comprensione visiva, tradizionale e individuale della lettura.
Inoltre, un'esperienza collettiva, sintonizzata sullo stesso "udito" è un'esperienza unica e straordinaria in questa poesia. Sia per il poeta e/o interprete e, soprattutto, per il pubblico "ascoltatore". E non ho nemmeno bisogno di ricordare qui il corpo, i gesti, il movimento scenico e l'abbigliamento (non importa quanto semplici e senza pretese siano).
E pensare in altri sensi, è mostrare/guardare con le orecchie, per esempio. È un pensiero dei suoni della vita quotidiana, per capire quei rumori di parola che ci muovono alla ricerca di qualcosa che non è mai alla nostra portata. E quando pensiamo che il poema sia parlato, leggiamo ad alta voce e ci dà quella possibilità di potenza di fronte alle utopie. Sia dalla voce che riproduce ogni fonema, nel suo modo particolare, come dalla composizione proposta dal poeta. La forma e il contenuto, in questo senso, andranno insieme per produrre un "significato" atteso dall'autore e dall'interprete. Così i suoni del discorso della poesia possono e vanno oltre le parole stampate, lette. Piaccia o no.

Cacá Mendes

È una poesia molto fisica, ma ci sono anche immaginazione e fantasia che creano mondi (emotivi e sensoriali) possibili dove stare. È una sorta di resistenza umana?
Come ho detto sopra, la mia poesia è più spesso pensata per essere detta, parlata, e raramente la vedo paralizzata in una pagina di un libro o in un giornale. Ed è una poesia creata con materiale quotidiano, con cui osservo ciò che viene detto o vissuto nella vita quotidiana della gente comune ... Quindi forse questo è qualcosa di molto vicino al fisico, palpabile. Mentre questo materiale raccolto nella vita quotidiana, riscaldato, raffreddato, spezzato, frantumato con una specie di martello della mia immaginazione, viene poi riutilizzato per la costruzione del prodotto finale: il poema.
Tutta l'arte tende a provocare qualcosa. E ogni provocazione, di per sé, è già una resistenza, o più, un affronto. Inoltre, dove c'è arte ci sono pensatori, o viceversa; ma la poesia è qualcosa di così insignificante agli occhi di qualcuno, e anche se apparentemente è qualcosa di "fragile", "docile", "etereo" e in effetti qualcosa di immateriale, può spaventare, causare una specie di panico per i non-saggi. Poiché odiano ciò che non è palpabile per la loro vista; odiano ciò che richiede uno sforzo mentale, un pò di comprensione. Quindi la poesia può essere un grande pericolo. Poesia in loro!

Nella tua scrittura, quando un testo diventa poesia e quando la musica?
Ho iniziato la mia vita da poeta nei modi della musica, per così dire. Nel periodo che va dagli anni '70 agli anni '80, ho avuto modo di conoscere prima i testi, che mi ha portato inesorabilmente alla poesia vera e propria. E per un pò ho fatto molti testi di canzoni, che non sono mai diventati poesia, e ho fatto molta poesia che non è mai diventata testo... Quindi in un certo senso ho più o meno separato l'uno dall'altro, e ho imparato molta poesia ascoltando compositori come Chico Buarque, Alceu Valença, Geraldo Azevedo e molti altri geni della nostra musica. Poi vennero i poeti come Carlos Drummond de Andrade, Gonçalves Dias, Oswald de Andrade, Manoel de Barros, João Cabral de Melo Neto, Paulo Leminski, tra gli altri autori della letteratura mondiale...
Pertanto, quando comincio a comporre un testo, l'idea di musica o poesia è già definita al suo inizio: se deve essere per la musica, allora sto già creando ritmo, melodia e tutto. A seconda del mio tempo o del mio impegno con il tema, l'idea, trasmetto lo schizzo, chiamiamolo così, di ciò che creo al mio partner Edison Tobinaga, che con la sua abilità come musicista e arrangiatore principale dà il risultato finale, aggiustando qua e là, ricreando le cose e definendo l'intera canzone, combinando testo e musica, o poesia che diviene testo, o testo che divenne poesia, e così via. La canzone è pronta.
Ora, se deve essere poesia, come ho detto sopra, la definisco non appena mi viene un'idea ... Secondo l’occasione, è pronta, e batte secca, netta, e basta solo trascriverla su carta. Questo accade molto con la poesia, che molto probabilmente non sarà mai musica, nel termine più corretto della sua definizione. Perché non c'era un "timing" per lei per farla esistere in un altro corpo, che non è il suo.
Quindi, in questo limite tra una cosa e l'altra, chi crea non saprà mai correttamente il motivo di una cosa e non di un'altra, se va lì o là. Basta andare.

Cosa significa scrivere poesie ora in Brasile?
Scrivere è sempre stato un atto difficile qui, in molti modi. Anche perché non è sufficiente produrre buone poesie, buona letteratura, buona musica; bisogna divulgare, bisogna raggiungere il lettore, il pubblico, la sua destinazione finale. Penso che non ci sia artista e nè scrittore che non voglia raggiungere il suo pubblico... È nella natura dell'arte relazionarsi con il pubblico, provocarlo, persino avere dei ritorni, essere in grado di suscitare altre provocazioni nel suo autore, che è un auto-riflessione, di fronte alle sue creazioni. Quindi non è mai stato facile, e non lo sarà ora, assolutamente.
L'educazione, la cultura e altri campi della conoscenza umana sono cose piuttosto secondarie in questo governo attuale. In effetti, le persone qui non hanno alcuna importanza... Era già così, e ora sta peggiorando. Quindi la poesia, che è sempre stata un prodotto raro nella vita delle persone, in questo contesto è molto probabile che diventi inesistente. E se persiste, non sarà nient'altro che un affronto a questo groviglio di imbrogli.
Pertanto, fare poesie ora avrà un costo molto maggiore. Ancora non sappiamo quale prezzo... Peggio di tutto è questo: non avere un tetto, un orizzonte. Qui l'imprevedibile è la regola. Pertanto, si raccomanda di vivere un giorno alla volta.





L’autore:
Cacá Mendes, pseudonimo di Carlos Aparecido do Carmo, è un poeta, compositore e autore culturale nato nel 1959 a Monte Belo, nello stato di Minas Gerais, in Brasile
Nel 1980 si trasferisce nella città di San Paolo, dove partecipa  a numerosi movimenti culturali.
Dal 2008 dirige il blog “Crônica de Segunda”, http://cronicaseg.blogspot.com.
Ha pubblicato i libri di poesia: “Transição” (1984); “O beijo experimental” (1986); “Contido Descontrolado” (2012).
Ha collaborato con varie riviste e ad alcuni reportage su cinema e teatro.
Tra il 1988 e il 1992 ha scritto sul giornale “Classe Operária”.
Nel 2003 ha scritto uno speciale reportage sul Cineclubismo brasiliano, per il giornale “O Pasquim”.  
Con il musicista Edson Tobinaga ha creato lo spettacolo poetico-musicale “Os conversadores”.
Successivamente, assieme hanno fondato i “Sarau dos conversadores”, incontri che si svolgono regolarmente l’ultimo sabato di ogni mese presso la libreria “Livraria da Vila”, a San Paolo. (https://www.facebook.com/osaraudosconversadores/)

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The pet is in tha house

“collettivo”!

di Giulia Spanghero

Giulia Spanghero

Tempo presente      -------------------------

Attese

Un racconto

di Nicoletta Storari

Il telefono continua a squillare, petulante.
Fa da controcanto ai colpi di tosse della signora, una creatura di madreperla, che mi siede vicina.
A rispondere, da dietro al bancone, una voce, che più di malattie che ti incollano per la paura, ricorda un'agenzia di sirene sexy a noleggio. L'incipit è sempre lo stesso "Buongiorno, La Pet (servizi di diagnostica avanzata), ospedale di Udine. Sono Marina, come posso aiutarla?"
Segue, in tondo, una serie di frasi masterizzate - "il suo esame è confermato per domani" - "le raccomando il digiuno, almeno dieci ore prima" - "no, non serve alcuna impegnativa".
E si ripetono, e si rincorrono, in un loop che mette quasi sonnolenza.
Ma qui, c'è troppa luce per assopirsi. È tutto luccicante: il pavimento di linoleum tirato a cera, le unghie laccate delle infermiere operose all'accettazione, i monitor a led, quando indicano il turno di accesso dei pazienti.
Poche cose mancano di lucentezza, in questa sala d'aspetto.
Gli occhi delle persone che vi siedono, per esempio. E le loro teste, anche, un po' sudate, di chi non sta bene.
Puoi toccarlo, l'odore della tensione. Dell'angoscia, perché non sai con quale dramma farai i conti domani, mentre preghi ancora per un'assoluzione, o per un errore.

Qui, è una terra di confine. O forse una specie di purgatorio, non so.
Entri in un'angusta macchina, con l'ago nel braccio e un rumore di locomotiva che ti schiaccia il cranio. Ti mettono steso in un tubo, ti lasciano lì al freddo per due ore. E basta.
Poi esci, e sei diverso da prima. E sai che la tua vita, d'ora in poi, non sarà più uguale a prima. Per qualche giorno, rimani anche un pochino radioattivo. Serve a farti sapere, a te, ai medici, in che misura la serpe ha colonizzato il tuo corpo.

Oggi io ci ho accompagnato Giulio, il mio dirimpettaio di casa, 79 anni. Solo.
Ha l'occhio giallo, lui. E a guardarlo, cerco di ragionare se quell'occhio liquido stia raccontando peccati commessi nel passato, o piuttosto anticipi, come un crudele presagio, le pene a cui è destinato nei mesi a venire.
E devo aver pensato forte, perché in quel preciso istante, lui piega un po' le spalle verso di me -fa quasi male- e mi parla sottovoce.
"Ho bevuto oceani di alcol, fumato di tutto, e ancora mi piace. Ho avuto 1000 e più donne, credo. Dimmi tu, cosa faccio qua.
Non so se ho le energie per attraversare questo fiume. Non mi interessa più. Sono a posto così, grazie. Guardati attorno, tesoro: è così che vogliamo scrivere l'ultimo capitolo?
Ti voglio bene. Accidenti a te che mi hai convinto a venire."
Mi dà un lieve pugno sulla tempia.
Lo guardo, in bilico fra una bocca di broncio e il prurito delle mie mani che, ostinate, vorrebbero tenere tutto stretto vicino alle guance, quel posto sempre troppo caldo, e trasparente. Senza difesa.
Lo guardo dal ciglio di due lacrime.

Poi, poi non c'è più spazio per nulla.
Lampeggia il monitor." Giulio, è il suo numero. Ne parliamo più tardi."
"Sì. Ci sono."
Giulio preme due gomiti ossuti sulle ginocchia e si solleva dalla sedia, mentre io mi affretto a raccogliere le carte, e guardo con occhi impazienti l'infermiera-sirena-Marina, che ci aspetta, sorridente e fiduciosa.
Il mio vecchio amico muove tre passi, lento. Poi si gira verso di me, e vedo brillare i suoi denti, allineati probabilmente dal geometra di Nostro Signore. Cambia direzione.
Si avvia - la schiena stranamente dritta - ed è già a un metro dal portone d'ingresso. O meglio, di uscita. Mi fa l'occhiolino.
" Signorina, andiamo? Ti offro un bicchiere".

Nicoletta Storari

L’autrice:
Nicoletta Storari è nata a Cividale, vive a San Giovanni al Natisone (Ud), ma è in realtà una Cormonese Doc.
Recentemente si è avvicinata al mondo del teatro, scrivendo e arrangiando la sceneggiatura dello spettacolo "Una sposa conveniente", andato in scena nell'ultima stagione, con notevole successo.
La sua scrittura si è espressa e maturata negli ultimi anni, grazie ai laboratori di scrittura creativa che ha frequentato.
Con i suoi testi è stata ospite del festival internazionale itinerante “Acque di acqua” e della rassegna goriziana “Fare Voci & Venerdì”.

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Spring

“collettivo”!

di Giulia Spanghero

Giulia Spanghero

Voce d’autore      -----------------------

Avremo comprensione nelle mani

Silvia Secco, “Amarene”

di Giovanni Fierro

Silvia Secco

Ci sono libri che sono belli e anche necessari. Sono quei libri che hanno in sé la raffinatezza della forma e l’intensità dell’urgenza.
E “Amarene” di Silvia Secco fa parte di questa categoria.
Perché le parole di questo libro hanno la provenienza certa dell’esperienza umana, diretta e senza filtro; e sono anche la dimostrazione di come la scrittura poetica sia ricerca continua e lavoro di accuratezza.
“Amarene” ha quattro parti, attraverso le quali Silvia secco ci porta nel suo rinnovato scrivere, nel nuovo incontro con il suo stare nella poesia.
La prima parte si apre al lettore e si mostra subito come ferita aperta, livida nel vissuto.
Occorre accarezzare, se brucia soffiare./ Placare se serve, lenire.”, a dire dell’attenzione in cui si è catapultati, quando il vivere è un’intonazione di sofferenza, perché “So la gestazione del dolore, lenta/ nei sostrati. Gli aghi smessi dalle alture/ sono scesi, coprono il luogo della cova”.
Ma in questo luogo che Silvia Secco riconosce e misura non c’è sconfitta però, mai.
È invece l’occasione per fare iniziare il bisogno di dare un nuovo nome alle cose, per rinnovare, per cambiare, per trovare un altro tempo possibile, più indulgente ed accogliente.

Con la seconda parte le distanze sono riconosciute, immerse nello sguardo come terre lontane, e in questo stare emotivo si può costruire una nuova vulnerabilità, una nuova capacità di dedicarsi allo stare al mondo, anche quando la neve, sempre di più, copre tutto e porta il silenzio.
Dove c’è “la casa isolata nella santità dell’altopiano,/ un’altitudine rivolta mi chiedo   ma dove”, e raccontare ciò che c’è fuori è anche uno svelare di ciò che si ha dentro, “gemere vuoto di luogo disabitato, abbaglio di bianco/ sul bianco del muro.
Perché è un attimo, e in mezzo a tutto questo ci si può sentire estranei, anche smarriti, e l’invito di Silvia Secco è tutto nel testo di pagina 44, ad essere la piccola cosa, il centro, il nucleo di un qualcos’altro più grande, per ricalibrare il proprio centro di gravità, il suo seme futuro, “un seme/ in osso di pesca”.
E qui siamo già nella terza parte di “Amarene”, dove la tenacia è costruire una possibilità futura, da cui attingere, dove lo stare in ascolto di sé è il primo passo, “e il melograno è carico di frutti/ e non per la mia bocca,/ non per la mia fame”. Certo, il dubbio che tutto questo non basti si avverte, è naturale, ma è il momento di dirlo: “Avremo comprensione nelle mani”.

“Amarene” è anche un ‘trattato’ sul fare poesia, un dire cosa l’autrice intende per poesia.
A pagina 54 questo viene svelato, nominando Allen Ginsberg e ricordando che “I poeti erano le divinità/ vocali nei libri, ci cantavano il destino”. Ecco qualcosa a cui appartenere.
E il senso di appartenenza, il suo desiderio, in queste pagine si manifesta, si mette in primo piano, e l’ammissione di Silvia Secco contiene tutto il libro: “Ho partecipato sempre all’erosione”.
Intenso e particolare, è questa la cifra di “Amarene”, un sentiero fuori dalle direzioni battute, che si avventura dove c’è più pericolo e nessuna promessa.
Ma è questo il viaggio umano e poetico di Silvia Secco, anche solo per raggiungere casa e città, per collocare Milano in un altro luogo, il posto possibile dove domandarsi se trovare riparo o nascondersi.
Ed è il tempo maturo delle domande senza il punto interrogativo, finalmente.
Te lo dico io, ti dico intero/ tutto il cielo”, “Ecco, ti dono la mia resa/ di foglia”, “Tu fammi un prodigio/ di quiete”; il compimento di una crescita, di uno sviluppo che intreccia lo scrivere la vita e il vivere la poesia.
Di più non si può chiedere.

Silvia Secco

Dal libro:

Dopo che la pioggia non venne
non scesero gli angeli a consolare
il cavo della madre nel suo seno.
Ti sei dimenticata di ordinare
il pane. Hai pensato che alla terra
appartiene la sete, non la fame.


*


Ora che togli misura al tempo e sei
pura reale magia e puro stupore
di rose gialle su cenere, prova
a farti minuscolo – grano dentro
melograno – e ancor meno, un seme
in osso di pesca. Rimani almeno il gusto
come di noci nell’impasto, di voci
sussurrate appena. Fatti bisbiglio:
sibilo breve all’orecchio sinistro, briciolo
sullo specchio.


*


Vien vardàre, mi hai detto. Il filare
finisce sul fiore, ognuna delle tue
rose è sana. E nel minuscolo tondo
del chicco, ancora non succo né acino
e nel ventaglio della foglia e nello
slargo del palmo della tua mano
e ovunque fra il passo e l’erba, io mi fiuto
un buono di pelle che è il nostro odore
e dove mi trovo, figlia. Appartengo
a una patria.



Intervista a Silvia Secco:


La prima impressione, collegata alla prima parte, è che questo è un libro ‘doloroso’, l’atmosfera che da subito si respira è quella di una ferita aperta…
Carissimo Giovanni, prima di tutto voglio ringraziarti per l’accoglienza che hai riservato a questo libro, nella versione artigianale che hai ricevuto, un po’ più “delicata” rispetto a quella in commercio, e per queste bellissime domande, che sanno scavare in profondità e alle quali non è facile rispondere senza rischio.
Le “Amarene” sono i frutti del dolore, a volte sublimi nella loro ferocia, proprio come sanno essere i frutti, che sopravvivono al fiore estinguendolo, o i figli: ciò che generiamo, che mettiamo al mondo, attraverso il sacrificio. Sono i frutti del dolore, ancora e ad esempio, poiché dolorosa è la presa di coscienza di una promessa non mantenuta, di una dolcezza attesa che si rivela, invece, amara ed aspra.
Se siamo d’accordo sul fatto che la poesia si generi, almeno nella sua sorgente, nell’ambito del vissuto privato di chi la scrive, “Amarene” è la parola che contiene, anche a livello del significante, tutto il microcosmo di esperienze umane e poetiche dei miei ultimi tre anni, - il verbo Amare/ l’aggettivo Amare/ Ne-Amare come negazione e disamore: negazione anche di orizzonti e di speranza/ qualche barlume di frutta calda e di sciroppo sul finale dell’alba - che la poesia sa trasformare, miracolosamente e fortunatamente, in linguaggio trascendente la dimensione soltanto privata. Ecco, assieme a tutto questo le amarene sono chiamate anche visciole, altra parola che racchiude l’universo rosso e bianco delle piaghe, delle cicatrici non rimarginate, all’interno delle quali entra dolorosamente tutto l’esterno, come giustamente fai notare tu. D’altronde, se questo non accadesse, se fossimo impermeabili e incorruttibili, probabilmente non esisterebbe l’anima, sicuramente non esisterebbero l’arte, la poesia, la musica o la filosofia. Se questo non accadesse saremmo sterili, come le pietre.

Il libro è anche un qualcosa che però porta con sé, e lo fa intravedere, un desiderio di cambiamento, di rinnovo… È così?
La parola Desiderare contiene, etimologicamente, qualcosa di sacro: “togliere lo sguardo alle stelle” inteso nel senso di visione delle stelle che viene negata, che pare essere impossibile. La condizione del disamore subito, come spiegavo prima, origina un vero e proprio sentimento di spaesamento, uno smarrimento simile a quello che l’individuo prova quando si trova a muoversi in uno spazio – in un paesaggio – stravolto nei propri orizzonti conosciuti. Ho sempre pensato che l’ambiente nel quale viviamo sia primario artefice del nostro immaginario: segni attraverso le sue forme il nostro modo di essere. E molti dei testi di questo libro, come ho voluto indicare nella nota che racconta la scelta dell’immagine di copertina (una fotografia di Anna Brian dal titolo “Cantiere Pedemontana 2016. La costruzione del paesaggio”) devono il loro motore originario nella sensazione di assoluta perdita di riferimenti al cospetto del paesaggio nel quale sono nata e cresciuta, la piana pedemontana alto-vicentina, dopo la messa in opera del cantiere per l’autostrada Pedemontana veneta. Così, se desideriamo ciò che manca, evidentemente lo desideriamo con un dolore spinto dalla rabbia verso il proprio superamento.
Potrei parlarti, poi, di come a volte i grandi mutamenti ci sovrastino nella loro enormità, tanto che opponiamo loro - tentiamo di farlo - una strenua resistenza, fino a bruciarci la pelle, fino a perdere la voce. Ad un certo punto, anche in questo libro, però accade qualcosa: si concede alle rivoluzioni di compiersi, si lascia che la frana sia liberata, che la neve cada. Il rinnovamento avviene, allora, sopra la rovina.

Silvia Secco


Nella seconda sezione c’è un mettere distanza, riconoscerla, rispetto all’accaduto, agli avvenimenti del proprio vivere. E in questo può trovare spazio una vulnerabilità nuova, un prepararsi al nuovo tempo che arriverà… la si può leggere anche così?
Esattamente così, come dicevamo poco fa. Ho compreso in questi anni che l’accettazione non significa rassegnazione e non rappresenta più, almeno per quanto mi riguarda, soltanto una perdita. Si tratta di una smessa di resistenza, di uno “stato in luogo dinamico”, ed assolutamente lucido e partecipato, nel quale si permette alla neve di cadere, coprire, terrorizzare con la sua portata di bianco nulla silenzioso - che molto ha a che vedere con la morte - pensando che, come raccontano i vecchi, sotto la neve c’è, ci deve essere, il pane; che dopo la neve ci sarà una nuova stagione.

A pagina 44 dell’edizione artigianale (pag. 49 dell’edizione Amazon) il testo mi sembra un invito ad essere la più piccola cosa possibile, per poter essere il centro, il nucleo, di qualcos’altro di più grande, il suo seme futuro. È anche questo un punto di (ri)partenza?
Ė bellissimo che tu legga in questa poesia un invito e un punto di ripartenza, Giovanni: di questo si tratta, effettivamente, anche se lo comprendo proprio e soltanto ora, grazie alla tua suggestione. Questa poesia - anche se la poesia non si dovrebbe spiegare, o almeno così in molti dichiarano - ha a che vedere con la fine, in realtà. Ė stata scritta in occasione della morte di uno fra i narratori che amo maggiormente: Marquez. Per la sua camera ardente, mostravano i telegiornali, aveva desiderato unicamente delle rose gialle. Ricordo, con la verosimiglianza delle immagini dei ricordi che non sono mai esattamente le immagini reali, come in un quadro, la scena della bara e di questo abbraccio meraviglioso di giallo.
In questa poesia pensavo semplicemente di chiedergli di rimanere qui, in qualche modo, e pensavo di dirgli che, se in qualche modo lo avesse fatto - attraverso la sua scrittura ad esempio - mi sarei accontentata anche di un suo restare minuscolo, purché vivo. Ecco, allora è come scrivi tu: la morte come diminuzione, riduzione progressiva di dimensione fino al punto, al puntino, prima che si apra la nuova fase. La morte come trasformazione, mutamento di stato.

E a pagina 54 dell’edizione artigianale (pag. 61 dell’edizione Amazon), dove citi Ginsberg, la poesia è un manifesto di intenzione poetica, anche una dichiarazione di appartenenza allo scrivere poetico; che viene rafforzata dal passaggio della poesia a pagina 58 dell’edizione artigianale (pag. 65 dell’edizione Amazon), dove scrivi “Ho partecipato sempre all’erosione”. Quindi ti chiedo, nello specifico ma anche in generale, qual è per te il senso e il significato dell’“appartenere”?
In un luogo che mi è caro e dove non andrò mai più, c’ė una lapide, dedicata a una donna che aveva il nome di un fiore, molto amata mentre era in vita, sulla quale ė scritto: ogni uomo s’innamora di chi gli rassomiglia. Credo che l’appartenenza arrivi a significare la possibilità di riconoscimento, il sentimento di essere parte di qualcosa – o di qualcuno – come cellula/ particella/ lembo di una unità, la sensazione quindi di essere compresi (in questo senso partecipi) all’interno di un elemento maggiore, più vasto e più complesso della singolarità. Questa appartenenza rappresenta la sola idea di Patria che conosco e che posso sostenere, poiché si espande verso l’umanità viva ed antenata, verso la natura e in direzione delle cose del mondo, e non conosce campanili, filo spinato di confini né miseri orgogli riferiti alla nascita – caso, per altro, puramente fortuito, all’interno di un determinato territorio invece che altrove. Appartenere al mondo, vissuto, vivente e che vivrà dopo, contribuire con un verso nel nostro caso, rappresenta probabilmente l’unico possibile scampo alla morte, che comunque resta il fine comune, terrorizzante ma certissimo, il destino e la direzione. Del dopo non sappiamo nulla, e forse fortunatamente. In fondo ogni essere vivente, minerale o astrale, ogni essere partecipa all’erosione. La poesia che nomina Ginsberg, simbolo di tutta una poetica beat che ho amato, divorandola, negli anni delle scoperte, si colloca in questa visione delle cose: definisce, anch’essa, la mia patria.

Dopo questo percorso, di pagina in pagina, che si muove in varie direzioni, il finale del libro è ambientato a Milano. È dove trovare pace, è dove potersi nascondere?
Milano ha acceso la miccia delle deflagrazioni, ha fatto brandelli di tutto ciò che per vent’anni avevo creduto vero e indissolubile e ha fatto a pezzi anche me. Ho un grande debito di riconoscenza con questa città tanto dura e tanto complicata, che certamente non ė casa e certamente non è madre. Per una come me, che viene dai campi e che ha scelto di abitare a Bologna, ombelico di grembo dolce e tollerante, che ti guarda e ti accoglie ancor prima di conoscere il tuo nome, l’impatto con la vastità, la velocità e la meraviglia di Milano, europea e settentrionale, ha scardinato e messo in discussione tutto quanto in un momento nel quale anche tutto il resto si stravolgeva per me. A Milano vado a lavorare ogni mattina. Una volta, mentre la guardavo non finire mai nelle sue luci, verso le montagne, al trentanovesimo piano del palazzo della regione, io e lei abbiamo stretto un accordo: lei mi lascia entrare e mi si mostra, a minime dosi si racconta, nella sua lingua mista che a volte non comprendo. Io penso sia bellissima e feroce, e glielo dico, così non mi chiede di restare.
E certo, molto spesso mi ha concesso di sparire, nascosta nel reticolo delle sue strade, fra le migliaia di corpi delle metropolitane, oppure nel chiuso dei cortili, al riparo sotto i rami delle sue magnolie, quando più ne ho avuto bisogno.

Silvia Secco


In che rapporto metti “Amarene” rispetto al tuo precedente ‘scrivere’?
In una sua bella lettura di questo libro, Luigi Paraboschi scrive che in “Canti di cicale” (Samuele Ed., 2016), il mio libro precedente, e in particolare in una poesia, fosse riconoscibile il seme di questo successivo lavoro: “Interni al mio ventricolo sinistro/ maturano segreti di amarene”.
In realtà nomino il frutto anche nella prima raccolta, “L’equilibrio della foglia in caduta” (CFR Edizioni, 2014), e probabilmente perché questa riflessione sull’aspettativa e sulla presa di coscienza dell’asprezza del reale rispetto al desiderato, rappresenta un ritorno costante per me, il mio porto sepolto, in qualche modo. In “Amarene”, però, c’è un passaggio ad una lingua successiva e, almeno questo ė l’intento, al dono di un frutto più maturo, e forse più complesso, capace di pronunciare la complessità. Per “Amarene” ho ricevuto ritorni di parole bellissime da parte di chi mi ha fatto dono di leggerlo finora.
Fra le più care ci sono le parole di un poeta che stimo moltissimo e al quale non ho ancora risposto, perché ha saputo catturare esattamente il senso di questo lavoro, e mi ha emozionato e commosso al punto che non ho ancora avuto altre parole da restituirgli. Lui è Francesco Tomada (spero ora leggerà, sorridendo). Mi racconta della necessità di rileggere, del tempo che questo libro pretende, come fosse una terra straniera, un terreno impervio sul quale camminare. Queste sue parole sono un conforto per me: questo mondo nuovo ė faticoso, lo so. Lo ė stato anche per me. Ma era necessario liberare la parola dall’impegno della comprensibilità ad ogni costo e della immediatezza, così ho concesso a questo libro e a me stessa la possibilità dei gorghi, delle associazioni simboliche e di suoni, delle corrispondenze, e l’ho fatto in completa autonomia di scelte.

Perché in queste pagine si nota un gran lavoro di ricerca sui vocaboli, sulle parole. Ricerca che dona suono e trama narrativa al tutto. Era un desiderio già all’inizio? Una prerogativa di questo nuovo libro?
La parola ė il nome che diamo alle cose. Nel momento in cui vengono nominate, io credo, le cose esistono: esistono vive soltanto a partire da questa nominazione. In questo fare nominativo i poeti imitano dio, partecipano alla creazione con il loro contributo minimo. Nel farlo sono consapevoli della loro inadeguatezza e del loro essere, invece, destinati a terminare, ma non possono rinunciarvi, in questo “tentativo ancora fino al suono”.  Per questo, per l'importanza dell’azione poetica, sì: ho desiderato fin dall'inizio in questo scrivere, che le parole non perdessero il proprio valore, anche se poste all’interno del verso o del testo. Alcune parole sono enormi: racchiudono un mondo intero! Volevo per loro una luce. Come scrive Alberto Bertoni, che mai ringrazierò abbastanza, nella sua nota di lettura ad “Amarene”, volevo per loro una liturgia. La cerco, continuamente, la trovo a volte nelle parole dei poeti che leggo e che stimo. La ricerco, in un cercare che non credo si esaurirà mai, nei miei tentativi. Poi la parola, una volta scritta, anch’essa partecipa all’unità dell’insieme: a volte diventa un pane, a volte il pane è abbastanza buono, ma da solo non lo sarà mai del tutto e da solo si frantumerà. Tu, però, Giovanni, questo lo sai bene. Sei tu che hai scritto “sui piatti vuoti e sulla tovaglia rimangono le briciole/ se le mettiamo assieme fanno un pezzetto di pane/ da sole sono la fame”. Le parole-luce degli altri che mando a memoria sono il mio tesoro più grande. Lo custodisco con cura.





L’autrice:
Silvia Secco è nata a Sandrigo, in provincia di Vicenza, nel 1978.
Vive a Bologna e lavora a Milano.
Fa parte dell’associazione culturale Versante Ripido e della redazione dell’omonima fanzine on line, per la diffusione della poesia.
Ha pubblicato “L’equilibrio della foglia in caduta” (Cfr 2014) e “Canti di cicale” (Samuele 2016).
Assieme a Claudia Zironi e Martina Dalla Stella ha pubblicato “Ursprüngliches Leben: poesia e pittura in dialogo” (EdizioniFolli 2018).

(Silvia Secco “Amarene” pp. 80, Edizionifolli 2018)

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801

“collettivo”!

di Giulia Spanghero


Giulia Spanghero

Domandare la scrittura      --------------------------

Alessandro Ramberti, ‘Fara editore'

Pensieri e parole sulla poesia, oggi.

di Giovanni Fierro


Una nuova rubrica, per conoscere i pensieri e l’animo di chi la poesia non solo la scrive, ma anche la promuove, la pubblica, la fa girare attorno, in ogni giorno possibile. Seconda puntata.

In questo numero l’ospite è Alessandro Ramberti, fine poeta e responsabile della casa editrice Fara, che da molti anni sta svolgendo un prezioso ed instancabile lavoro nell’editoria che propone poesia.
Tanti gli autori che grazie alle sue pubblicazioni hanno iniziato a farsi conoscere, cominciando il proprio percorso d’autore.

Alessandro Ramberti

Intervista ad Alessandro Ramberti:

Qual è il ruolo della poesia ora, nel nostro presente e nella nostra società?
È bello vedere come ci siano ancora giovane menti che leggono e ‘praticano’ la poesia. Non di rado ci sia accosta al mondo poetica non solo per studio e interesse professionale, ma anche attraverso il teatro, la musica, gli slam poetry, incontri al pub o al museo o in altri luoghi che favoriscono una fruizione sinestetica… La poesia dovrebbe avere sempre la funzione di scuotere, di inquietare, di emozionare, di leggere la realtà da una prospettiva laterale e spiazzante, di usare le parole con cura ed efficacia (con amore, direi).
Certo alcuni possono usarla per analizzarsi a fondo, come espressione terapeutica del proprio magma relazionale, esistenziale e affettivo, ma i versi che restano sono quelli che trasfigurano la dimensione dell’io e arrivano in profondità a chi sa ascoltarli.

Quale la sua forza, e cosa invece deve ancora ‘trovare’ per parlare anche alle nuove generazioni?
La sua forza è quella di poter creare suggestioni, visioni, suoni, musica in maniera densa e al contempo leggera, precisa e polisemica, vibrante e tersa: deve sempre esserci questa tensione fra apollineo e dionisiaco perché la poesia risulti artisticamente riuscita. Questo richiede un lavoro di scrittura spesso lungo, o una lunga formazione “preventiva”, un percorso di scavo, conoscenza e purificazione che implica anche un umile confronto con maestri di pensiero e voci poetiche che vanno letti, “ascoltati”, assimilati (e dunque fatti un po’ nostri). So che molti giovani fanno questo apprendistato; chi si sente invece già “imparato” ha spesso il fiato corto.

Scegli un libro del passato, e uno del nostro presente…. E per quale motivo…
Risulterò banale, ma il Canzoniere del Petrarca ha ancora tanto da dire, offre anche una finissima analisi psicologica dei sentimenti, delle pulsioni, delle sublimazioni che mi sembra molto moderna. Fra i poeti contemporanei trovo di una incredibile intensità e profondità i versi di Caterina Camporesi recentemente riuniti in un bellissimo volume http://farapoesia.blogspot.com/2019/01/pensieri-incredibilmente-lucidi-e.html con traduzione serbo-croata a fronte.
Caterina, che ha anche una ricchissima esperienza di psicoterapeuta, ha trovato uno stile che sa esporre empaticamente la fatica (anche bella ed emozionante) di vivere e indagare laicamente l’anima e lo spirito con un taglio abbagliante e densissimo.

Cosa ha di così particolare la poesia, per essere ancora viva e necessaria?
Amore per la lingua, per la parola, per la capacità infinta di creare immagini, di dare suono al pensiero, di comunicare a più livelli, di depistarci per farci ritrovare…

Come vedi la società poetica contemporanea?
I social l’hanno sicuramente svecchiata, sono forse più possibili che in passato scambi e confronti, i circoli chiusi possono esserci ancora ma ci sono altri modi per farsi ascoltare, se si ha qualcosa da dire e l’onestà di mettersi sempre in ascolto.

E la sua editoria?
Mi pare che il lavoro maggiore di scouting lo facciano (ma in fondo era un po’ così anche in passato) alcuni piccoli editori appassionati del loro lavoro e attenti a non pubblicare ogni cosa che viene proposta. Io da molti anni utilizzo i miei concorsi (e so che lo fanno altri colleghi) per selezionare, attraverso giurati che stimo e dai gusti variegati, gli autori che pubblico.

Alessandro Ramberti

L’autore:
Alessandro Ramberti è nato nel 1960 a Santarcangelo di Romagna ma è vissuto anche a Shanghai e a Los Angeles.
È un microeditore. Ha pubblicato qualche racconto e alcune sillogi (“In cerca”, “Pietrisco”, “Sotto il sole (sopra il cielo”), “Orme intangibili” e “Al largo in proprio”, “Inoltramenti” con l’Arca Felice di Salerno per la quale ha anche tradotto quattro poesie di Du Fu.
Ama organizzare quelle che lui chiama kermesse, parola fiamminga che designa la festa/sagra: incontri fra autori disposti all’ascolto e alla umile e lieta condivisione di tratti brevi ma significativi del proprio percorso (la prossima a tema La via si terrà a Fonte Avellana dal 5 al 7 luglio 2019).

 

 

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Occhio

“collettivo”!

di Giulia Spanghero

Giulia Spanghero



Tempo presente      -----------------------

Fu funerale

Un racconto

di Nicola Skert

Quando Paul sollevò la testa dai gradini della chiesa, scorse in lontananza il carro funebre procedere come un miraggio nel violento riverbero del sole. Paul si portò la mano sulla fronte sudata. Faceva un caldo torrido in quella tarda mattinata di agosto, l'asfalto esalava vapori venefici che ondeggiando risalivano liquefacendone la carrozzeria grigia. Dentro a quella custodia di metallo ve ne era un'altra di legno dove ieri era stata riposta la salma di Nick, morto per attacco cardiaco sul bancone del bar.
"La migliore delle morti che poteva augurarsi" sussurrò Meggy, sopraggiunta accanto a Paul. Lo prese per il braccio e rimase lì a fissare l'arrivo dell'auto funebre, con l'aria inebetita di chi è stufa del solito spettacolo allestito dalla morte.
"Già. Il posto giusto. Come diceva Nick” recitò “un attore vorrebbe morire sul palcoscenico. Io, da buon alcolizzato, sullo sgabello del bar di Daniel."
"Abbi rispetto di lui, Paul!"
"Non lo dico mica io!" si giustificò. "E' sempre stata la sua battuta preferita. A quanto pare il suo desiderio è stato esaudito."
"Te invece puoi solo augurarti di rimanerci sul divano, l'unico posto che frequenti con tanta passione quanto il bar del tuo amico. Ora accanto a te ci sarà solo uno sgabello vuoto. Con chi lo riempirai? Con un bianco e campari?"
"Smettila Meggy, almeno oggi, cazzo" digrignò Paul tra i denti.

Il carro funebre procedeva con estrema lentezza e sembrava che sbandasse tra le onde di quel mondo liquefatto dal sole, dove ogni cosa solida o gassosa sembrava avesse virato verso lo stesso stato fisico. Paul si guardò attorno proteggendosi dietro agli occhiali a specchio che riflettevano una moltitudine di persone. Paul non poteva crederci che Nick conoscesse così tanta gente pronta ad assistere al suo funerale. La maggior parte, probabilmente, glielo aveva augurato così spesso che non poteva perdersi l'atto conclusivo di un desiderio esaudito. Erano riuniti in drappelli silenziosi come grappoli d'uva nel vigneto di Dio, al quale prima o poi tutti ritornano per farci del buon vino con cui i preti officiano le loro comunioni. Paul si chiese quando sarebbe toccato a lui. Era fermamente convinto che esistono tre fasi nella vita in cui si rischia di morire: la prima tra i venti e i trenta e di mano propria, quando ci si sente immortali, la seconda tra i quaranta e i cinquanta per malanni causati della condotta precedente, la terza subito dopo la pensione, quando l'improvviso cambio di vita può risultare uno shock fatale per il corpo e la mente. Paul aveva brillantemente superato la prima e la terza non rappresentava più un pericolo, dato che lui come molti altri non avrebbero mai ricevuto la pensione. Rimaneva tuttavia ancora in sospeso la seconda, e all'età di quarantasette anni ne aveva ancora tre davanti per cimentarsi in uno slalom tra i tumori che ormai serpeggiavano tra i suoi coetanei come fossero comuni mali di stagione.
Al pensiero si toccò le palle dalla tasca dei pantaloni, Meggy lo notò e rifilò uno schiaffo discreto sul dorso della sua mano protetto dal sottile strato di tessuto.  
"Che fai, ti tocchi?"
"Qualcuno lo dovrà pur fare al posto tuo."

Meggy scosse la testa, decisa a non replicare a quella sciocca battuta.  Portò lo sguardo alla strada e bloccandosi di colpo spalancò la bocca. "Ma che cazzo…"
Paul risali allarmato da quello sguardo alla strada. A un centinaio di metri di distanza l'auto funebre aveva smesso di riverberare, ma non di sbandare. Anzi, non pareva sbandare, sbandava e basta e sempre più vistosamente. Travolse una ragazza in bicicletta, il telaio la inghiottì, la maciullò e la espulse dietro al tubo di scappamento. Rotolò poco e male lasciando dietro a sé una striscia di sangue mal pennellata sull'asfalto. I gruppetti al bordo della chiesa si voltarono tutti a osservare la scena, paralizzati da un senso di improprietà e smarrimento. Dall'alto del sagrato, Paul e Meggy videro l'auto concludere la corsa con un guizzo improvviso. Scartò dall'altro lato della strada, in direzione della chiesa, travolgendo ancora qualche grappolo del vitigno e concludendo la corsa sul sagrato. Il motore sbuffava, mentre sul marmo dei gradini e sull'asfalto della strada si era srotolato un gocciolante tappeto rosso. Al rumore della carrozzeria contorta che scricchiolava si aggiunsero presto le urla dei feriti e dei soccorritori improvvisati. Sotto l'auto, tra i gradini, spuntava la mano insanguinata di un uomo. Fece uno scatto, poi si rilassò assumendo una posizione innaturale. Paul avvertì uno schianto accanto a sé, si voltò e vide Meggy svenuta sul selciato. Non ci pensò su due volte, la lasciò lì e si diresse verso l'auto, aprì la portiera e guardò in faccia l'autista, non sapendo ancora se soccorrerlo o finirlo. Ma era già morto, evidentemente per un malore mentre stava guidando. La bara dietro era ribaltata di lato e si era scoperchiata lasciando intravvedere parte della salma di Nick. Paul guardò fuori dal lunotto posteriore, vide in lontananza la ragazza maciullata e qualche altro corpo ritorto più vicino.

Quando riportò lo sguardo su Nick fece un balzo indietro spaventato: gli era parso di vedere uno scatto del braccio che fuoriusciva dal coperchio. Maledetta tensione, non farti ingannare, penso tra sé in un briciolo di lucidità nel torbido dello shock da cui non si era ancora ripreso. Al secondo scatto Paul pensò di impazzire, poi sentì un lamento e un colpo di tosse. Fuori erano tutti intenti a gestire l'emergenza mentre già si sentiva l'ululato delle prime ambulanze sopraggiungere dall'ospedale.
Nick spostò di lato il coperchio della bara e a fatica si sfilò fuori guardandosi attorno stravolto e disorientato. Le guance, dapprima pallide, stavano lentamente riprendendo il tipico colore rossastro da couperose alcolica.
"Che cazzo succede?" si chiese quasi con naturalezza, risvegliandosi da un rarissimo caso di morte apparente.


Nicola Skert

l’autore:
Nicola Skert vive a Pasian di Prato, Udine.
Laureato in biologia, dottore di ricerca, oltre ad alcuni articoli scientifici ha pubblicato “Pus Underground” (Montag Edizioni, 2010), “Racconti PET (Pulp Erotic Trash), vol. 1” (Lettere Animate Edizioni, 2013), “Hitorizumo” (Minerva Edizioni, 2013), “Giallo interiora” (2017).
Suoi racconti sono comparsi nelle antologie “Voglio un racconto spericolato” (Damster Edizioni, 2011) e “Nero 13” (Libra Edizioni, 2012).
Il suo romanzo più recente è “Stretto” (2018).

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Metodoeabitudine

“collettivo”!

di Giulia Spanghero

Giulia Spanghero

Voce d’autore      ------------------------

Sarà perché il presente schiaccia

Roberto Dobran, “Amori miei”

di Giovanni Fierro

Roberto Dobran

È sempre un vortice lo scrivere di Roberto Dobran, poeta goriziano di Pola, voce che si distingue sempre con il proprio fare poesia, autore travolgente e continuo cortocircuito sensoriale.
Ulteriore prova di questa sua scrittura così intensa è la nuova raccolta “Amori miei”, il cui sottotitolo promette già inaspettate evoluzioni: “quasirime romanzate a tragicommedia”.
E le pagine del libro mantengono ogni promessa.
Tuttavia, molto prima di quanto ve l’aspettate,/ il respiro verrà a mancare e la testa la dovrete pur/ dissabbiare. Allora il fu risorgerà dal cassetto/ accantonato, amori miei, e non esiterà/ a chiedervi urgenti spiegazioni”.
E sembra già un monito che non si rivolge solo agli “Amori miei” del titolo, ma è un dire che riguarda ognuno di noi; un invito a vivere ed affrontare questo nostro presente, con la capacità di collegarlo ad ogni memoria, ad ogni responsabilità anche del passato. “I tradimenti ai sentimenti s’insinuano dietro lo scenario”.
Roberto Dobran ha una scrittura che è sempre pronta ad uscire dalla pagina, pronta a diventare corpo teatrale, bisognosa di un palco dal quale trovare i personaggi giusti per raccontare e mostrare.
I testi di “Amori miei” si muovono in quello spazio dove poesia e narrativa si uniscono, e si potrebbe benissimo pensare ad un monologo, che si insinua fra ricordi e visioni, invettive e riflessioni, un pulsare vivo che respira.
A leggere questi testi si è tesi tra i due poli che creano il campo magnetico del libro, fascinazione ed incazzatura. Ed è in questo spazio che tutto succede, che tutto accade e che permette a Dobran un dialogo viscerale ma anche lucido con tutti gli “Amori mie”: “Vi vestite e scendete da me o vi spogliate/ e salgo io da voi?”.
Non si può che rimanere rapiti da questo libro, nuovo prezioso momento poetico di un autore che trova sempre la giusta e feconda complicità con le parole e il loro essere possibilità di incontro.
Sarà perché il presente schiaccia.// Sarà perché siamo mortali, a dispetto/ della mobilità del tempo che a noi s’è/ fermato.// L’amore non è infinito”.
 


Roberto Dobran

Dal libro:

2. Così terribilmente fragili

Il nettare di quel dolce passionale
pomeriggio, oggi una punta di amaro.
Sarà perché il tempo s’è arrestato
sulla lancetta dell’eternità, sarà perché
da lì non s’è mosso neanche per incanto
e il sogno s’è infranto.

Sarà perché il presente schiaccia.

Sarà perché siamo mortali, a dispetto
della mobilità del tempo che a noi s’è
fermato.

                   L’amore non è infinito.




14. Implorazione seconda

Inspiro a pieni polmoni e in piena coscienza
quanto è stato (tutto) e quanto è rimasto (la
cenere del tutto divampato). Tanto da sentirmi
lo spirito in apnea. Quanto sarà in futuro neppure
il buon Iddio lo prevede. Prima di finire
depennato, meglio non mettere il dito
fra passioni prive di considerazione.

Amori miei che vi ho dissipato, è così che vi
ricordo ora che siete poco più di una greve ombra
vagante nel mio intimo più recondito. E se mi avete
destinato all’abbandono spazzandomi via come un
lebbroso, usate almeno i vostri sortilegi perché da
domani ritorni il sereno e non debba più cercarmi!

Non debba più avvilirmi e svilirmi.




32. Così inesorabilmente lontani

È tempo di aprire gli occhi. Mai
ci ritroveremo nello stesso futuro. Tutte le strade
ad un certo punto si dividono, se manca
un progetto condiviso.

È tempo di aprire gli occhi.
Voglio ridiventare Uno. E fareste bene
a ravvedervi pure voi, ex amori miei.

Non alla svelta! Con coscienza.




Roberto Dobran

Intervista a Roberto Dobran:

Chi sono questi ‘amori miei’?
Caro Fierro, mai e poi mai – nemmeno sotto tortura – te li rivelerò.

A rievocarli in questo modo, così intenso e potente, sembra proprio che siano delle realtà, delle presenze, da cui è impossibile liberarsi….
Chi potrà mai liberarsi degli amori suoi. Ogni amore traccia dietro di sé una indelebile impronta. Non serve essere falchi per vederla. È lo stesso ordine delle cose a testimoniarlo con l’ago nel solco dell’impronta, presumendo l’ovvia supposizione che un’impronta c’è ed è abbastanza profonda.
Sopra a tal sottile sentenza di principio ogni imparziale giudice batte il martello di legno con forza e chiamiamolo innato zelo. Per l’amor del cielo, personalmente sulla questione taccio. Non metto lingua, non metto becco. Pare non compaia ancora all’orizzonte l’era del disgelo e qualche mammut al pascolo lo si incontra tutt’ora. Personalmente metto la firma sul fine catartico dell’eterno amore, sebbene per raggiungerlo ci si debba senz’indugio disconnettere da tutto ciò che è immediatamente percepibile e connettersi a www.onda dell’ottica sul mondo terreo composto da avvolgenti vibrazioni scatenate da radiazioni ultraviolette ed extraterrestri.
Di presenze da cui è impossibile liberarsi, ammettiamolo, obiettivamente ognuno ne ha le tasche talmente colme che semmai si corre il rischio di seminarne qualcheduna per strada.
Di norma è sul bagnato che piove.
      
Il tuo scrivere è sempre capace di trovare il proprio palco, il punto da cui essere detto e pronunciato. Anche in questo caso mi sembra che debba esser letto ad alta voce, fatto vibrare nell’aria... L’intero libro potrebbe anche essere un monologo, da portare a teatro. Cosa ne pensi a riguardo?
Che hai ragione.

Questi testi sono nati in un periodo molto breve, cosa è successo?
Ogni tanto si va in folle e per un bel po’ non s’ingranano marce d’alcun genere. In tali casi conviene resettare il sistema nervoso assieme al cervello. Per un bel po’ conviene mettersi in stand by. Oppure, in alternativa, conviene mettersi a scrivere poesie. E farsi presenza stand by.
“Amori miei” sono stati concepiti e messi al mondo nell’arco di due mesi, con un piccolo intervallo completamente buio nel mezzo. Più di una corsa, si è trattato di una ruzzolata. Ad ogni modo, in folle o non in folle, comunque ogni tanto conviene fare un po’ di pulizie dentro di sé, senza buttar via nulla, possibilmente, bensì riponendo nei cassetti le esperienze ormai desuete per mettersi nella condizione di poter proseguire il proprio percorso maneggiando soltanto quelle obiettivamente utili al perseguimento del futuro.
Sì sì, lo so che è più facile a dirsi che a farsi.

Mi sembra che i due poli, tra i quali nasce e vive la tensione di questi testi, siano la fascinazione e l’incazzatura. Può essere così?
Non che può. È così. Come ho già detto poco fa, capitano periodi della vita in cui è la stessa vita ad indurre la volontà alla stima d’un minimo di bilancio esistenziale. L’amore è da sempre probabilmente, assieme all’odio, il sentimento più diffuso e praticato su questo globo.
Mi pare inoltre che tutti gli altri moti d’animo discendano in qualche modo da essi che pertanto, insieme, rappresenterebbero la radice dell’albero genealogico dei sentimenti.
L’amore può palesarsi con una miriade di manifestazioni, dipendenti in primo luogo dal fatto se esso e gli amanti che l’incarnano sono felici oppure no. Gli amori della silloge “Amori miei” vanno ascritti nell’elenco degli “oppure no”.
L’indole umana può rispondere in molti e diversi modi alla disillusione.
In larga misura la reazione dipende dalla cultura del soggetto sottoposto alla prova, dal suo grado d’istruzione, forse, dall’ambiente in cui vive, chissà, eccetera eccetera, e probabilmente soprattutto dall’individualissimo livello di sopportazione del dolore.
Semplificando al massimo, le disillusioni d’amore possono tradursi in una nutrita serie di contraccolpi ai cui poli estremi stanno da una parte l’apatico autolesionismo e la cieca furia omicida dall’altra. Secoli di letteratura testimoniano questi poli dell’animo umano e le cronache dei quotidiani lo narrano bene o male almeno tre volte a settimana.
Va bene così.
Dove può esserci la fascinazione può starci pure l’incazzatura. Altrimenti non si giustificherebbero le quasirime romanzate a tragicommedia sentimentale in trentatré puntate come ogni soap opera che si rispetti deve avere per potersi dire pop.
Tra l’altro gli “Amori miei” pubblicati da RES edizioni di Roberta Riva, si snodano in trentatré liriche numerate una ad una dall’uno al trentatré.
Vi verrà da ridere ma io le vedo pop!
     
Cosa dici degli ‘ospiti’ sul tuo libro, e del loro apporto narrativo?
Pure loro pop! In piena.
Giovanni, il buon Vanni Mancini, conosco se non da una vita, perché esagererei, da mezza vita però sì. Spesso ci capita di soffermarci su svariati argomenti che possono liberamente esaurirsi nell’arco di un pomeriggio oppure riproporsi da mezza vita a questa parte, magari ogni volta sotto altre sembianze. Chiedergli di far parte del gioco letterario è stato spontaneo. Francesco, il buon Francesco Tomada, conosco decisamente da molto meno tempo ma avemmo avuto già modo di collaborare e mi piacciono le sue cose che ho letto. Artista tutto d’un pezzo. Ha accettato di far parte del gioco senza batter ciglio.
Le loro collaborazioni si discostano l’una dall’altra di non poco. Giovanni s’è lasciato andare in una breve incursione, con digressioni, nel mondo dei sentimenti e Francesco è stato visitato nella sua fiaba da fate stregate e da streghe fatate che guarda caso popolano anche la silloge. Si differenziano, eppure a loro modo sono entrambi pop. Come sono pure pop i rispettivi legami con “Amori miei”, nei cui confronti da tal una parte si propongono giustamente come opere del genio umano indipendente e da tal altro canto lanciano lacci alle trentatré storie soap-operistiche di “Amori miei”.
Giovanni e Francesco se vogliono possono arrabbiarsi quanto possono. Per me restano e saranno sempre pop.
     

Roberto Dobran

L’autore:
Roberto Dobran nasce a Pola, in Istria, Croazia. Prima di concludere a Urbino gli studi universitari si trasferisce a Lubiana. Dopo qualche anno di residenza in Slovenia, varie vicissitudini lo riportano a Pola, dietro ad una scrivania della redazione cittadina del quotidiano fiumano “La Voce del Popolo”.
Il suo girovagare termina quando si trasferisce a Gorizia, dove vive ed opera tuttora.
Si è occupato anche di critica letteraria interessandosi della poesia dell’Istria e del Quarnero nel secondo Novecento, e specificatamente dei poeti di lingua italiana oppure cultori delle parlate istrovenete e istriote, trattando le poetiche di Osvaldo Ramous, Eros Sequi, Lucifero Martini, Sergio Turconi, Mario Schiavato, Giacomo Scotti, Eligio Zanini, Alessandro Damiani, Sandro Cergna e Alessandro Salvi.
I suoi articoli di critica letteraria sono raccolti ne “Le parole rimaste” (2010), di cui l’autore ne è stato inoltre curatore a fianco di Nelida Milani.
Ha pubblicato le raccolte “Implosioni” (2001), “Esodi” (2003) e “Patacca globale” (2012, rivista e aggiornata nel 2017).

www.robertodobran.eu

(Roberto Dobran “Amori miei” pp. 68, Res edizioni, 2018)

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Let the sunshine in

“collettivo”!

di Giulia Spanghero

Giulia Spanghero

Intervista a Giulia Spanghero:

di G.F.


Il tuo lavoro si muove fra illustrazione e ‘racconto’, come vivi questa differenza? Se differenza c’è….
Credo che illustrare sia, per definizione, raccontare qualcosa. A meno che non si faccia pura decorazione: ma credo che anche in quel caso ci possa essere spazio per il racconto.

L’uso dei colori è importante, in che modo li scegli? Che volontà c’è alla base di ogni decisione cromatica?
Domanda complessa. In poche parole, cerco di indirizzare il loro potenziale per comunicare nella maniera più precisa possibile quello che voglio, o che serve. La loro scelta è subordinata a tanti fattori: al significato, alla forma, alla sensazione che voglio trasmettere, alle persone a cui il lavoro è rivolto… Parto comunque dall'istinto, specialmente nei miei lavori personali, dove mi pongo molte meno domande.

Nel tuo lavoro i soggetti protagonisti sono praticamente sempre femminili, è una scelta?
Mi è sempre piaciuto molto disegnare le donne. Le trovo decisamente più divertenti rispetto alla figura maschile. E poi credo che si finisca comunque a parlare di sé stessi, della propria visione: per me è molto più naturale servirmi della figura femminile per raccontare quello che ho in mente.

Quale l’immaginario di riferimento delle ‘storie’ che vuoi raccontare?
Ognuno di noi è il risultato della famiglia da cui proviene, della gente che ha conosciuto, dei viaggi che ha fatto, della musica che ascolta, dei libri che ha letto, dei pensieri che fa... si potrebbe continuare all’infinito. La mia storia è il mio immaginario (o viceversa), per quello che mi riguarda: è ciò che conosco e che ho conosciuto finora. È l’humus da cui attingo - consapevolmente e inconsapevolmente - il mio linguaggio. Non potrebbe essere diversamente, credo.

Ogni tuo lavoro ha un piede nel nostro quotidiano, e l’altro?
Nel mio.

Forse mi sbaglio, ma mi sembra di vedere nel tuo lavoro un equilibrio fra la dimensione del fumetto e quella della narrazione….
Hai ragione. Ho letto fumetti fin da piccola, leggevo quello che mi capitava sottomano e, aldilà del classico Topolino e del Giornalino, giravano per casa riviste come Linus (il mio preferito, quello diretto da Oreste Del Buono), AlterAlter, L’Eternauta. Fortuna di avere un fratello maggiore! Avevo 8, 9 anni e la maggior parte di quei fumetti li ho veramente capiti soltanto molti anni più tardi. Li ho letti e riletti mille volte. Poi, da ragazzina, ho letto molto Dylan Dog. Amo Pazienza, Crumb, Shelton, Clowes, solo per citare i primi che mi vengono in mente, ma ce ne sono molti altri. Mi sono laureata con una tesi sul fumetto italiano indipendente di fine anni 70, ho frequentato l’Accademia Disney, ho lavorato in fumetteria… Credo che il seme che ha attecchito quando ero bambina si sia sviluppato gradualmente e in maniera costante e ormai è parte integrante di quello che faccio. Ho letto pochissimi manga, però.

Quale può essere la colonna sonora di queste immagini?
Ogni immagine ha la sua propria colonna sonora, determinata dal periodo, dall’umore, dai tarli del momento. In questi giorni ascolto Sleaford Mods, Andrea Belfi, Pan Sonic, Missy Elliott, Peaches, Run DMC e Massive Attack.

Giulia Spanghero

L’artista:
Giulia Spanghero ha lavorato, tra gli altri, per Disney come sceneggiatrice e per Trudi come designer di giocattoli in legno per poi diventare grafica e illustratrice freelance.
Vive in Friuli, e fa parte del collettivo Hybrida per cui cura la grafica e le performance di lightshow.

www.giuliaspanghero.com

rivista Fare Voci

curata da Giovanni Fierro
collaboratori:
Guido Cupani, Roberto Lamantea, Ilaria Battista
Livio Caruso, Salvatore Cutrupi.